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XII Domenica del Tempo Ordinario (anno A) – Lectio divina

O Dio, che affidi alla nostra debolezza
l’annuncio profetico della tua parola,
liberaci da ogni paura,
perché non ci vergogniamo mai della nostra fede,
ma confessiamo con franchezza
il tuo nome davanti agli uomini.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Geremìa Ger 20,10-13
Ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Sentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno!
Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:
«Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
per questo i miei persecutori vacilleranno
e non potranno prevalere;
arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto,
che vedi il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di loro,
poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore,
lodate il Signore,
perché ha liberato la vita del povero
dalle mani dei malfattori.
La speranza nella disperazione
Geremia 20,7-18, in cui è inserita la pericope liturgica, rappresenta il punto più alto e drammatico delle confessioni del profeta. In questo testo egli vive la vocazione come un’esperienza irresistibile: Dio lo ha conquistato e coinvolto in una missione dalla quale non può sottrarsi. Pur desiderando il silenzio e una vita tranquilla, scopre che la parola di Dio è dentro di lui come un «fuoco ardente» che non può essere trattenuto. La fedeltà alla missione gli procura derisione, isolamento e persecuzione, specialmente da parte del sacerdote Pascur. Le parole dei suoi avversari feriscono profondamente la sua dignità e lo conducono a sfogare davanti a Dio tutta la sua amarezza. Tuttavia, anche nel momento della massima sofferenza, Geremia non perde la fede: continua a credere che il Signore salva i poveri e che il suo amore è più forte della malvagità umana. L’intero brano è segnato da una forte tensione tra fiducia e disperazione. Da un lato il profeta proclama che il Signore è al suo fianco come un guerriero potente; dall’altro arriva a maledire il giorno della propria nascita. In lui fede e angoscia convivono senza annullarsi reciprocamente, mostrando la profondità della sua relazione con Dio. Le confessioni di Geremia rivelano così il carattere drammatico della vocazione profetica: essa non coincide con il successo, la serenità o il riconoscimento, ma può comportare contraddizione, solitudine e apparente fallimento. Eppure proprio in questa esperienza emerge la verità della missione: la fedeltà del profeta non si misura dai risultati ottenuti, ma dall’obbedienza perseverante alla parola ricevuta da Dio.

Salmo responsoriale (Sal 68)
Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.

Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli,
uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,
nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore;
volgiti a me nella tua grande tenerezza.
Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri
non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra,
i mari e quanto brùlica in essi.
Lo zelo per Dio nella prova
Il Salmo 68 è una supplica individuale appartenente al genere dei salmi di lamentazione, nella quale un giusto perseguitato si rivolge a Dio in mezzo alla sofferenza. Collocato nel secondo libro del Salterio (Sal 42–72), esso rappresenta una delle preghiere più intense dell’Antico Testamento e, per la sua profondità spirituale, è uno dei salmi maggiormente ripresi nel Nuovo Testamento per illuminare la passione di Cristo. Il salmista si presenta come un uomo colpito dall’ostilità degli altri non per proprie colpe, ma a causa della sua fedeltà a Dio: «Mi divora lo zelo per la tua casa». L’amore per il Signore diventa motivo di incomprensione, isolamento e persecuzione. La liturgia propone alcuni versetti che mettono in evidenza il passaggio dalla sofferenza alla fiducia. Il credente, pur coperto di vergogna e considerato un estraneo persino dai propri familiari, continua a rivolgersi a Dio con una preghiera fiduciosa, certo che il Signore ascolta i poveri e non abbandona chi è nella prova. La lamentazione si apre così alla speranza e alla lode, fino a coinvolgere l’intera creazione nell’inno al Dio che salva. Come Geremia, anche il salmista sperimenta l’ostilità degli uomini a causa della propria fedeltà alla missione ricevuta. Entrambi conoscono la solitudine, il disprezzo e l’umiliazione; entrambi, tuttavia, trovano nel Signore il loro rifugio. Il «prode valoroso» che sostiene Geremia è lo stesso Dio che ascolta il grido del povero evocato dal salmo. In tal modo la liturgia mostra che la vera fede non consiste nell’assenza della prova, ma nella perseveranza fiduciosa di chi, pur attraversando l’oscurità, continua a consegnare la propria causa nelle mani del Signore.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 5,12-15
Il dono di grazia non è come la caduta.

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.
L’umiltà dall’umiliazione
La disgrazia del peccato accomuna tutti gli uomini che sono mortali. In quanto tali essi sono caduchi, ovvero inclini a cadere e rimanere per terra o sprofondare negli inferi. La grazia viene attraverso Gesù in quale, cadendo sotto il peso della croce, si fa prossimo a chiunque ha una battuta di arresto per rialzarlo e condurlo al Padre. La demonizzazione è l’identificazione del peccato con chi pecca; mentre la grazia si identifica con Gesù Cristo che, cadendo come ogni peccatore (anche senza esserlo), cade sugli uomini come la rugiada o balsamo. Gesù cade come il chicco di grano nella terra per morire e fecondarla. Con il peccato ci si abbassa al livello delle bestie, mentre con la grazia di Dio ci si abbassa per servire. L’umiliazione del peccato è cosa diversa dall’umiltà del servizio. Spesso, però, umiliazione e umiltà vanno di pari passo, perché solo chi vive la sofferenza con Cristo può essere capace di conversione e di umiltà.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 10,26-33
Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Lectio
Con 10,5 inizia il secondo discorso di Gesù nel vangelo di Matteo. È chiamato missionario perché contiene le istruzioni che il Maestro dà agli apostoli. Dopo un’introduzione narrativa (10, 1-4) il discorso si sviluppa attorno a tre temi: il compito dei missionari (vv. 5b-15), la persecuzione (vv. 16-33), la missione di Gesù e la condizione per partecipare ad essa (vv. 34-42). La pericope che prendiamo in considerazione è posta nella parte centrale del discorso. Prima di parlare della persecuzione Gesù usa quattro immagini per esortare i discepoli ad essere missionari intelligenti e miti. Pur tra le difficoltà, essi devono imparare a cogliere l’opportunità di annunciare il Vangelo anche con le parole, se necessario, ma soprattutto con un atteggiamento coraggioso. Il coraggio non viene dalla sicurezza in sé stessi, che sfiorerebbe la temerarietà, ma dalla piena e incondizionata fiducia in Dio. La persecuzione, accennata già nelle beatitudini (Mt 5, 11-12), avviene a più livelli: familiare (10, 21.35-37), giudaico (10,17) e pagano (10, 18). Mantenendo un cuore puro, sgombro dall’orgoglio autoreferenziale, il discepolo sarà in grado di ascoltare la voce dello Spirito e assecondarlo. Similmente, non si scoraggerà davanti agli ostacoli posti dai familiari, ma persevererà nella sua scelta di seguire il Maestro fino alla fine. Due detti chiudono la prima parte del discorso riguardante il tema della persecuzione. L’atteggiamento del perseguitato non è passivo ma, come fa il serpente quando è in pericolo, deve proteggere la sua vita scappando. La fuga non è lontano da Dio ma dal male. Difronte alla tentazione si deve fuggire e rifugiarsi nel Signore, pregando. Come ha fatto Gesù. Infatti, il secondo detto specifica che la triste vicenda che riguarda i discepoli ha coinvolto anche Gesù fino al momento finale con la sua passione e morte. Risorto dai morti, Gesù mostra ai discepoli il potere di cui è stato investito e che esercita nei confronti dei discepoli perseguitati. Come la sofferenza e la morte di Gesù lo hanno condotto alla gloria della risurrezione, così anche i discepoli devono essere certi che la persecuzione di cui sono oggetto non si concluderà con la sconfitta ma con la vittoria che il Figlio di Dio viene a donare. Perciò, Gesù è per i discepoli missionari il modello di saggezza e mitezza da imitare nelle prove della vita. Egli non è solo colui, come il Battista, che precede i suoi discepoli nella sofferenza della persecuzione, ma è anche l’Emmanuele, il Figlio di Dio che viene per stare con i suoi e accompagnarli nella loro via crucis.
La pericope evangelica di questa domenica è strutturata in due parti:
A – vv. 26-31: no alla paura degli uomini, sì al timore di Dio
No alla paura dei calunniatori (vv.26-27)
No alla paura degli uccisori (v.28)
No alla paura di Dio (vv.29-31)
B – vv. 32-33: giudizio finale
Nella prima parte della pericope (A) per quattro volte ricorre il verbo «aver paura», tre volte al negativo e una al positivo. I discepoli non devono aver paura di coloro che bestemmiando infangano il nome di Gesù e quello dei discepoli. È un dato di fatto che ci sono persone, familiari ed estranee, che accecate dall’invidia stravolgono la verità. Il padrone di casa viene identificato con il capo dei demoni accusando i suoi discepoli di essere accoliti del Maligno (v.25b). Come reagire alla calunnia? I discepoli, assistendo alla lotta che Gesù ha ingaggiato con i suoi detrattori, hanno imparato da lui a perseverare nella missione e a confidare nell’aiuto di Dio. Gesù, mite e coraggioso, con il suo atteggiamento forma le coscienze dei suoi discepoli affinché essi, trovandosi in situazioni simili siano coraggiosi e miti. La fede non può essere confinata nello spazio della devozione privata, ma alla preghiera, con la quale ci si rifugia in Dio, fa seguito un modo di vivere fatto di gesti e parole che non rivelano la propria rabbia ma la Parola di Dio. La spiritualità non è da confondersi come fuga dal mondo ma come rifugio a partire dal venire allo scoperto, parlando e agendo con parresìa. Nel cuore dei discepoli, come insegna la Pasqua di Gesù, non deve prevalere la paura ma la fede in Colui che porta a compimento il progetto di Dio, desiderio di vita.
La fede sconfigge la paura di morire. La storia dice che i profeti di Dio muoiono. La Pasqua di Gesù afferma che per quanto gli uomini possano uccidere il corpo, non possono far morire la vita che risiede nello spirito di Dio. Il corpo mortale, destinato comunque a perire, può essere oggetto della violenza degli uomini che, però non intacca l’integrità dello Spirito. Tuttavia, il desiderio di vita, che è proprio di Dio, può diventare desiderio di morte quando per paura si consegna la propria libertà al demonio. La fede è il timore del Signore che è anche il principio della saggezza grazie alla quale nella prova non ci si concentra in sé stessi o non ci si concede a colui che sembra il più forte. La fede è il coraggio di cedere a Dio e abbandonarsi a Lui, certi che con Lui la vita non muore ma viene salvata.
Il saggio osserva la natura biologica e sociale, si lascia interrogare da essa per trarre indicazioni utili per la propria vita. Ciò che agli occhi degli uomini appare disprezzato e senza valore come due passeri, il cui prezzo era un sedicesimo di talento, paga giornaliera di un operaio, agli occhi di Dio invece ha un valore grande, immenso come il sacrificio di Cristo consumato sulla croce. La propria missione può apparire fallimentare agli occhi dei discepoli perseguitati. Tuttavia, Gesù invita ad avere fede confidando nella provvidenza di Dio che si prende cura delle sue creature. Le vicende storiche, anche le più dolorose, sono poste sotto l’attenta osservazione di Dio che in Gesù Cristo non lascia infruttuoso anche il minimo gesto di amore.
Nella seconda parte della pericope Gesù crea un ponte tra il piano storico e quello metastorico, tra la relazione con gli uomini e quella con Dio. I due rapporti s’intrecciano garantendo una continuità tra l’oggi e il compimento del tempo. Chi coltiva la fede in Gesù, riconoscendolo nella storia come Maestro e Signore, da Lui riceve la partecipazione alla gloria che il Padre gli dà. Al contrario, chi si tira indietro e rinnega la fede per paura, si autocondanna ad una condizione di solitudine dalla quale può essere salvato solo se si converte e cerca in Dio il sostegno e il premio della vita eterna. Il riconoscimento o il rinnegamento di Gesù davanti al Padre è la conseguenza della scelta di vita del discepolo, se vivere “privatamente” la propria fede o narrarla, nonostante tutto, perché possa essere utile alla causa del regno Dio.

Meditatio
Segni di riconoscimento

Con i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucaristia, ci viene donato dal Padre, per mezzo di Cristo, lo Spirito Santo. Grazie a Lui diventiamo profeti inviati nel mondo per essere portatori della Parola di Dio che lo illumina e lo sana. Benché Dio ci ami come uno sposo che rimane fedele alla sua sposa incline al tradimento, gli uomini facilmente si lasciano sedurre dal maligno. Egli si oppone strenuamente all’azione di Dio e inganna gli uomini perché si perdano. L’amore benevolo e fedele di Dio è rivolto a tutti, come il sole che sorge sui cattivi e suoi buoni e la pioggia che cade sui cattivi e suoi buoni; similmente la malizia del nemico attacca tutti, a partire non dai cattivi, ma dai buoni, cioè da coloro che cercano di mantenersi fedeli nel servizio al Signore.
Dio nella sua misericordia aiuta, nella sua benevolenza consola, nella sua umiltà perdona, nella sua potenza crea e dona vita, mentre il Maligno nella sua malvagità insinua dubbi, nella diffidenza giudica e condanna, nella sua disperazione induce all’avidità e all’attaccamento ai beni materiali.
Gesù nel vangelo si rivolge ai suoi discepoli, quelli che fanno della loro vita un cammino di formazione continua per essere nel mondo segno vivo dell’amore di Dio. La strada del discepolato è la via nella quale i cristiani incontrano i fratelli per dare loro non la propria parola o la propria potenza, ma quelle del Vangelo, «sapienza di Dio e potenza di Dio» (Rm 1,16).
Attraverso la missione degli apostoli Dio continua a visitare il suo popolo e ad incontrare l’uomo per offrirgli il suo amore e con esso la possibilità di salvarsi, facendosi liberare dal peccato e vincendo la morte. Dio non solo si dona a uomini peccatori e mortali perché vivano e imparino ad amare, ma si affida agli stessi uomini fragili e deboli perché, attraverso la loro povertà possano portare a tutti la grazia di Dio.
Per usare un’immagine cara a san Paolo, noi siamo come vasi che contengono un grandissimo tesoro. Siamo fragili e vulnerabili come la terracotta, ma abitati dal tesoro della grazia di Dio. Gli uomini che si oppongono a Dio potranno anche rompere ciò che comunque è destinato a perire, ma non potranno rubare il tesoro, a meno che noi stessi, disperdendo la ricchezza dell’amore di Dio ci ritroviamo a custodire un vaso vuoto che, se non si rompe prima sotto i colpi inferti dall’esterno, finisce per essere distrutto a causa della corruzione interna.
Gesù ci invita a non aver paura della nostra debolezza che ci rende vulnerabili, né della presunta forza degli avversari il cui potere nocivo è limitato. Ma dobbiamo seriamente temere l’azione del demonio che usa sia lo strumento della minaccia che atterrisce sia quello della seduzione che inganna. Entrambi questi mezzi inducono l’uomo al peccato che conduce alla morte dell’anima. L’anima è nell’uomo la scintilla del fuoco divino cioè dello Spirito che crea sane relazioni di amore. Il demonio e i suoi accoliti hanno certamente un potere sul corpo. È un potere limitato come lo è l’esistenza del corpo fatto di carne. Il potere di Dio è illimitato ed eterno come è il suo amore il cui sigillo è impresso nell’anima di ogni persona. Il demonio odia Dio e tenta di ucciderlo dentro di noi, di strapparlo dal nostro cuore.
Il demonio agisce attraverso chi è accecato dall’avidità di guadagno e inasprito dall’ideologia del potere. Nel segreto dei conciliaboli ristretti o nei palazzi dove si scrivono le regole del vivere civile, si elaborano progetti di morte, perché l’insegnamento e l’azione del Vangelo, annunciato dai profeti, confligge con i propri interessi di parte e ostacola disegni elaborati con il sangue della povera gente.
La violenza usata contro gli uomini del Vangelo è tanto più virulenta quanto più potente è la forza dell’amore che muove i profeti a mettere in campo iniziative per compiere la giustizia, risollevare la fronte degli umiliati, restituire dignità e speranza agli sfruttati, dare futuro a quelli che sono incatenati a strutture di potere obsolete e caduche.
Un altro modo, più sottile, per chiudere la bocca agli apostoli di Cristo, e legare loro mani e piedi, è la seduzione del denaro e la strategia dell’accontentare richieste che riguardano il possesso di beni mobili o immobili oppure ispirare o assecondare mire carrieristiche. Tutto ciò che distrae la Chiesa dal suo interesse primario, che è la cura della persona, la condanna ad essere irriconoscibile. Lo diventa quando scivola sul piano della polemica e della rivendicazione e non rimane invece su quello della carità che non si misura sulla quantità delle cose fatte ma sulla umanità di cui esse sono impregnate.
Il cristiano diventa irriconoscibile, quando si lascia distrarre dalla paura e smette di sognare con Dio. La paura aumenta di pari passo con la irriconoscenza, cioè con la mancanza di gratitudine verso Dio dal quale tutto riceviamo in dono. Infatti, se dimentichiamo che tutto è grazia di Dio, e il suo dono è per sempre, si fa spazio dentro di noi l’idea che quello che si ha lo si è faticosamente conquistato con le sole proprie forze e con propri meriti; ci si attacca morbosamente alle cose, alle funzioni o alle persone e per non perderle le si difendono nello stesso modo con cui altri cercano di distruggere o impossessarsi di ciò che ci appartiene.
La paura è generata non tanto dalle minacce esterne, ma dall’incrinamento interiore del rapporto di fiducia e di gratitudine con Dio.
Confessare la propria fede davanti agli uomini non significa “difendere Dio”, o sé stessi, con le stesse armi di coloro che lo attaccano. L’annuncio del Vangelo diventa veramente audace quando si fa preghiera rivolta a Dio davanti agli uomini, cioè per loro. Gesù sulla croce, attaccato, umiliato, ucciso, prega il Padre perché nel tempo della prova, in cui sembrano prevalere le tenebre, sorga il sole della giustizia e nel tempo del silenzio della verità si elevi la voce dell’amore.
Gli uomini riconosceranno i cristiani, e in essi il volto di Dio, dal modo e dal tempo in cui pregano non per salvare la propria pelle, ma perché tutti i fratelli si salvino dall’inganno del peccato che porta alla morte.
Nel tempo dell’angoscia e della prova i missionari pregano affidando la propria vita a Dio guidati dalla speranza e non dalla paura.
La Parola interpella la vita
Quali sono oggi le paure che più facilmente mi impediscono di testimoniare il Vangelo con libertà e serenità?
In quali situazioni rischio di fidarmi più delle mie sicurezze, delle mie capacità o dei miei beni che della provvidenza del Padre?
Attraverso quali atteggiamenti concreti le persone che incontro possono riconoscere in me il volto di Cristo?

Oratio
Signore Gesù,
Parola eterna uscita dal cuore del Padre,
quando la paura oscura il mio cammino,
ricordami che nulla sfugge al tuo sguardo
e che la tua verità non conosce tramonto.
Tu che nella prova non hai cessato di amare,
confermami nella fiducia del Padre,
quando il peso della croce si fa gravoso,
quando l’incomprensione ferisce il cuore,
quando il dubbio bussa alla porta della speranza.
Liberami dall’inganno che seduce
e dalla paura che paralizza,
custodisci in me il dono del tuo Spirito,
perché nessuna minaccia del mondo
mi separi dalla tua amicizia.
Insegnami a riconoscerti e a confessarti
con le parole, con le opere e con la vita,
perché seguendo le tue orme fino alla fine
possa essere accolto nella casa del Padre
e partecipare alla gioia dei tuoi santi. Amen.