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STEMMA

Blasone: D’argento, alla vite fruttifera e fogliata di tre pezzi al naturale, nodrita dalla pianura di verde, e sormontata da tre stelle d’azzurro a cinque punte male ordinate; cappato ritondato: nel 1° di rosso, al libro aperto d’argento attraversato da una spada posta in palo dello stesso; nel 2° d’azzurro, all’ombra di sole d’oro caricata dalla legenda CHARITAS di nero, ogni sillaba su una riga.

Lo scudo accollato ad una croce astile trifogliata d’oro gemmata di otto pezzi di rosso, e timbrato da un cappello prelatizio a dieci nappe per lato, il tutto di verde.
Motto: OMNIUM ME SERVUM FECI.

Spiegazione simbolico-teologica

A cura di  Don Antonio Pompili, Socio ordinario dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano

 

Lo stemma di Mons. Caiazzo, come è in uso comune per gli stemmi episcopali di nuova creazione, richiama in una sintesi simbolico-raffigurativa, le origini del titolare, la sua storia, ma anche i suoi valori spirituali e il suo programma pastorale.

In modo particolare la simbologia ruota attorno alla figura di Cristo Servo, il quale, secondo l’insegnamento di San Paolo, “pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce”. (Fil 2,6-8). Servire è la parola che, da sola, può riassumere tutta la vita di Gesù Cristo. Egli “non è venuto per essere servito ma per servire” (Mc 10,45); si è messo a servizio degli uomini fino a dare per essi la sua vita. Come Gesù il Vescovo deve esser servo dell’Evangelo, servo di quell’umanità che è ad immagine e somiglianza di Dio, icona di Dio. Volto della misericordia del Padre (Cf. Papa Francesco, Misericordiae Vultus, 1).

Questo messaggio fondamentale è espresso attraverso la composizione di smalti e figure che compongono il campo principale. Le due “cappe” innalzano invece delle figure poste a simboleggiare santi cari al titolare che nello spirito di autentico servizio hanno condotto la loro vita e la loro testimonianza cristiana.

L’argento del campo principale è il metallo che nella sua candida luminosità può meglio richiamare la trasparenza del cielo e l’idea cristiana della rivelazione. Dio ha mandato dal cielo il suo Figlio,che “è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la Rivelazione” (Dei Verbum, 2). Gesù è Logos incarnato e il discepolo è chiamato a “rimanere” in piena comunione con il Figlio di Dio, cioè amare e ricevere l’amore (agapê) proprio di Dio. Il Vangelo di Giovanni utilizza l’immagine della vite per indicare l’unione profonda e inscindibile tra Cristo e i discepoli, i quali accolgono la vita divina offerta dal Verbo incarnato, entrando nel mistero di conoscenza e amore che lega le Persone divine:

“Io sono la vite e il Padre mio è l’agricoltore… Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e poi secca: poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto”.

Gesù presenta l’immagine naturale della vite che indica la perfetta unione divino umana in Cristo ed ha come conseguenza la circolarità dell’amore dato e ricevuto “con tutto se stessi”. Il valore spirituale che sottostà a questa significativa metafora della vita e i tralci (Gv 15) si concentrano sul modello di Cristo servo sofferente che si dona in modo esclusivo per l’umanità, rimettendosi nella volontà del Padre. Nell’Antico Testamento la vite/vigna rappresentava il popolo eletto (cf. Is 5:1-5, Sal 80, Ez 19:10), nel vangelo di Giovanni la vite in quanto simbolo di Gesù e dei credenti indica il nuovo popolo di Dio, che possiede come nuova legge l’amore vicendevole.

La vite, con l’immagine dell’agricoltore che ad essa è direttamente legata nella similitudine giovannea, ricorda inoltre nello stemma le origini contadine dell’Arcivescovo.

Queste origini sono richiamate anche dalla pianura di verde su cui è “nodrita” la vite. La pianura (una campagna “diminuita” a metà, dove per campagna nel blasone si intende una ‘pezza onorevole’ occupante la terza parte inferiore del campo dello scudo) richiama l’impegno di un Vescovo, ma anche di ogni cristiano, a partecipare all’opera di Cristo nel mondo. Ogni uomo è chiamato a lavorare la sua parte di “terra”: è questo il suo servizio, la sua liturgia; si è servi perché chiamati, si è servi perché graziati, si è servi per libera offerta, si è servi per amore, si è servi perché Gesù Cristo, il Signore, è servo. Questi simboli richiamano una magnifica storia d’amore, vissuta giorno dopo giorno in una famiglia con semplicità.

Le tre stelle vogliono alludere al mistero della Trinità. Il cuore stesso del mistero di salvezza si fonda sul mistero della santa Trinità. Gesù rivela l’amore perfetto e infinito del Padre celeste che crea e salva inviando il Figlio nel mondo, nella carne, nella condizione umana più umile (B. Bobrinskoy). In molte icone la figura di Gesù bambino copre una delle stelle, simboleggiando l’incarnazione del Figlio di Dio, seconda hypostasis della Santa Trinità. Lo Spirito Santo continua nei credenti la missione di Cristo (cf. Gv 16,12-15), attualizzando nella loro vita i suoi valori, e rendendoli capaci di compiere le sue opere e di vivere il suo stesso amore, nel vicendevole servizio, secondo il suo esempio, quello che ha lasciato nell’ultima cena (cf. Gv 13,15).

Le tre stelle hanno un secondo significato: compaiono sul capo e sulle spalle della Vergine nelle icone: simbolo della castità di Maria (Aeiparthenos), la sua verginità perpetua prima, durante e dopo il parto. Le tre stelle sono presenti nelle icone che stanno accompagnando la vita dell’Arcivescovo: della Madonna Greca (patrona di Isola di Capo Rizzuto, città di origine), della Madonna di Capo Colonna (patrona dell’Arcidiocesi di Crotone – S. Severina, Chiesa di origine), della Madonna della Bruna (patrona dell’Arcidiocesi di Matera – Irsina, Chiesa del servizio episcopale). L’azzurro delle stelle ben si spiega, vista la valenza mariana di questo colore.

Nella prima ‘cappa’, su un campo di rosso (colore evocante la carità, cioè la pienezza dell’amore, ma anche la suprema testimonianza del martirio) troviamo un libro aperto allusivo alla Parola di Dio che, accompagnato dalla presenza della spada posta in palo (cioè secondo l’asse verticale dello scudo), richiama anche la figura di San Paolo Apostolo.

La Parola di Dio, già udibile nella prima alleanza, è diventata visibile in Cristo (cf. Gv 1,14; 1Gv 1,1-3; Eb 1,1-3).

In Gesù la Parola di Dio assume i significati che egli ha dato alla sua missione: ha per scopo di far entrare nel Regno di Dio (cf. Mt 13, 1-9); si manifesta nelle sue parole ed opere; esprime la sua potenza nei miracoli; ha il compito di animare la missione dei discepoli, sostenendoli nell’amore a Dio e al prossimo e nella cura dei poveri; rivela la sua piena verità nel mistero pasquale, in attesa dello svelamento totale; ed ora guida la vita della Chiesa nel tempo.

La Parola di Dio è viva e dinamica, è una forza che muove le cose, capace di penetrare là dove non può la parola umana: arriva nelle parti più inaccessibili di noi stessi. È in grado di trasformare lo spirito, penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito come ricorda un suggestivo passaggio della lettera agli Ebrei (Eb 4,12).

San Paolo, uomo che si dedica alla verità, fino in fondo, non vuole utilizzare nessun’altra arma di conquista se non la parola di Dio, che considera la “sua spada”. La spada rappresenta il martirio di San Paolo: fu decapitato quale privilegio spettante ai cittadini romani, ma anche “la spada dello Spirito, cioè  la parola di Dio” (Ef 6,17) che Paolo annuncia ai gentili, cioè ai popoli di cultura greco-latina, considerati pagani dagli ebrei. Tutta la sua vita la spende al servizio della Parola di Dio, facendosi servo di tutti, ad immagine di Cristo Servo (come viene esplicitamente ricordato dal motto episcopale che completa lo stemma).

Il riferimento all’Apostolo delle genti ricorda che Mons. Caiazzo è stato Parroco di San Paolo Apostolo a Crotone prima della nomina episcopale.

L’azzurro della seconda cappa richiama il mare. Ancora c’è un riferimento alla terra di origine del titolare, bagnata dal mare. Ma viene richiamato anche un grave male dei nostri giorni, quello dell’indifferenza. Nel mare dell’indifferenza del nostro tempo spicca come un sole la figura di S. Francesco da Paola, il santo eremita, Patrono della Calabria, che operava prodigi a favore di tutti, in particolare dei poveri e degli oppressi. Troviamo infatti un’ombra di sole (così si chiama nel linguaggio blasonico il sole quando viene raffigurato privo delle sembianze del volto umano, caratteristiche nella ordinaria raffigurazione araldica dell’astro), caricato dalla legenda CHARITAS. Si tratta del motto programmatico, poi diventato insegna dell’Ordine dei Minimi fondato da S. Francesco da Paola, che la tradizione vuole sia stato indicato al santo fondatore dall’Arcangelo Michele, in visione, ai primordi della fondazione nell’eremo primitivo di Paola.

 

Dagli scritti del Santo leggiamo:

1. Dove è amore e sapienza, ivi non è timore né ignoranza.

2. Dove è pazienza e umiltà, ivi non è ira né turbamento.

3. Dove è povertà con letizia, ivi non è cupidigia né avarizia.

4. Dove è quiete e meditazione, ivi non è affanno né dissipazione.

5. Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa, ivi il nemico non può trovare via d’entrata.

6. Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità né durezza.

 

Nella preghiera e nella contemplazione s’impara ad avere un cuore di amore per gli uomini, soprattutto quando si sperimenta di essere amati da Dio. Allora siamo in grado di dare questo amore agli altri, e desideriamo di farlo conoscere, come ha fatto il Figlio di Dio, secondo la sua stessa dichiarazione nella “preghiera sacerdotale” riportata dal Quarto Vangelo (cf Gv 17,26).

Quanto al motto, esso è desunto da una dichiarazione di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero” (1Cor 9,19). Si tratta di una frase programmatica con la quale l’Apostolo delle genti presenta l’attuazione paradossale del proprio statuto di libero annunciatore del Vangelo di cui parla all’inizio del capitolo 9. Proprio nel suo porsi al servizio come schiavo di tutti Paolo mostra la sua libertà da tutti. E questo paradosso trova la sua logica nello scopo che egli persegue: “guadagnarne molti”, dove il verbo guadagnare (kerdanein) è posto in parallelo con “salvare” (9,23). Nel suo servizio l’Apostolo esprime dunque il primato della carità sulle stesse esigenze del diritto che poteva avanzare come Apostolo, a partire dal sostentamento che gli sarebbe spettato e al quale, come ad altri privilegi, aveva rinunciato.