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Matera 27 marzo 2024

Carissimi fedeli tutti, ma soprattutto carissimi confratelli nel sacerdozio,

quanto stiamo vivendo e gustando in questa celebrazione eucaristica, opportunamente chiamata “messa crismale”, è la rivelazione a tutti del mistero dell’Eucaristia e del Sacerdozio. E questo perché noi tutti, rivestiti del sacramento dell’Ordine, siamo “strumenti vivi di Cristo eterno sacerdote” (Presbyterorum ordinis, 12), Capo, Pastore e Sposo della Chiesa (Pastores dabo vobis, 21-22). Per la Chiesa diocesana questa celebrazione rappresenta il momento più alto ed importante, perché vede l’intero presbiterio, in comunione con il vescovo, radunato attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia. E’ la nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo che come Chiesa italiana e universale, nel cammino sinodale, stiamo condividendo dopo aver vissuto quello diocesano.

Chi ci guida e ci accompagna è sempre lo stesso Spirito che continua a ungerci e a ricordarci quanto Gesù ci ha insegnato, soprattutto in questa liturgia. Solo la potenza, la forza, l’amore che deriva da quest’unzione ci fa vivere la comunione fraterna e ci fa essere testimoni credibili nelle nostre comunità parrocchiali e nei luoghi dove spendiamo il nostro ministero.

Ancora una volta questo momento diventa occasione, per noi preti, di contemplare il grande dono che Dio ci ha fatto, oltre i nostri meriti e attese, lasciando dietro ai sentieri della carne l’idea di una vocazione personale, per camminare nei sentieri dello Spirito e capire che quella di ognuno è una vocazione ecclesiale.

Per capire l’immenso valore di queste espressioni, quindi il ministero a noi affidato dal Maestro e Signore Gesù Cristo, ci viene incontro la pagina del libro dell’Apocalisse: la seconda lettura appena proclamata. Questo brano è preceduto da quattro versetti che presentano l’introduzione: titolo del libro, il nome di chi l’ha scritto, Giovanni, e una parola di augurio rivolta a chi legge. Subito dopo c’è la prima parte del libro dove vengono riportate le lettere che l’autore ha inviato alle sette chiese dell’Asia.

Dopo questa breve introduzione viene presentato il breve brano che abbiamo ascoltato indicando quelle che sono le prerogative di Gesù, la sua opera, la sua venuta, quindi viene riportata la conferma della parola di Dio.

Noi presbiteri, giorno dopo giorno, viviamo il nostro sacerdozio scoprendolo sempre più come un dono e nello stesso tempo come mistero, rimanendo meravigliati di quanto Gesù opera in noi e attraverso di noi. Questo ci procura grande gioia rinnovando la nostra piena disponibilità nel servire Cristo e la sua Chiesa. Ecco perché guardiamo a lui che è “il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra”.

Ma perché Gesù è il testimone fedele? Perché garantisce la verità di tutta la predicazione evangelica che, lungi dall’essere accomodante per avere consensi, proclama la verità a costo della propria vita. Solo così, in quanto pietre vive, rimanendo uniti a lui, pietra angolare, siamo capaci di mostrare con la nostra vita donata e a servizio della Chiesa il volto del Signore che parla, agisce, opera, indica nuovi sentieri da percorrere.

Noi presbiteri troviamo la nostra unione in Cristo. Tutto dipende dall’amore e dalla passione che ci metteremo nel vivere il nostro sacerdozio e il nostro ministero.

In questo modo sfuggiamo la tentazione di condividere un ruolo e una sistemazione, trovando il fondamento profondo nella grazia ricevuta nel sacramento dell’Ordine sacro e nel sigillo che ci rende tali in eterno. Abbiamo una storia che ci precede attraverso i tanti santi sacerdoti e vescovi che hanno servito la nostra Chiesa locale e che in questo momento vivono in comunione con noi come parte della Chiesa celeste, pregando per ognuno e per tutti. Il loro esempio e la loro santità di vita ci incoraggiano ma nello stesso tempo ci rendono più responsabili per quella storia che ancora dovrà essere scritta e che dovrà essere letta da chi verrà dopo di noi. Ricordiamo in particolare Don Cosimo Damiano Papapietro. Ma sento di ringraziare insieme a voi il Signore per quanti, pur avanti negli anni o ammalati, impediti a partecipare, continuano ad essere testimoni e presenza sacerdotale viva sul territorio: Don Vincenzo Sozzo, Don Rocco Rosano con il quale abbiamo celebrato insieme ieri a Tricarico, Don Damianino Fontanarosa, Don Vito Andrisani.

Il libro dell’Apocalisse presenta Gesù come “il primogenito dei morti”. Anche coloro che Gesù aveva risuscitato, come Lazzaro o la giovane Tabità che significa Gazzella, sono morti di nuovo. Lui è il primogenito che non muore più, è “la primizia di quanti, come lui e con lui, vinceranno la morte attraverso la risurrezione”.

Alla luce di queste considerazioni, a maggior ragione, siamo invitati a vivere il nostro sacerdozio non in virtù dell’incarico ricevuto o del posto che occupiamo come se fosse nostro, ma in virtù della Parola di Dio che prima di annunciarla agli altri la facciamo nostra; dell’Eucaristia dove rinnoviamo l’offerta della nostra vita come cibo e bevanda. Questo significa che non si può celebrare la S. Messa più volte al giorno solo perché ci sono intenzioni particolari e offerte: se così fosse sarebbe simonia e griderebbe al cospetto di Dio. Tutto, invece, sarà possibile attraverso una vita intrisa di preghiera che esprime la comunione con Dio nostro Padre: è lui che parla a noi e attraverso di noi. Il nostro modo di pensare, di sentire se non risponde a quanto la Parola ci dice nella preghiera è un danno, una ferita a se stesso e all’intero presbiterio, quindi alla Chiesa.

Essere ogni giorno preti risorti che trasmettono vita perchè usano la stessa compassione del Padre verso ogni persona che incontriamo e che magari si trova nella prova, credente o meno. Nella preghiera ognuno di loro, i loro volti, le loro storie, le loro mancanze e grandezze, le loro sofferenze e gioie, vengono a Dio presentate. Questo dedicarci a tutti ci aiuta a vivere e ad essere fedeli nella castità, vivendo un amore profondo e intenso senza essere legati a nessuno in particolare.

Essere ogni giorno preti risorti che generano vita in quell’obbedienza dal sapore sempre più ecclesiale che va oltre l’emozione del giorno quando mettemmo le nostre mani in quelle del vescovo. L’obbedienza, segno della vera libertà della nostra vocazione, non soddisfa un capriccio del vescovo, ma è espressione della autentica comunione con il vescovo e con la Chiesa.

Essere ogni giorno preti risorti che rendono ricchi gli altri significa vivere la vera povertà evangelica che si esprime nella sobrietà della vita, nella solidarietà, nella condivisione con chi nella vita è stato meno fortunato. La nostra gente è capace di perdonarci qualsiasi cosa ma non l’attaccamento ai soldi. Viviamo così anche noi la fatica e la gioia di una santità che si esprime nel saper rinnegare il peccato e riconoscerlo come segno di morte e non di risurrezione.

Un altro punto da tenere in conto che ci presenta la seconda lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, è questo: Gesù è “il sovrano dei re e della terra”. La sua opera viene così presentata: “Egli è colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue e che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”. Il servizio che Gesù, il re dei re, rende all’umanità intera e a favore di ogni uomo trova la sua fonte e il suo culmine nell’amore che “ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue…e ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre”. Affermazione, questa, che esclude la monopolizzazione del ruolo sacerdotale con una casta di sacerdoti. C’è un sacerdozio comune di tutti i battezzati e un sacerdozio ministeriale derivante dal sacramento dell’Ordine.

Ci troviamo davanti al mistero della Chiesa, così come l’ha pensata, voluta, servita e amata il Signore Gesù.

A voi seminaristi, Roberto, Nunzio, Pasquale, Francesco, Emanuele, che oggi venite ammessi tra i candidati all’ordine del Diaconato e del Presbiterato, dico semplicemente: siate grati al Signore che vi ha chiamati, preparatevi a servire Cristo e la Chiesa presente su un vasto territorio, sfuggite la tentazione della sistemazione e il ruolo da occupare, amate ciò che il Signore vi chiederà attraverso il Vescovo, soprattutto siate felici e contenti nonostante le prove e le sofferenze che a volte la vita ci riserva.

Saluto e accolgo nel nostro presbiterio i Missionari Servi dei poveri P. Andrea Anguyo Diurua e P. Vincent Kaseu Kaulu, e la Società del Verbo Divino con P. Gheorghe Iordache e P. Kamal Minj. Benediciamo il Signore per il 25° anniversario di sacerdozio di D. Giorgio Saleh, per il 10° di D. Donato Dell’Osso, D. Egidio Musillo, P. Vincent Kaulu; per P. Antonio Di Salvo per il 50° di professione perpetua e P. Rocco Triunfo per il 10° sempre di professione.

Infine ancora gratitudine a Dio che, attraverso Papa Francesco, ha scelto un figlio di questo presbiterio per essere vescovo nella Chiesa di Campobasso-Bojano, Mons. Biagio Colaianni. La grazia e la provvidenza di Dio continua a chiedere alla nostra Chiesa di dilatare il cuore per servire altre Chiese sorelle.

Carissimi, confratelli sacerdoti, siamo un solo e unico presbiterio e questa celebrazione crismale lo mette chiaramente in evidenza per la comunione tra voi e con il vescovo, tra noi e il Sommo Pontefice, ma anche con l’intero collegio episcopale. Chiudo con questa sintesi mirabile che l’allora Cardinale Joseph Ratzinger affermava (La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, 1991):

«II sacerdote deve essere un uomo che conosce Gesù nell’intimo, che lo ha incontrato e ha imparato ad amarlo. Perciò dev’essere soprattutto un uomo di preghiera, un uomo veramente “religioso”. Senza una robusta base spirituale non può resistere a lungo nel suo ministero. Da Cristo deve anche imparare che nella sua vita ciò che conta non è l’autorealizzazione e non è il successo. Al contrario deve imparare che il suo scopo non è quello di costruirsi un’esistenza interessante o una vita comoda, né di crearsi una comunità di ammiratori o di sostenitori, ma che si tratta propriamente di agire in favore dell’altro. Sulle prime ciò contrasta con il naturale baricentro della nostra esistenza, ma col tempo diventa palese che proprio questa perdita di rilevanza del proprio io è il fattore veramente liberante. Chi opera per Cristo sa che è sempre uno a seminare e un altro a raccogliere. Non ha bisogno di interrogarsi continuamente: affida al Signore ogni risultato e fa serenamente il suo dovere, libero e lieto di sentirsi al sicuro del tutto. Se oggi i sacerdoti tante volte si sentono ipertesi, stanchi e frustrati, ciò è dovuto a una ricerca esasperata del rendimento. La fede diviene un pesante fardello che si trascina a fatica, mentre dovrebbe essere un’ala da cui farsi portare».

Confidando nella vostra preghiera vi assicuro la mia quotidianamente affidandovi alla Vergine Santa. Così sia.

 

 Don Pino