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Cattedrale di Matera – 4 giugno 2026

Carissimi fratelli e sorelle, carissimi sacerdoti,

vi confesso che per me celebrare il Corpus Domini è sempre un po’ impegnativo. Lo vivo come una festa molto impegnativa perché, da una parte, è la festa della celebrazione del grandissimo dono, dell’infinito dono dell’Eucaristia.

Ma ti rendi conto che il Figlio di Dio ti nutre giorno per giorno?

Dall’altra parte, però, è anche la festa nella quale sento che mi viene chiesto conto di ciò che faccio del Cristo che mangio ogni giorno. Perché ogni dono di Dio è anche un impegno e una responsabilità personale di condivisione.

C’è un piccolo libro che il cardinale Caffarra aveva scritto e che portava questo titolo: Cristiano, che ne hai fatto di Cristo? E questa festa, per me, oggi è quasi un modo per dire: «Cristiano, che ne fai del Cristo di cui ti nutri giorno per giorno?».

Le letture ci aiutano a entrare ancora meglio nel significato di questa festa.

Abbiamo ascoltato nel libro dell’Esodo una parola molto forte: «Ricordati!». Cioè: fai ritornare nel tuo cuore e nella memoria del tuo cuore non solo chi sei, ma anche ciò che il Signore ha fatto per te, direttamente o attraverso i tuoi padri, e che comunque riguarda la tua vita.

Ti ha accompagnato nel deserto, ti ha nutrito con la manna, ti ha preservato dai pericoli del cammino.

Ricordati che non puoi nutrirti soltanto di pane.

Applicando questo appello a noi oggi qui riuniti, è come se il Signore ci dicesse: ricordati della storia che ha fatto e continua a fare nella tua vita. Fai tornare nel tuo cuore i grandi benefici di Dio, i doni di Cristo stesso. E ricordati che la vita è un deserto, con tutte le sue prove e le sue fatiche, e che non puoi illuderti di nutrirti soltanto del pane terreno.

Ricordati che sei stato nutrito, sei nutrito e devi continuare a essere nutrito dal Signore stesso; altrimenti ti illudi di nutrire soltanto il tuo corpo.

Nella vita sei chiamato a essere nutrito sia dal pane terreno sia dalla relazione con il tuo Dio, dalle parole che il tuo Dio ti rivolge.

Noi, in questa epoca, viviamo un piccolo pericolo. Quando siamo troppo sazi nel corpo, non avvertiamo più sufficientemente la fame dello spirito. Anzi, quando ci nutriamo abbondantemente del pane materiale, rischiamo di soffocare la fame dello spirito.

Viviamo così in un’epoca nella quale, forse come mai prima, l’umanità ha conosciuto tanta abbondanza di pane terreno e, allo stesso tempo, tanta fame di vita autentica.

L’insoddisfazione, la mancanza di senso e le malattie dello spirito che vediamo attorno a noi non sono altro che il sintomo di una fame dello Spirito non autenticamente saziata.

Ecco perché il monito «Ricordati!» è così importante. Fai tornare nel tuo cuore che devi nutrirti del pane terreno, ma anche del pane dello Spirito e della Parola di Dio. Altrimenti, nel deserto dell’esistenza, non reggerai.

Poi c’è il secondo passaggio, nella seconda lettura: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo».

Noi tutti ci nutriamo dell’unico pane e dell’unico calice, dell’unico Corpo e dell’unico Sangue di Cristo. Per questo siamo nella stessa comunione.

Vedete, la comunione non è una semplice espressione devota che possiamo usare e che rischia perfino di diventare inflazionata. Non si tratta soltanto di dire che dobbiamo camminare in comunione. La realtà è più profonda: sacramentalmente siamo già uniti nell’unico Corpo e nell’unico Calice.

Questa unità sacramentale, però, deve essere manifestata e concretizzata nella vita quotidiana.

Più è vissuta nella quotidianità, più diventa credibile agli occhi degli altri. Più invece viene negata nella vita concreta, più diventa una contro testimonianza della potenza del sacramento dell’Eucaristia.

Ecco perché questa festa ci interpella profondamente.

La comunione all’unico Corpo e all’unico Calice coincide davvero con relazioni vissute in modo sano, autentico, veritiero, umile, non prepotente?

Se non è così, oggi è il giorno in cui dobbiamo accostarci all’Eucaristia con maggiore tremore e con maggiore timore.

La testimonianza che offriamo al mondo, a coloro che non credono o che non vivono la vita ecclesiale, si gioca attraverso la qualità delle nostre relazioni quotidiane. Relazioni coerenti con la comunione dell’unico Corpo e dell’unico Calice.

È una grande responsabilità e, nello stesso tempo, una grande vocazione.

Nel Vangelo Gesù dice: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita».

Questa affermazione richiama il «Ricordati!» della prima lettura.

Se non mangiate me, non avrete la vita piena e autentica.

In realtà, più che mangiare noi l’Eucaristia, la nostra vocazione è lasciarci mangiare dall’Eucaristia, cioè lasciarci divinizzare, trasformare interiormente.

Il cristiano che riceve l’Eucaristia diventa un tabernacolo vivente nel quotidiano ed è chiamato a far risplendere, attraverso la propria vita, la gloria di Cristo risorto.

Siamo più mangiati dall’Eucaristia che mangiatori dell’Eucaristia, perché è lei che ci dona la vita piena dal di dentro.

Tuttavia, se dimentichiamo la grandezza di questo dono, l’Eucaristia rischia di diventare una semplice abitudine, una pratica vissuta nella monotonia e nella banalità.

La sua efficacia rimane, ma rischia di non incidere sufficientemente sulla nostra umanità se questa non si apre alla grazia di Dio.

Paradossalmente, si può ricevere l’Eucaristia per tutta la vita senza lasciarsi realmente trasformare da essa. Perché è necessaria un’adesione libera, quotidiana, consapevole e piena di stupore.

Oggi proporremo anche la processione del Corpus Domini.

Non è un semplice ornamento rituale che sa di medioevo, né un gesto di trionfalismo religioso.

La compiamo umilmente e con convinzione interiore per testimoniare agli altri: «Guarda, questo è il pane della vita. Io mi nutro di questo pane e ho visto la differenza tra il nutrirmene e il privarmene. Ti invito a gustarne la bellezza e la dolcezza».

Questo è il senso della processione.

Più che un rito trionfale, è un gesto di fede e di annuncio. È la cosa più preziosa che possediamo e, una volta all’anno, la proponiamo pubblicamente per condividerla con tutti.

È quasi un invito rivolto agli altri: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore».

Usciremo dunque in processione come annuncio umile. Diremo con la nostra presenza: «Questo è il pane che dà vita a me. Quanto vorrei che anche tu sentissi la fame di questo pane. Quanto vorrei poter celebrare insieme a te l’Eucaristia».

Per questo diciamo di essere il Corpo mistico di Cristo risorto: nell’assemblea eucaristica diventiamo realmente una cosa sola.

La processione è allora annuncio, desiderio e preghiera per coloro che ancora non sentono questa fame.

Ma è anche un’occasione per renderci conto della presenza e della vicinanza del Signore, per contemplarlo e stupirci ancora una volta di Lui.

Quando un dono viene dato per scontato, non se ne coglie più la grandezza.

I sacerdoti lo sanno bene. Talvolta quanto sforzo è necessario per celebrare l’Eucaristia con piena consapevolezza e presenza a sé stessi.

Quanta fatica richiede mettere da parte tutto il resto, portare sull’altare il peso dell’umanità incontrata e accompagnata, e dire: «Signore, solo Tu puoi salvare».

Solo allora il cuore si libera davvero, nella consegna e nello stupore della celebrazione.

Allora, carissimi, l’Eucaristia è il più grande dono che il Signore poteva lasciarci.

Come sto vivendo la mia comunione con gli altri nelle relazioni quotidiane?

Sento ancora la stessa fame del Signore che avevo agli inizi del mio cammino di fede?

Oppure sono scivolato nel grigiore della routine e nell’abitudine che rende scontato il dono dell’Eucaristia?

Tra poco tenderemo le mani come mendicanti.

Questo è il significato profondo del ricevere l’Eucaristia sulle mani: presentarsi davanti a Dio come poveri che hanno bisogno di essere nutriti.

«Signore, se Tu non mi nutri, io non ho vita».

Ringraziamo allora il Signore per questo immenso dono, che non si stanca mai di offrirci e con il quale continua a nutrirci.

È come se ci dicesse continuamente:

«Se oggi non ti sei lasciato trasformare da me, forse lo farai domani».

E Lui continua, insiste, persevera nella sua opera di trasformazione e di divinizzazione dell’uomo, come amano dire i Padri dell’Oriente.

 

✠ Mons. Benoni Ambarus