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Omelia pronunciata dal Card. Lazzaro You Heung-sik, Prefetto del Dicastero per il Clero, nella Messa celebrata il 23 settembre nella Basilica Cattedrale di Matera.

Fratelli e sorelle carissimi,

la gioia di poter presiedere questa Liturgia Eucaristica, nel contesto del XXVII Congresso Eucaristico Nazionale, dal tema “Torniamo al gusto del pane – Per una Chiesa eucaristica e sinodale” è illuminata dalla Parola che abbiamo appena ascoltato. La prima lettura ci ricorda, proprio in questi tempi difficili e cruciali, che Dio “ha fatto bella ogni cosa a suo tempo” (Qo 3,11a), ed è per questo che c’è “un tempo per” ed “un tempo per”, di nuovo e ancora. E questo non perché la storia si ripeta inutilmente quanto stancamente, ma perché la storia che Dio guida ci abbraccia continuamente tra “un tempo per” ed “un tempo per”, di nuovo e ancora. Ecco allora che al tempo del pianto e del lutto segue il tempo del sorriso e della danza. Al tempo delle pietre scagliate e degli strappi segue quello delle ferite raccolte e ricucite.

Dobbiamo sottrarre il mondo all’incantesimo malvagio del circolo vizioso, o, per dirla con Nietzsche nei termini del nichilismo (da lui diagnosticato e teorizzato poi fino all’estremo) dobbiamo sottrarre il mondo, dicevo, all’incantesimo dell’eterno ritorno dell’uguale (cfr. in particolare La gaia scienza e Così parlò Zarathustra) che porta l’uomo inevitabilmente al di là del bene e del male. No! Il testo sapienziale del Qohelet ci spiega in una sintesi perfetta perché possiamo cadere in questa trappola e come uscirne: “ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine” (3,11).

Noi avvertiamo il tempo fin dentro il nostro corpo: lo vediamo crescere, lo sentiamo cambiare, fino a invecchiare e morire. Durante questo processo non dobbiamo mai fermarci ad un solo ed unico “tempo per”, assolutizzandolo: resteremmo fuori dalla storia, estranei anche a noi stessi, arrivando ad affermare e, purtroppo, anche a credere che tutto si ripete senza un motivo, senza uno scopo, senza una direzione. Il nichilismo, appunto. Una guerra scoppia non perché la storia si ripete, ma a causa dei nostri errori. Entrare in questa consapevolezza vuol dire tornare al mistero di Dio e aprire la strada ad un nuovo “tempo per”. Tornare al mistero di Dio vuol dire rimettere nelle mani di Dio il principio, la fine e il fine, o, detto nei termini del giardino dell’Eden, lasciare che sia Dio a stabilire cosa è bene e cosa è male (Gen 2,17), facendo un continuo e approfondito discernimento sempre alla luce della Sua Parola.

Tocca a noi prendere la croce del nostro tempo, pregare, adorare e aprire tante “case del sollievo della sofferenza”, come San Pio da Pietrelcina, di cui oggi celebriamo la memoria, ci ha insegnato; nostro dovere è aprire tanti altri “tempi per”, o, per usare le parole di Papa Francesco, tanti ospedali da campo (cfr. intervista a La Civiltà Cattolica, anno 164, nr. 3918, 19 settembre 2013, pp. 449-477), per curare, salvare e tornare a sperare, sognare e danzare.

La circolarità della storia, riposta nel mistero di Dio, perde la maledizione-tentazione dell’eterno ritorno dell’uguale, per trovare la rotondità dell’abbraccio, che è poi quell’ostia che adoriamo e di cui ci nutriamo e che ci tiene in vita ogni giorno, insieme, l’Eucarestia. Pane che dona la vita vera e che Matera conosce bene. Pane di cui dobbiamo far riscoprire il gusto per tornare alla vita autentica, come ci suggerisce il tema di questo Congresso. Far riscoprire il gusto del pane è permettere alle donne e agli uomini di buona volontà, sempre amati dal Signore, di riscoprire la propria vera identità di figli e fratelli e sorelle tutti, poiché tutti creati a immagine e somiglianza di un Dio che è comunione, Trinità d’amore eterno.

L’antica tradizione della lavorazione del pane di Matera conserva e trasmette tutt’ora questa identità nella sua particolare modalità di impasto e nel vero e proprio cerimoniale originario dei “tre tagli” sull’impasto stesso, monito per chi se ne ciberà a ricordare che la vita e l’energia che riceverà da quel pane viene da un Dio che è comunione e che attende la nostra comunione tra di noi in Lui per aprire nuovi tempi per.

Così è pure per la pagina del Vangelo di Luca: ci sarà un tempo giusto, favorevole, per i discepoli e per le folle per sapere, comprendere e rivelare chi è veramente il Messia e chi siamo veramente noi. Il tempo per la resurrezione è preparato, anzi, “deve” (Lc 9,22) essere preceduto dal tempo per la passione. Ciascuno di noi deve passarci per testimoniare in prima persona che il Signore è veramente risorto e noi con Lui, e quindi cominciare a consolare con la stessa consolazione con cui siamo stati consolati (cfr. 2Cor 1,4).

Vorrei che questa evangelica necessità del tempo della passione per giungere al tempo della resurrezione, sia sempre ben chiara ad ogni battezzato (immerso nella morte e resurrezione del Signore), ad ogni persona presente, ora, qui, e in modo tutto particolare ad ogni sacerdote, ogni diacono, ogni consacrato e seminarista che mi sta ascoltando, affinché non si scoraggi e non si perda mai d’animo!

Con affetto, mi rivolgo in particolare a voi, Cari fratelli sacerdoti, non perdiamo mai di vista l’orizzonte generativo del nostro ministero presbiterale che fonda nell’Eucaristia, come Cristo, il suo essere altare, vittima e sacerdote. Ciascuno di noi, nello stupore dell’incontro quotidiano con il Signore, nell’intimità della preghiera, nell’ascolto assiduo e fecondo della Sua Parola, lascia il Cenacolo per raggiungere la Galilea degli uomini e delle donne, condividendo le loro gioie e dolori, attese e speranze, asciugando lacrime, portando consolazione, seminando speranza. Il Signore ci ha chiamato per portare il tempo della consolazione, della misericordia e della speranza. In un certo senso, e più in generale, ci ha chiamati a portare quello che non c’è dove non c’è, come la cosiddetta Preghiera Semplice attribuita a San Francesco esprime efficacemente:

Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace:

dov’è odio fa’ ch’io porti l’amore,

dov’è offesa ch’io porti il perdono,

dov’è discordia ch’io porti l’unione.

Signore, dov’è dubbio fa’ ch’io porti la fede,

dov’è errore ch’io porti la verità,

e dov’è disperazione la speranza,

dov’è tristezza ch’io porti gioia,

dove sono le tenebre ch’io porti Luce.

Poiché è dando che si riceve,

è perdonando che si è perdonati,

morendo che si risuscita a vita eterna.

Come possiamo allora non incontrare difficoltà, talora dall’aspetto insormontabile, e talvolta addirittura inqualificabile? Non basta. Ci ha chiamati a fare questo seguendo le sue orme, cioè mettendo i piedi dove li ha messi Lui e percorrendo la strada che ha percorso Lui. Chiedo allora ancora aiuto alle parole di San Paolo per comunicarvi meglio quanto desidero dirvi e raccomandarvi di ricordare sempre, sorelle e fratelli carissimi in Cristo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: per causa tua siamo messi a morte ogni giorno, siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 35-39).

La Lettera ai cristiani della Chiesa di Matera-Irsina per il XXVII Congresso Eucaristico Nazionale, dell’Arcivescovo Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, contiene diverse indicazioni in tal senso, per poter portare o riportare dove manca o latita ciò che è assolutamente necessario. La sua redazione è stata compiuta nell’ottobre scorso, prima del conflitto russo-ucraino. Tuttavia le emergenze segnalate nel suo contenuto, non vengono superate ma drammaticamente confermate. È importante e fondamentale rivederle quindi, sia pur brevemente, insieme. Insieme è un termine fondamentale per un congresso eucaristico, insieme vuol dire essere in-comunione, e così, e solo così, essere completi. Rimanda quindi all’essenza eucaristica e sinodale della Chiesa che fonda la sua definitiva missionarietà. Non saremo mai abbastanza grati a Mons. Caiazzo per aver scritto a chiare lettere che: “è nell’Eucarestia che Gesù si è fatto nostro cibo e bevanda di salvezza, consentendoci di essere in comunione piena con Lui, attraverso la comunione che si vive con i fratelli. È esattamente il contrario di quella forma rituale che diventa ripetitiva esclusivamente per rispettare un precetto e ricevere la comunione ma senza vivere la comunione” (§ 1.2).

Da molti anni, vi confido che alla sera, durante il mio esame di coscienza, mi interrogo su quale sia stato il mio rapporto con il Signore Gesù durante la mia giornata. Mi chiedo se ho realmente incontrato Gesù nella Parola, Gesù nel fratello e Gesù nell’Eucarestia. Se sono riuscito a vivere la Parola e se sono stato capace di comunione con i fratelli. Come Gesù che mi dona la Sua vita nell’Eucarestia, anch’io ho saputo donare la mia vita al fratello?  Solo vivendo con Gesù nella Parola e nei fratelli si realizza il dono di una vita eucaristica, donata, in quella dimensione di sinodalità e di missione a cui tutti siamo chiamati.

D’altronde l’intero documento si apre, dal punto di vista operativo, con la raccomandazione programmatica di riprendere a “curare le relazioni” a 360° “con lo sguardo rivolto alle ferite dell’umanità e del nostro paese” (§ 1.1). Quindi viene ricordato come Matera abbia conosciuto il tempo di essere vergogna nazionale, e il tempo di essere “capitale europea della cultura” fino a ospitare questo Congresso Eucaristico Nazionale (§ 2). E vogliamo ancora essere grati al Vescovo Don Pino per aver declinato (vorrei dire “incarnato”) le implicazioni e le esigenze del mistero eucaristico nella storia e nella vita concreta di questa porzione di Chiesa che è in Matera-Irsina, poiché “il divino avvolge l’umano non dall’esterno o dall’alto semplicemente, ma da dentro ognuno di noi, dalla nostra stessa carne “ (§ 3), ripercorrendo “gesti, segni, parole che nel corso dei secoli hanno sacralizzato la quotidianità rivestendo ogni momento, soprattutto i più difficili e sofferti, di quella divinità capace di rendere l’umano unito al divino” (§ 4), infatti, “l’uomo, da sempre, ha sentito il bisogno di stabilire con la terra un legame sacro” (§ 6).

Un legame che Matera, città della Madre (cfr. § 7), ha messo da sempre nelle mani di Maria, donna eucaristica per eccellenza, Madre che “ha offerto al Signore la Carne innocente e il Sangue prezioso che riceviamo sull’altare” (S. Giovanni Paolo II, Angelus, 5 giugno 1983, cit. in § 6), Madre che ha portato in sé il mistero che lega la Chiesa all’Eucarestia, che ha creduto nel tempo della resurrezione vivendo sino in fondo il tempo della passione, Madre della vita vera e concreta di ogni cristiano, fatta di preghiera, adorazione e carità operosa. Un legame espresso anche nella venerazione ultrasecolare di sant’Eustachio, patrono di questa Città. Come sappiamo, il nome Eustachio deriva da eu, “bene” e stàchyus, “spiga”, dunque “che dà buone spighe” e perciò “produce un buon raccolto”. Sotto il manto di Maria SS.ma della Bruna e sostenuti e incoraggiati dall’esempio di fede intrepida di Sant’Eustachio, ripetiamo infine alcuni dei versi che concludono il primo capitolo del documento:

è tempo di passare all’altra riva / mentre incombe la tempesta […]

è tempo di passare all’altra riva /

di vincere lo sgomento della paura /che chiude rotte d’uscita […]

è tempo di passare all’altra riva / con Gesù Pane di Vita […]

è tempo di passare all’altra riva […] / nell’abbandono di un abbraccio / […] bambino / in braccio a sua madre.

Amen.