Matera, 20 settembre 2025
Carissimi tutti, carissimi sacerdoti, gentili autorità. Siamo in clima di festa, di gioia, ma offuscata. Per i tempi che viviamo, per il clima di odio e violenza che vediamo, per il sangue a fiumi che scorre. Offuscata è la gioia del cuore per il dolore e la vergogna nel vedere il dramma dello sterminio e della prepotenza che si è abbattuto sulla popolazione di Gaza, e per le guerre in tutto il mondo. Si uccide prima la dignità umana, ancor prima della vita fisica. Ho mandato un messaggio di vicinanza al cardinale Pizzaballa, che ci aveva visitati un anno fa qui a Matera, e ci aveva fatto una richiesta: “Non lasciateci soli!”. Ecco, non li possiamo lasciare soli, non possiamo non custodire nel cuore il dolore che vivono, non possiamo non manifestare la nostra solidarietà. Vi confido inoltre che mi vergogno tanto davanti ai bambini ed ai ragazzi per lo spettacolo indegno e immorale che noi adulti stiamo offrendo a loro del mondo e sul mondo. E non posso non chiedere loro perdono per questo. Ci sarebbero molte cose da dire nel merito ma vedremo nei prossimi giorni.
Venendo alla Parola che abbiamo ascoltato, vorrei sottolineare tre cose, che ruotano ad una sola realtà: la ricchezza, intesa come beni materiali. Essa costituisce la bramosia del cuore, in essa si ripone la speranza di una vita stabile, agiata, una vita che conta. La ricchezza ed il potere vanno di pari passo, e lo vediamo molto in questi nostri tempi: i potenti sono ricchi, i ricchi sono potenti; potenti perché ricchi, ricchi perché potenti. Ed il delirio umano non ha fine per raggiungere e mantenere tale stato, si calpestano le relazioni, le persone, le nazioni, si uccide la verità per far posto alla narrazione della falsità, pur di dare corso a questa bramosia folle di potere e di ricchezza. Attenzione però: non ci sono solo i ricchi e i potenti famosi; tutti siamo piccoli ricchi e piccoli potenti, ed esercitiamo pressione, forza, influenza, pur di coltivare e mantenere almeno uno status quo.
Amministratori. Il Vangelo, a questa mentalità predatoria insita in ogni essere umano, contrappone, attraverso la parabola dell’amministratore disonesto, una verità chiara e limpida: io non sono altro che un semplice amministratore, e non esiste altra via per l’uomo. Ciò che sono, ciò che ho, i beni materiali, la posizione sociale, la mia professione, tutto, mi è stato solo affidato; e anche se mi illudo tante volte e penso di dire mio, la parabola ci ricorda che il padrone si può presentare all’improvviso e chiedere conto del nostro amministrare. Chi amministra quindi, lo fa per conto di qualcun’altro senza eccezioni; ed è solo questione di tempo e di percorso di vita affinché si verifichi il momento di dare conto, e riconsegnare. Essere amministratori però non è una posizione debole, e dover rendere conto non è una minaccia, ma una liberazione, un allargamento di cuore. La follia esistenziale si verifica quando si cade nella trappola che mi devo garantire da solo, che io sono ciò che ho costruito, e dimentico che la vita è un dono che mi è stato consegnato, di cui posso godere, gioire, nella certezza e nella libertà che il padrone nella sua bontà si è fidato e affidato a me. I doni della vita, tutti, sono da condividere con gli altri per moltiplicare la gioia della stessa vita.
Distribuire. Che errore ha commesso l’amministratore perché il padrone gli abbia chiesto conto? Non ha adempiuto ad un mandato semplice: ciò che hai, ciò che sei, ciò che ti è stato affidato, non è per il tuo solo guadagno e accumulo egoistico; non è per prendere dagli altri, ma per dare agli altri. A tal punto che nel momento in cui, per la paura di rimanere per strada, quindi senza più niente, l’operazione di “sperpero”, cioè di regalare agli altri i beni del suo padrone, gli vale la lode del padrone. Sembra che lodi la disonestà. Invece loda la capacità di dare.
L’amministratore, potremmo dire quindi, non conserva, non trattiene per sé, non cerca il suo guadagno e interesse, ma il bene dell’altro. In fondo, l’amministratore deve imparare un movimento quasi innaturale per tutti noi: dare anziché prendere, cercare l’interesse dell’altro anziché il proprio, aprire la mano anziché chiudere il pugno, offrire anziché depredare. Non è questo l’atteggiamento che manca forse con le guerre folli che vediamo? Guerre tra le nazioni e le piccole grandi guerre tra di noi.
Onesto. La follia predatrice dei ricchi che il profeta Amos denuncia, comporta una dichiarazione durissima del Signore: “Non dimenticherò mai tutte le loro opere!” Gesù nel Vangelo ci invita a farci amici oggi con la ricchezza passeggera che abbiamo tra le mani, per avere per sempre quella vera ed eterna. L’onestà nella vita non è più di moda, sembra una qualità in estinzione. Accusiamo spesso di avere subito truffe e imbrogli, ma sappiamo declinare poco la stessa cosa come agenti di truffe ed imbrogli. Eppure, basta che ci guardiamo dentro per renderci conto quanto rischiamo di essere disonesti se cerchiamo prima di prendere anziché tendere la mano.
Carissimi, la festa di s. Eustachio che celebriamo oggi sia per noi occasione di rinnovare il nostro essere amministratori. Si può essere vescovi, preti, battezzati, amministratori del bene comune, e vivere solo da razziatori, impadronendosi dei beni, per il proprio interesse, facendo valere il potere del ruolo, dimenticando che siamo in missione per conto di Dio. E lo so che è una lotta resistere alla tentazione di appropriarcene. Chiediamo a sant’Eustachio di intercedere per noi il dono della fortezza in questa battaglia che si svolge dentro di noi: preoccuparsi del bene dell’altro e non del mio, aprire e offrire anziché tendere e prendere. Gli unici movimenti, autentici e belli che ci sono concessi nel tendere e prendere sono quelli del Pane di Dio deposto nelle nostre mani ed il bisogno dell’altro consegnato perché sia soddisfatto. Maria Santissima della Bruna, S. Eustachio, S. Bruno da Matera intercedano per noi, per ricuperare tutti un sussulto di dignità e di amore autentico per l’altro, che sia accanto a distanza di cm o a migliaia di km. Amen!
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