Seleziona una pagina

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – Lectio divina

Sap 6,12-16   Sal 62   1Ts 4,13-18   Mt 25,1-13: Ecco lo sposo! Andategli incontro!

O Dio, voce che ridesta il cuore,

nella lunga attesa dell’incontro con Cristo tuo Figlio

fa’ che non venga a mancare l’olio delle nostre lampade,

perché, quando egli verrà,

siamo pronti a corrergli incontro

per entrare con lui alla festa nuziale.

Egli è Dio, e vive e regna con te,

nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.


Dal libro della Sapienza Sap 6,12-16

La sapienza si lascia trovare da quelli che la cercano.

La sapienza è splendida e non sfiorisce,

facilmente si lascia vedere da coloro che la amano

e si lascia trovare da quelli che la cercano.

Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano.

Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà,

la troverà seduta alla sua porta.

Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta,

chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni;

poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei,

appare loro benevola per le strade

e in ogni progetto va loro incontro.

Chi cerca la Verità trova la Carità

Tutti i popoli antichi vantavano la loro «sapienza» codificata di solito in codici legislativi o in testi nei quali erano contenute verità scoperte mediante l’osservazione riguardanti tutti gli ambiti della vita. La sapienza fondamentalmente ha a che fare con l’esistenza dell’uomo che si coglie parte di un mondo creato e che non è frutto della sua volontà ma di un progetto superiore attribuito alla divinità. L’uomo, riflettendo sulle molteplici esperienze della vita, ne ricerca il senso e non lo trova in sé stesso ma nella relazione con l’altro da sé, sia esso il mondo, le persone o la divinità. La sapienza è la spinta interiore dell’uomo ad andare oltre sé stesso, verso l’altro da sé attraverso un continuo dialogo tra il mondo interiore e quello esteriore. Quando il desiderio del cuore guida l’esodo dal proprio io, con i suoi schemi mentali e pregiudizi che pretendono di inquadrare, incasellare e ridurre ogni cosa a sé, si scopre che la verità non è un semplice concetto ma ha un volto e una identità personale. Tra le righe della legge della natura c’è la mano di un Dio creatore la cui azione è mossa dalla logica dell’amore. Esso non è solo un sentimento, che quasi meccanicamente sorge nel cuore dell’uomo, ma è una forza che lo investe e lo spinge a desideri più grandi che non siano i semplici bisogni del corpo. Chi cerca la sapienza affina la capacità di ascoltare e di vedere più in profondità rispetto alla dimensione superficiale delle cose. Cercare la sapienza non significa accumulare saperi e competenze ma ambire a gustare e sperimentare un amore più grande, quello che promuove, gratifica, fa crescere, rende generativi e operativi nel bene. Cercare la sapienza è rispondere alla sua vocazione. La sapienza, che è Dio stesso, desidera donarsi all’uomo, perciò lo cerca, lo chiama, attende i tempi della sua risposta. Il sapiente non si stanca mai di cercare la Sapienza perché il suo desiderio di amore non è mai appagato e la sua volontà di amare non è mai del tutto compiuto.     


Salmo responsoriale Sal 62

Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,

dall’aurora io ti cerco,

ha sete di te l’anima mia,

desidera te la mia carne

in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato,

guardando la tua potenza e la tua gloria.

Poiché il tuo amore vale più della vita,

le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:

nel tuo nome alzerò le mie mani.

Come saziato dai cibi migliori,

con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.

Quando nel mio letto di te mi ricordo

e penso a te nelle veglie notturne,

a te che sei stato il mio aiuto,

esulto di gioia all’ombra delle tue ali.


Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1Ts 4,13-18

Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.

Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.

Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

La speranza cristiana di un “mondo altro”, non “dell’altro mondo”

La fede cristiana si poggia sul «kerigma» (annuncio) che Gesù è il Cristo, crocifisso e risorto. Quale risvolto ha nella vita questo annuncio, soprattutto quando risuona nel contesto di un lutto? È un annuncio di speranza perché la risurrezione di Gesù ha aperto la strada non verso “un altro mondo” ma una via nuova che è un «modo altro di vivere». Gesù morendo si è unito ad ogni uomo e risorgendo ha associato a sé tutti gli uomini perché non viviamo solo per noi stessi ma per Dio e in Dio. Quindi, la speranza cristiana non è semplicemente raggiungere l’altro mondo ed essere con i nostri defunti ma vivere alla maniera di Gesù, nell’amore che induce a fare della propria vita un dono e a costruire la comunione fraterna. Le varie forme di sofferenza, vissute quali partecipazione alla morte di Cristo, sono il preludio della vita nuova. Il Risorto è il Dio che viene a salvarci e a radunarci nella comunione dei santi, anticipata nella fraternità della comunità degli uomini pellegrini sulla terra, e compiuta nella liturgia del cielo.

+ Dal Vangelo secondo Matteo Mt 25,1-13

Ecco lo sposo! Andategli incontro!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.

Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

LECTIO

Contesto

I capitoli 24-25 contengono il cosiddetto «discorso escatologico». È l’ultimo dei cinque discorsi che è chiamato anche «apocalisse sinottica» perché questi detti si trovano anche nei passi paralleli di Marco e Luca, che con Matteo compongono il «corpo sinottico». La collocazione del discorso è sul Monte degli Ulivi. In questo modo si viene a creare un collegamento con il primo discorso chiamato, appunto, «della montagna» o «delle beatitudini» (cc. 5-7), e con il congedo di Gesù dagli Undici nel c. 28. L’introduzione in forma narrativa culmina con la domanda dei discepoli (24, 1-3) a cui Gesù risponde descrivendo la venuta del Figlio dell’uomo accompagnati dai segni rivelativi della sua presenza (24, 4-36). Segue una raccolta di tre brevi parabole (24, 37-51) e altre due più ampie (25, 1-13 e 25, 14-30). Il discorso si chiude con la scena del giudizio (25, 14-30). Il genere letterario è escatologico nei contenuti e profetico nel linguaggio. Sono trattati tre temi fondamentali: la distruzione di Gerusalemme, la persecuzione dei cristiani da parte di giudei e pagani, la vita futura della comunità cristiana superstite delle persecuzioni che deve guardare alla «fine dei tempi».

La comunità dell’evangelista Matteo vive una fase critica all’interno del contesto politico e sociale più ampio. Il giudaismo palestinese è in crisi a causa della tensione con l’impero romano che fa sentire la sua pressione. Al contempo anche la comunità cristiana sta subendo la separazione dalla Sinagoga. Coloro che in questo contesto si sentono alienati e minacciati sperano in un futuro migliore. I traumi venivano letti come le sofferenze propedeutiche ad un cambiamento radicale della situazione nella quale l’intervento diretto del Signore avrebbe ristabilito l’ordine e la giustizia, premiando i giusti e punendo i malvagi.

Il contesto immediato della parabola delle vergini sagge e stolte è l’atteggiamento della vigilanza su sé stessi. Non si tratta di essere sentinelle che avvertono gli altri del pericolo esterno ma di attenzionare il proprio cuore affinché non devii dal custodire la volontà di Dio perdendo la speranza, ovvero l’attesa e il desiderio dell’incontro con Dio. La conclusione del capitolo 24 presenta la figura del servo saggio e prudente e di quello cattivo. Il binomio saggezza-stoltezza è ripresa nella prima parabola del capitolo 25. La saggezza e la stoltezza si rivelano negli atteggiamenti nei confronti degli altri nel tempo dell’assenza del padrone. La parabola delle vergini che attendono lo sposo, per formare con lui il corteo nuziale, presenta la saggezza e la stoltezza da un’altra angolazione che è la prospettiva della «fine». È in quell’ora che si rivela la saggezza o la stoltezza.  

Struttura

La narrazione è racchiusa tra il v.1 e il v. 13 del capitolo 25. Nel v. 1 il Regno dei cieli è presentato come una realtà futura, escatologica, quella dell’ora dell’arrivo dello sposo. Il v. 13 riprende l’esortazione alla vigilanza per essere trovati pronti (a servire) e non sprovveduti, soprattutto nella notte della prova.

Le protagoniste sono dieci ragazze che con le lampade escono per andare incontro allo sposo. Il narratore distingue tra le sagge e le stolte e ne spiega il motivo. La differenza la fa l’olio nelle lampade. Il ritardo dello sposo complica la situazione e tutte si addormentano. La soluzione inizia quando le ragazze sono svegliate dall’annuncio dell’arrivo dello sposo. Il gruppo, che prima era compatto nell’uscire per andare incontro allo sposo e poi si era assopito a causa del suo ritardo, si divide tra chi entra e chi rimane fuori. L’arrivo dello sposo rivela la saggezza e la stoltezza delle vergini che, “a monte” hanno fatto scelte diverse. Le sagge, infatti sono state trovate pronte mentre le altre hanno perso l’occasione perché presumevano di recuperare dopo quello che avrebbero dovuto preoccuparsi di fare prima.

L’olio delle lampade fa la differenza. Nell’imaginario biblico l’olio ha uno stretto legame con il culto perché è la materia di riti di consacrazione, ovvero di riconoscimento che qualcosa o qualcuno appartiene a Dio e non a sé stesso. Con l’olio i patriarchi avevano unto le pietre che segnalavano la misteriosa presenza di Dio, era versato sul capo di Aronne per consacrarlo sacerdote offerente così come su quello dei re Saulo e Davide. Nella letteratura sapienziale l’olio è simbolo della ricchezza, della forza, della gioia e dell’abbondanza. In particolare, l’olio nelle lampade serviva per tenere viva la fiamma che ardeva nel tabernacolo (Es 27, 20-21) ed è menzionato nella pagina conclusiva del Libro dei Proverbi (31, 10-31) dove si fa l’elogio della «donna forte». Al v. 18, mentre si descrive l’atteggiamento previdente e prudente della donna di casa dalle cui cure dipende il benessere di coloro che la abitano, si afferma che «non si spegne di notte la sua lampada». La donna è il simbolo della persona sapiente e l’olio sta ad indicare ciò che permette che la sapienza si manifesti nelle sue opere, con le quali il saggio è capace di gestire la vita in ogni suo tempo. La risposta delle vergini sagge alla richiesta di quelle stolte di condividere l’olio, sopperendo alla loro mancanza, può sembrare scortese ed egoista. In realtà, dice che la sapienza non è qualcosa che si può condividere come se fosse una cosa propria. Ognuno deve sforzarsi di cercarla e comprarla. Non sarebbe un vero aiuto quello che porta a sostituirsi all’altro nell’inderogabile e indelegabile dovere di fare delle scelte fondamentali per la propria vita. Comprare l’olio significa privarsi di qualcosa per acquistare ciò per cui vale la pena rinunciare a quello che si possiede (si veda la parabola del tesoro del campo e del mercante di perle; cf. Mt 13, 44-46). L’olio è la Parola attraverso cui la Sapienza diventa patrimonio della persona che ascolta, medita e pratica la volontà di Dio.

Le vergini sono protagoniste della festa nuziale, insieme allo sposo. Esse compiono dei gesti che non possono essere solamente rispettosi di un protocollo o di un rituale. Le vergini sono chiamate a rendere bello il corteo nuziale con la luce. Essa potrà splendere a condizione che nelle lampade ci sia il combustibile; in caso contrario sono inutili. Se, dunque, l’olio indica la Sapienza di Dio vuol dire che le sagge sono coloro che l’hanno fatta propria per tempo in previsione dell’esercizio del loro servizio. Esso, proprio perché è finalizzato a rendere bella la festa nuziale, non può essere improvvisato ma deve essere ben preparato. La mancanza di olio rivela l’assenza della sapienza, perciò sono stolte. Le vergini sagge, insieme all’olio, portano con sé la presenza dello sposo verso cui si dirigono per incontrarlo e partecipare con lui alla festa. Le vergini stolte sono mancanti di quelle motivazioni che fanno del loro operato un vero servizio. Esse si sono messi in cammino con gli altri ma aspettavano uno sposo che esse non conoscevano e non desideravano. Le vergini stolte, ritardatarie, chiedono di entrare alla festa ma viene loro negato l’ingresso perché lo sposo non le conosce. L’affermazione dello sposo non è una sua ripicca ma rivela che tra lui e loro non c’è quel legame di conoscenza che invece ha caratterizzato le vergini sagge, riconosciute come amiche e introdotte alla festa. L’olio, dunque, rappresenta l’esperienza della conoscenza di Dio. Non si tratta di una conoscenza nozionistica ma di quella ricchezza, gioia e pace che solo la parola di Dio, ascoltata, meditata e praticata, può dare.

Un ruolo fondamentale lo gioca il tempo. C’è il tempo della preparazione e dell’attesa, poi c’è quello dell’andare incontro allo sposo e, infine il tempo dell’ingresso nella festa di nozze.

Non dobbiamo dimenticare che l’evangelista Matteo si sta rivolgendo ad una comunità in cui è forte la presenza di israeliti accanto ai quali ci sono anche quelli provenienti dal paganesimo. Gli uni e gli altri giungono alla fede in Cristo con il loro bagaglio culturale, simbolizzato dalle lampade. I saggi sono quelli che hanno accolto il vangelo e la sapienza di Cristo. Gli stolti sono coloro che si sono accontentati solo di portare con sé le proprie tradizioni e di custodirle senza preoccuparsi di “riempirle di senso”. Dunque, la pasqua di Gesù inaugura il tempo nel quale lo sposo viene (cf. Ap 22,17s.). Le vergini sagge rappresentano i discepoli di Gesù che, insieme alle lampade delle loro tradizioni prendono l’olio della sapienza del vangelo. Gli insegnamenti di Gesù, riassunti nel più alto servizio offerto agli uomini mediante il sacrificio della propria vita per amore, diventano prassi. Il servizio per amore diventa stile, a prescindere dalle condizioni in cui si offre.  Al contrario, le vergini stolte sono coloro che, sicuri di sé e paghi del proprio sapere, hanno rinunciato a lavorare per crescere in ordine alla sapienza di Gesù.

La porta chiusa segna il momento della morte in cui la venuta del Signore è definitiva e con essa anche il giudizio. Il tutto si gioca nel “frattempo”, cioè il tempo dell’evangelizzazione e della proposta cristiana e l’ora della morte che è soglia d’ingresso alla vita eterna o porta chiusa che impedisce di accedervi. Quello di Gesù è un appello a non perdere tempo a scegliere di convertirsi, cioè ad acquisire l’olio della sapienza di Dio, per essere nel mondo pellegrini e portatori di luce. L’ora della morte per i saggi è il tempo compiuto, che inaugura l’eternità della vita, mentre per gli stolti è la fine del tempo. Le vergini stolte sono come coloro che hanno sulle labbra Dio, ma non nel cuore. Per loro Dio è nei fatti un estraneo messo ai margini della vita. Il «non vi conosco» è l’eco e la sintesi dei tanti «non mi interessa» detto con i fatti a Dio e al prossimo.   

MEDITATIO

Nei cambiamenti epocali il cuore vegli con Cristo per rimanere uniti a Lui

Il vangelo di questa domenica ci fa guardare all’ultimo giorno della nostra vita come al momento nel quale incontrare lo Sposo. L’ultimo giorno non è il termine della nostra esistenza, ma il fine della vita che si compie nell’unione sponsale con il Signore. Nel vangelo di Matteo il primo discorso di Gesù inizia sul monte dove i suoi discepoli, di ogni tempo e di ogni luogo, si sentono chiamare beati perché sono poveri in spirito, piangono per un lutto, sono desiderosi della giustizia, miti, misericordiosi, operatori di pace, perseguitati. Anche l’ultimo insegnamento è tenuto sul monte, quello degli ulivi a Gerusalemme, alla vigilia della Pasqua, evento alla luce del quale leggere le parole di Gesù. In questo scenario s’inseriscono le ultime due parabole, la prima delle quali è ascoltata in questa domenica e la seconda nella prossima. Il contesto è dato dall’accenno che fa Gesù alla crisi innescata dalla distruzione di Gerusalemme e del tempio con la conclusione dei sacrifici che in esso si offrivano. Il linguaggio, tipicamente apocalittico e profetico, è ricco d’immagini drammatiche che descrivono a tinte forti il cambiamento in atto. Le parole di Gesù non vogliono atterrire ma, al contrario, alimentare la speranza, la stessa che il popolo d’Israele ha coltivato nei suoi momenti più bui quando il Signore è venuto in aiuto per salvarlo attraverso i vari “messia” inviati. Papa Francesco ha più volte affermato che non stiamo semplicemente vivendo un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca. Cambiamento è trasformazione di cui noi stessi dobbiamo essere i protagonisti insieme col Signore. Ogni cambiamento richiede di passare dalla conclusione del vecchio all’inizio del nuovo. Questo passaggio non è automatico, perché il rischio è di rimanere prigionieri del vecchio. La speranza è la chiave di volta che ci permette di compiere il passaggio.

L’immagine delle dieci vergini che prendono le loro lampade e vanno incontro allo sposo indica che tutti gli uomini sono accomunati dalla medesima esperienza. La vita di ciascuno è simile ad un cammino in un presente immerso nel chiaroscuro fatto di certezza e dubbio, sicurezza e indecisione. Non si tratta di vagabondare ma di andare incontro a Dio che si presenta nei panni dello Sposo. La meta comune del cammino esistenziale indica la vocazione universale alla santità. Questo è il primo annuncio che emerge dal racconto. Oltre al comune destino, anche la prova unisce tutti gli uomini che sperimentano quanto sia duro perseverare nell’attesa e quanto sia facile cadere nel sonno della ragione. C’è però anche un particolare che fa la differenza tra i saggi e gli stolti. La scorta di olio in piccoli vasi permette di dare senso al cammino e all’attesa perché si è pronti per accogliere lo sposo ed essere introdotti con lui alla festa.

Vegliare non significa avere sempre gli occhi aperti perché è umanamente impossibile resistere al peso della prova che ci abbatte e ci scoraggia. Addormentarci significa anche accettare di non riuscire a dare risposte ragionevoli ad ogni perché. In cammino tra il passato che non abbiamo più e il futuro che non abbiamo ancora, viviamo il presente come attesa. È proprio qui che decidiamo da quale parte stare, se identificarci con le ragazze sagge o replicare la stoltezza delle altre. In definitiva siamo chiamati a verificare se ci accontentiamo di consumare quell’olio che abbiamo nella nostra lampada oppure abbiamo cura di farne scorta di altro perché non sappiamo quanto tempo durerà l’attesa. L’olio è il combustibile che tiene accesa la lampada simbolo della speranza e del desiderio. Anche se ci si addormenta e il corpo si ferma, anche quando siamo inattivi e non possiamo più fare quello che abbiamo fatto prima, anche quando non è chiaro il senso di quello che ci accade, la lampada del cuore deve continuare ad ardere di desiderio. L’olio in piccoli vasi indica l’atteggiamento di chi, giorno dopo giorno cerca il Signore, si mette in ascolto della sua Parola, discerne di volta in volta come amarlo e servirlo. La saggezza consiste nel mantenere sempre aperto il canale di dialogo con il Signore. Solo Lui può alimentare la nostra speranza; solo la sua Parola fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus che, discutendo tra loro su quello che era accaduto a Gesù, rimanevano acciecati dalla disperazione. Vegliare dunque significa tenere sempre il cuore aperto verso Dio e verso il prossimo. Dio sempre ci viene incontro nelle vesti del povero da accogliere e aiutare. Gli stolti sono coloro che credono di bastare a sé stessi e che in quello che fanno non cercano il Signore ma la loro gratificazione e l’autorealizzazione. «Non vi conosco»: forti sono le parole che Gesù rivolge a coloro che lo invocano: «Signore, Signore, aprici». Chiaro il richiamo alla conclusione del discorso delle Beatitudini: «Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli». In quell’occasione, così come anche nell’ultimo discorso, Gesù mette in guardia dai falsi profeti e dai sedicenti messia. Sono quelli che, presumendo di avere la verità in tasca, puntano il dito contro gli altri, creano il nemico da combattere, innescando meccanismi di lotta e di contrapposizione. Essi sono i venditori a cui ironicamente fanno allusione le vergini sagge rivolgendosi alle stolte. L’olio della speranza, della fede e della carità non si compra, ma si riceve in dono da Dio giorno dopo giorno, poco alla volta. Stolto è chi invece di coltivare ogni giorno la relazione con il Signore ascoltando la sua Parola, meditandola, interiorizzandola e mettendola in pratica con concrete opere di carità verso il prossimo, dissipa il suo tempo alla vana ricerca del benessere psicofisico nell’illusione di poterlo trovare in ciò che gli procura piacere o moltiplicando pratiche devozionistiche che a nulla valgono se non si traducono in amore al prossimo. Maria, che custodisce la parola di Dio e la medita nel suo cuore, è l’immagine più bella della persona saggia. Ella come la sposa del Cantico dei Cantici cerca il suo Sposo, non si arrende davanti alle difficoltà e nella notte della prova rimane vigile e pronta ad ascoltare la sua voce: «Vieni mia tutta bella».

Previdenti o improvvisati?

Le dieci ragazze sono accomunate dal fatto di uscire tutte incontro allo sposo, ciascuna con la sua lampada, e di addormentarsi per l’attesa prolungata. C’è solo un particolare che contraddistingue cinque di esse dalle altre: il fatto che le sagge fanno scorta di olio in piccoli vasi mentre le stolte non sono previdenti come le compagne più avvedute. Le cinque vergini sagge sono tali perché non si preparano solamente all’incontro con lo sposo ma anche all’imprevisto; infatti, nessuna di loro conosce quanto lungo sarà il tempo dell’attesa. Proprio perché nessuno di noi conosce il numero dei suoi giorni la vita non si può improvvisare. L’improvvisazione è invece la caratteristica delle vergini stolte che credono di affrontare il tempo dell’attesa facendosi bastare quello che hanno o pretendendo di poggiarsi sull’aiuto degli altri. La crisi arriva per tutti ma essa ha un termine che coincide con l’ingresso nella festa per le sagge e l’esclusione delle stolte. La crisi diventa un’opportunità di crescita se ci si prepara prima che arrivi, altrimenti essa ci travolge. Fare scorta di olio significa conservare e fare tesoro delle piccole cose nelle quali è custodita la grazia di Dio. Attraverso parole e gesti di gratitudine a Dio, che chiamiamo eucaristia e carità fraterna, accumuliamo ciò che sul momento potrebbe apparirci anche inutile, ma che al tempo opportuno invece fa la differenza tra chi supera la crisi e chi invece ne rimane vittima. La vita è il tempo nel quale fare scorta di “grazia” attraverso l’ordinaria carità che non connota di straordinarietà eventi sporadici e occasionali ma caratterizza la ferialità della vita cristiana. In tal modo la carità diventa abitudine e, come tale, permette di attraversare anche la notte oscura della prova per essere introdotti nella vita eterna e partecipare per sempre alla gioia del Signore.

ORATIO

Signore Gesù, Sposo della Chiesa,

ci rendi partecipi della tua festa di nozze

per donarci la tua beatitudine,

effondi nei cuori di tutti gli uomini

lo Spirito della Sapienza che ha fatto di Maria

il prototipo della vergine saggia

che custodiva la Parola meditandola nel suo cuore.

Il Vangelo che risuona nella Chiesa,

mediante i segni liturgici

e i gesti concreti di carità,

risvegli in me la fede

che le abitudini cattive,

rituali privi ormai di passione,

paure, pregiudizi e delusioni,

hanno reso sonnolente e debole.

La compagnia di amici,

comuni pellegrini sulle vie del mondo,

rinvigorisca la speranza

e orienti il desiderio

verso un Amore più grande

da gustare e da donare.

Insegnami a pregare,

nel segreto della coscienza e nella comunità

facendo memoria della tua misericordia

perché la lampada della fede,

alimentata dall’olio della carità fraterna,

faccia di me un luminoso testimone di speranza

anche nella lunga notte dell’attesa,

della prova e della crisi.

Aiutami a discernere tra la sapienza del mondo,

fatta di ragionamenti terra-terra

e che fa leva sul terrore,

e la Sapienza che sgorga dal cuore di Dio,

che è Parola che guarisce,

consola, incoraggia, guida e crea,

affinché riconosca il tempo della tua visita

nel fratello più piccolo che chiede pietà.  

Educami alla perseveranza nei servizi umili,

quelli che pochi scelgono

perché scomodi e non gratificanti,

affinché, servendoti nei fratelli

nel silenzio e con giovialità,

possa essere ammesso nella casa di Dio

che è in festa per ogni peccatore

che si converte e che si abbandona

nell’abbraccio materno della Chiesa. Amen.