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segue testo dell’omelia

Basilica Cattedrale

Matera, 19 giugno 2023

 

Carissimi confratelli nel sacerdozio, fratelli e sorelle, parenti tutti di Don Cosimo, carissimo Bruno che sei stato accanto a Don Cosimo fino alla fine della sua vita,

questa mattina ci ritroviamo riuniti in questa Basilica Cattedrale per partecipare alla Santa Messa in suffragio della sua anima, esprimendo il nostro legame sacramentale nell’ordine, la nostra stima, il nostro affetto.

Questi ultimi anni sono stati segnati da una lunga malattia, che ha progressivamente debilitato Don Cosimo, fino a concludere il suo pellegrinaggio terreno nel giorno del Cuore Immacolato di Maria. Potremmo dire che si è scelto un giorno a lui tanto caro, vista la grande devozione verso la Madonna. E Dio, che lui ha servito con fedeltà e dedizione, lo ha premiato. L’abbraccio materno di Maria che l’ha accolto nel Regno di Vita eterna del Figlio Gesù.

Sono davvero tanti gli attestati di stima e di vicinanza nella preghiera, in questo momento: da Mons. Salvatore Ligorio a Mons. Rocco Pennacchio con il quale, nonostante l’enorme differenza di età, ha fatto un percorso di studi fin dalla licenza media: tutti sappiamo che Don Cosimo ha sentito la chiamata del Signore in tarda età, mentre esercitava la professione di falegname. Come San Giuseppe, in obbedienza al volere di Dio, la sua vita è stata stravolta, iniziando un percorso nuovo, con prospettive assolutamente inaspettate, scoprendo un senso ancora più profondo del suo essere padre e vivere la sua paternità sacerdotale.

Come San Giuseppe, anche Don Cosimo, è stato l’uomo dei sogni, che nell’obbedienza ha saputo accogliere la volontà di Dio, ma ha anche capito che doveva essere l’uomo che sa “prendere con sé”, cioè sa prendersi davvero cura delle persone affidategli.

La vicinanza di diversi sacerdoti impossibilitati ad essere presenti stamattina per motivi vari e la partecipazione di tanti altri come Don Rocco Salierno di S. Mango sul Calore (Avellino), di Don Davide Fiocco, della Parrocchia di Cortina D’Ampezzo e del clero di quella chiesa, esprimono la sua capacità di sapersi relazionare con tutti e di lasciare il segno nei cuori delle persone, nonostante il suo carattere che a volte poteva apparire burbero e il linguaggio in alcuni momenti colorito.

La sua attenzione ai preti giovani si manifestava nell’intrattenersi con loro, cercarli, parlare, consigliarli, guidarli.

In questo clima spirituale, stamattina viviamo quella comunione dei santi che professiamo e che si crea col battesimo, per cui nemmeno la morte fisica può spezzare.

Nella prima lettura che la liturgia odierna ci presenta abbiamo sentito Paolo che diceva: “Fratelli, poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio”. La grazia che Dio ha dato è la loro generosità. Paolo definisce questo grande sforzo di generosità una grazia concessa da Dio, rovesciando in un certo senso la situazione. Dio dona sempre e provvede sempre, servendosi di uomini fragili ma illuminati, coscienti che per la grazia di Dio tante cose si realizzano e non per la buona volontà.

Non esiste un sacerdote più bravo dell’altro, esiste la grazia di Dio che agisce nel ministro consacrato e attraverso di lui. La maturità di un prete si vede quando riconduce tutto e tutti a Dio Padre, fonte di ogni misericordia, a Dio Figlio, Via, Verità e Vita, a Dio Spirito Santo che mette in movimento e parla il linguaggio divino facendo circolare la potenza dell’amore che trasforma ogni cosa.

Per un sacerdote poter dare è una grazia di Dio; lo slancio di dare è anch’esso grazia di Dio. Ma quando egli dà con amore disinteressato riceve veramente il dono di Dio. Tutti sappiamo che l’amore di Dio non si può ricevere senza trasmetterlo; chi lo trasmette vive veramente in esso e lo riceve sempre di più. Un sacerdote, ancora prima di fare, cerca l’unione all’amore di Dio, solo così questo amore donato fa dilatare il cuore in un servizio che diventa sempre più appassionato, fecondo e ricco.

Chi ha conosciuto più da vicino Don Cosimo sa benissimo che, per quanto amasse scherzare, far ridere e divertirsi, era molto ligio nel suo ministero pastorale e nel rispettare quanto il Vangelo insegna e quanto la Chiesa ci indica. Chi lo seguiva, diaconi, preti, laici, ne è rimasto positivamente contagiato.

Ogni volta che lo incontravo, l’ho visto sempre molto attento anche verso i confratelli sacerdoti: chiedeva, voleva sapere come stavano, e personalmente mi incoraggiava a proseguire nel cammino come pastore di questa Chiesa di Matera-Irsina e successivamente anche di Tricarico, ricordandomi che Dio avrebbe provveduto. E quando avvertiva che era stanco mi diceva: ora andate, perché avete tanto da fare!

Diversi anni fa, per Don Cosimo sono iniziati a manifestarsi i primi sintomi di una malattia, con decadimento fisico, a cui ogni giorno si sono aggiunte nuove patologie: è cominciato per lui quello che possiamo definire un vero calvario che si è fatto sempre più faticoso.

Quel Dio nel quale aveva posto la sua fiducia, gli chiedeva di imitare Gesù anche nella tribolazione della sofferenza e della debolezza del fisico: il grande falegname sacerdote vedeva venire meno le sue forze. Ha accettato questa pesante croce con fede ancor più forte e con una pazienza come quella di Giobbe, pensando sempre alla sua comunità parrocchiale di S. Pietro Caveoso, e a quella chiesa che, da magazzino e luogo di ritrovo per briganti, durante l’abbandono dei Sassi, riportò al suo antico splendore. Visibili sono anche i segni dell’arte del falegname: in particolare l’altare e l’ambone.

Come abbiamo ascoltato nel vangelo, compito di ogni cristiano, in particolare del sacerdote, è amare il prossimo (compreso il nemico) come noi stessi. Questo è l’agire di Dio Padre, e un prete, per mostrare il vero volto del Padre, ama senza condizioni, affinché tutti i fedeli a lui affidati arrivino ad amare Dio.

Sicuramente ha fatto sue le parole del Salmista che ci ha detto: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo”. Parole che facciamo nostre aggiungendo sempre con S. Paolo: «Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno».

Anche se il corpo di Don Cosimo si va disfacendo, sarà come il chicco di grano che si è consumato per la Chiesa. Noi dobbiamo saper cogliere e raccogliere l’eredità spirituale che ci lascia. Mi vengono in mente sempre le parole di S. Paolo che, al termine della sua vita dice: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione” (2Tim 4,7-8).

Carissimo Don Cosimo, ora che per te le cose di questo mondo sono passate, continua a pregare per noi tutti, per la nostra Chiesa, per il nostro clero, per i seminaristi, per le vocazioni. Sostienici in questo nostro camminare insieme perché nessuno pensi di essere migliore, o di agire da solo. Grazie perché sei stato e rimarrai per sempre prete in eterno. Amen.