Seleziona una pagina

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B) – Lectio divina

At 1,1-11   Sal 46   Ef 4,1-13  

Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre,

per il mistero che celebra in questa liturgia di lode,

poiché nel tuo Figlio asceso al cielo

la nostra umanità è innalzata accanto a te,

e noi, membra del suo corpo,

viviamo nella speranza di raggiungere Cristo,

nostro capo, nella gloria.

Egli è Dio, e vive e regna con te,

nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.

Dagli Atti degli Apostoli At 1,1-11

Fu elevato in alto sotto i loro occhi.

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.

Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».

Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».

Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

La consacrazione di Cristo e della Chiesa

L’evangelista Luca richiama la prima parte della sua opera nella quale ha narrato la missione di Gesù presentandola come un «esodo» iniziato col Battesimo nel fiume Giordano e culminato con l’ingresso nel cielo. La seconda parte dell’opera di Luca si concentra sul cammino e la missione della Chiesa che è pure un «esodo». I racconti di Lc 24 e quelli di At 1 sono sovrapponibili; i due angeli vestiti di bianco, il Risorto che istruisce i discepoli, lo stare a mensa e l’essere sottratto allo sguardo sono punti di contatto tra le due versioni degli eventi pasquali. Ciò che in Lc 24 si svolge nel «terzo giorno», in At 1 avviene in 40 giorni. Questo è un numero simbolico e sta ad indicare che la Pasqua di Gesù ha inaugurato un tempo nuovo nel quale i suoi discepoli sono chiamati ad essere protagonisti di questo rinnovamento. Si tratta non solo di imparare a gestire l’epoca del cambiamento ma di vivere a pieno il cambiamento di epoca, ovvero a lasciarsi convertire dalla Parola per essere testimoni credibili del Vangelo e operatori di Verità.

In Lc 24 Gesù si mostra vivo ai suoi discepoli riuniti nel cenacolo. Ad essi rivolge l’invito ad attendere l’investitura dello Spirito Santo per essere nel mondo testimoni della misericordia di Dio che trasforma il cuore degli uomini e li rende costruttori del Regno.

Oggetto dell’insegnamento di Gesù è il Regno di Dio, ovvero la regalità esercitata da Dio mediante Cristo e la Chiesa. Con la sua ascensione, la Chiesa non prende il posto di Gesù, ma Gesù prende posto nel cuore della Chiesa. Lo Spirito Santo fa della Chiesa, che si riunisce per ascoltare la Parola e che esce in missione per annunciarla al mondo, il suo Regno, il segno visibile del Re che viene a visitare il suo popolo.

Il modo con cui Luca narra l’ascensione si ispira al “rapimento” di Elia in 2Re 2, 9-15. In questo racconto si sottolinea che la missione del profeta culmina con l’elevazione in cielo che sta a significare la sua santificazione e la conseguente separazione dal mondo. Eliseo per il fatto di aver visto il suo signore salire al cielo riceve con il suo mantello anche lo spirito profetico che gli aveva chiesto. Il discepolo di Elia continua l’opera del profeta. Tra i due racconti ci sono delle analogie ma anche delle differenze sostanziali. Gesù non è stato “rapito” in cielo separandosi dal mondo. Con la risurrezione il Padre lo ha strappato dalla morte per consacrarlo re e sacerdote. Come tale egli, salendo al cielo, estende la sua signoria sui discepoli, i quali ricevono il dono dello Spirito per essere santificati e inviati in missione. Lo Spirito santo non è solo garante della continuità tra l’opera di Cristo e quella dei suoi discepoli, ma è artefice dell’opera di Cristo in quella dei discepoli. L’elevazione di Gesù in cielo e la sua consacrazione regale e sacerdotale coincidono con la santificazione dei discepoli per opera del medesimo Spirito affinché «venga il Regno di Dio».

Salmo responsoriale Sal 46

Ascende il Signore tra canti di gioia.

Popoli tutti, battete le mani!

Acclamate Dio con grida di gioia,

perché terribile è il Signore, l’Altissimo,

grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,

il Signore al suono di tromba.

Cantate inni a Dio, cantate inni,

cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,

cantate inni con arte.

Dio regna sulle genti,

Dio siede sul suo trono santo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni Ef 4,1-13

Raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.

Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose.

Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Unici e molteplici, diversi e uniti

L’apostolo si rivolge alla chiesa di Efeso in cui convergono sia i credenti che provenivano dal giudaismo sia quelli di tradizione pagana. Agli uni e agli altri Paolo annuncia il Dio uno e trino che si rivela nella Chiesa, la quale è essa stessa una e molteplice. Nel discorso dell’apostolo s’intrecciano l’immagine della Chiesa, Corpo di Cristo animato e santificato dallo Spirito, e la comunione celeste che caratterizza la vita divina in sé. La vocazione di ciascuno battezzato è la medesima di tutta la Chiesa presa nel suo insieme, comunità di santificati. Dio sogna di accogliere nell’abbraccio d’amore trinitario tutta la famiglia umana. I battezzati ricevono con la vocazione anche la missione di essere nel mondo profeti della pace che ricordano ad ogni uomo il senso vero della vita di ciascuno e diano il loro contributo affinché il progetto di Dio inizi a realizzarsi già ora. La vocazione ad essere uno con Dio si traduce nel vivere la propria vita, impreziosita dai carismi dati dallo Spirito, in servizio d’amore per gli altri. Unica è la sorgente dei carismi e molteplice la loro applicazione nella vita della Chiesa. Cristo, crocifisso e risorto, effondendo nel cuore dei credenti il suo Spirito li arricchisce con i carismi affinché rendano visibile la sua presenza in mezzo alla Chiesa, principio di unità e di comunione. Dove c’è Cristo lì c’è la Chiesa, dove c’è l’amore fraterno lì c’è Dio.

+ Dal Vangelo secondo Marco Mc 16,15-20

Il Signore fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

LECTIO

In origine il vangelo secondo Marco si concludeva con la fuga dal sepolcro delle donne impaurite. Esse disattendono le parole loro rivolte dal giovane vestito di una veste bianca che trovano nel sepolcro vuoto. La paura prevale ed esse tacciono ciò che avevano visto e udito. È un silenzio imbarazzante che qualche tempo dopo è stato colmato dall’intervento di un redattore il quale, ispirandosi ai racconti di Luca, conclude la narrazione evangelica con un riferimento all’ascensione di Gesù e all’invio missionario degli apostoli. Quindi leggiamo oggi la parte conclusiva della seconda finale canonica del vangelo secondo Marco. Gesù risorto, apparendo agli Undici, li rimprovera di non aver creduto ai testimoni ai quali si era mostrato vivo. La reticenza delle donne interpella il lettore con due interrogativi. Il primo riguarda l’identità del giovane vestito di una veste bianca e che richiama l’altro giovane, testimone dell’arresto di Gesù nel Getzemani, che invece fugge via nudo. Il secondo riguarda il messaggio del giovane nella tomba vuota; se le donne hanno tenuto nascosto il messaggio, chi lo ha portato agli altri fino ad arrivare al lettore? Questa conclusione, che sembra monca, induce a riflettere sulle due possibilità di approdo della sequela di Cristo. Da una parte si può fuggire per paura rifiutando di portare a termine la missione ricevuta, dall’altra la figura del giovane mostra che la fede è l’adesione a Cristo nella morte per essere associati a Lui nella risurrezione. Credere significa compiere lo stesso itinerario pasquale di Gesù che, attraverso la spoliazione di sé stesso, si è lasciato rivestire dal Padre. L’abbassamento fino alla morte e alla morte di Croce è stato l’atto di amore più grande di Gesù che è venuto non per farsi servire ma per servire e dare la propria vita. In questo itinerario l’ultima parola è affidata alla vita.

I vv. dal 9 al 20 non rientrano nel piano narrativo dell’evangelista ma richiamano episodi narrati sia nel vangelo di Luca che in quello di Giovanni. Dopo un breve sommario che riferisce le apparizioni del risorto (cf. Lc 24 e Gv 20.21), abbiamo l’apparizione agli Undici e l’invio missionario con i segni che accompagneranno coloro che credono. La conclusione è affidata al narratore che sottolinea il «passaggio delle consegne» tra Gesù che ascende al cielo e i suoi che si incamminano sulle strade del mondo. Nella seconda conclusione vediamo sviluppate tre parole che descrivono il tempo inaugurato dalla Pasqua di Cristo, il tempo della Chiesa, del compimento della salvezza: apparire, inviare, accompagnare. Gesù si fa incontrare personalmente e va incontro ai discepoli recuperando il rapporto con loro. L’invio missionario porta a compimento la vocazione di fare dei discepoli i «pescatori di uomini». Gesù, Cristo e Figlio di Dio, mediante lo Spirito Santo è il protagonista della storia della salvezza attraverso la storia dei discepoli.

La fuga e il silenzio delle donne mettono in evidenza la incredulità dei discepoli la cui difficoltà risiede da una parte dal non riuscire ad entrare nella logica «scandalosa» dell’amore di Dio e dall’altra a diffidare della testimonianza di coloro che sono chiamati ad essere portavoce della risurrezione. Fin quando il vangelo è considerato come un messaggio morale da comprendere e praticare al pari di un qualsiasi sistema filosofico o ideologico, esso troverà resistenze nell’essere accolto. È necessario che il vangelo sia un’esperienza d’incontro personale nel quale l’amore di Dio non va ridotto a postulato teorico ma sia una realtà che trasfigura la vita. Chi crede si salva, cioè porta a successo la sua vita che, al contrario è condannata al fallimento. La fede ci rende testimoni di Cristo, missionari dell’amore di Dio. Gesù elenca dei segni che rivelano il fatto che la fede si sta traducendo in un evento di salvezza. Gli esorcismi, il maneggiare serpenti e la protezione dal veleno, il parlare lingue nuove e il curare gli ammalati delineano il programma missionario del Cristo a cui Gesù associa i credenti. Questi segni richiamano brani degli Atti degli Apostoli in cui si narrano le parole e i gesti dei missionari del Vangelo, in particolare, Pietro e Paolo.

Il centro di questa pericope è l’accenno alla «elevazione» di Gesù in cielo e alla sua «intronizzazione» alla destra del Padre. Il v. 20 sembra essere una sintesi degli Atti degli Apostoli il cui programma è descritto nella prima lettura della Messa. Nelle ultime parole del narratore si respira l’universalità di un annuncio nelle cui parole emerge il fatto che il Signore, mai stanco di camminare con i suoi sulle strade del mondo, agisce in loro consolidando la parola dei discepoli con i segni che l’accompagnano. Gesù continua a fidarsi degli uomini increduli e incapaci con le loro sole forze di essere fedeli al mandato ricevuto e affida nelle loro mani i tesori del disegno di Dio che vuole salvare tutti gli uomini.

MEDITATIO

Congedo e nuovo principio

L’ascensione di Gesù è compimento e nuovo inizio del Vangelo. Ascendendo al cielo e sedendo alla destra del Padre il regno di Dio non è solamente prossimo a venire, come annunciava Gesù all’inizio della sua missione, ma è pienamente realizzato. Gesù, con la sua morte e risurrezione, è stato costituito re e Signore del mondo, sconfiggendo definitivamente ogni potere malefico. Tutti possono entrare a far parte del regno di Dio. Chi ha iniziato a godere dei suoi benefici perché, incontrando Cristo nella propria vita si è lasciato sanare da Lui, riceve anche l’incarico missionario di annunciare il Vangelo in tutto il mondo affinché anche altri possano sperimentare la gioia di essere amati.

Le donne che erano andate al sepolcro per ungere con gli olii profumati il cadavere, quale ultimo atto di onore e amore verso Gesù, non possono farlo perché il suo corpo non è più lì. Al suo posto un giovinetto vestito di una veste bianca e seduto alla destra che le invia ad annunciare ai discepoli che Gesù li attende in Galilea come aveva predetto. Portare il vangelo perché si possa incontrare Gesù e farne esperienza diretta, questo è il modo di onorare e amare Gesù. Il racconto di Marco registra il fatto che la gioia della risurrezione trova resistenze dentro di noi che spesso ci lasciamo vincere dalla paura. C’è chi questo timore riesce a superarlo e va incontro ai fratelli raccontando non storielle inventate, ma la propria esperienza d’incontro con Cristo, ma deve scontrarsi con il muro della incredulità e della diffidenza eretto dai fratelli, anche da quelli con i quali si condivide lo stesso cammino di vita e di fede. Il fatto di non essere creduti non deve abbatterci e non deve indurci a fuggire, ma a lavorare, anche su noi stessi, affinché la nostra vita sia più credibile, ovvero sia sempre più chiaramente trasparenza dell’amore di Dio.

Credere significa vivere i passaggi della vita, che a volte ci appaiono come strappi traumatici e perdite impagabili, accompagnati da Gesù. Egli ci aiuta a vivere i distacchi come esperienze di crescita e di maturazione umana i cui segni possono essere rintracciati in stili di attaccamento non dipendenti ma creativamente proattivi. La paura di perdere e di perdersi induce a relazioni di dipendenza che si manifestano attraverso atteggiamenti possessivi o remissivi, ovvero o si cerca di controllare tutto o si è privi di spirito d’iniziativa limitandosi a interpretare un copione scritto da altri. La fede è l’esperienza del rapporto con Gesù con il quale si crea un legame tale ma mantenere insieme obbedienza e libertà. La fede è credibile quando si concretizza nei segni che Gesù indica. Cacciare i demòni, parlare lingue nuove, maneggiare i serpenti ed essere protetti dal veleno, guarire i malati altro non significa che esercitare su noi stessi il potere del controllo sui pensieri giudicanti che ci portano a separarci e a contrapporci agli altri, fronteggiare le calunnie e le accuse ingiuste senza replicare nello stesso modo contro chi ci attacca subdolamente ma usare con tutti il linguaggio della mitezza e del perdono e prenderci cura dei fratelli soprattutto quelli infermi e feriti a causa del male commesso da loro stessi. Questi cambiamenti sono i segni che il vangelo viene scritto sulla nostra carne e che se un congedo avviene esso è il distacco dall’uomo vecchio per essere rivestiti di quello nuovo ad immagine di Cristo, vero Dio e vero uomo. Nel momento in cui si parte e si lascia qualcosa di sé alle proprie spalle avviene un cambiamento che racconta la novità operata da Dio nella nostra vita, la bellezza di una chiamata che ci spinge ad andare sempre avanti e diffonde il buon profumo del Vangelo.

ORATIO

Signore Gesù, Pastore Bello

che guidi il tuo gregge

verso i pascoli del Cielo,

accompagnami nel cammino

verso la Casa del Padre

dove hai preparato per me

un posto nella grande festa

della comunione dei Santi.

Dirigi i miei passi

e orienta la mia volontà

verso i beni celesti da te promessi

che nessun ladro può rubare

e alcun verme consumare;

in ogni via che percorro,

in ogni casa che visito,

in ogni persona che incontro,

in ogni attività che faccio

possa cercare e trovare Te,

amico fedele, fratello sincero

con cui condividere

la gioia dell’amore donato e ricevuto.

Grazie perché in ogni Eucaristia

riaccendi nel cuore il fuoco dell’amore

con la potenza della tua Parola

che purifica, illumina e istruisce;

spezzando ancora il pane per me

mi spingi ad uscire verso i fratelli

per portare loro la pace e la speranza.

Aiutami a dominare

dentro di me le passioni

e ad incanalarle per un servizio

sempre più attivo e creativo;

difendimi dagli attacchi iniqui

e dalle tentazioni di rispondere al male

con altrettanto male;

guarisci il mio peccato

perché possa essere

strumento di salvezza nelle tue mani. Amen.