V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – Lectio divina

O Dio, che fai risplendere la tua gloria
nelle opere di giustizia e di carità,
dona alla tua Chiesa di essere
luce del mondo e sale della terra,
per testimoniare con la vita
la potenza di Cristo crocifisso e risorto. Egli è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Isaìa (Is 58,7-10)
La tua luce sorgerà come l’aurora.
Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».
La luce che nasce dalla compassione
La voce dei profeti si fa sentire per togliere il velo dell’ipocrisia dalle opere di chi crede di riuscire ad ingannare Dio con una pratica religiosa in contraddizione con la condotta vita. All’inizio del libro degli oracoli di Isaia, quando ancora era in piedi il tempio di Salomone in cui si offrivano sacrifici col sangue di animali, il profeta dà voce al disgusto di Dio che non tollera la commistione tra crimine e culto. Nella seconda parte del libro profetico, ambientato nel tempo dell’esilio e post esilio quando i sacrifici del tempio erano stati sostituiti da pratiche quali il digiuno, la preghiera e l’elemosina (cf. Mt 6), si stigmatizza l’atteggiamento ipocrita di quelle persone falsamente religiose che ostentano la loro pietà con forme di devozione esteriore che non si trasformano in veri legami di fraternità. Sono senza alcun valore quelle pratiche, come il digiuno, che non nascano dalla compassione e non portino alla comunione fraterna. L’ipocrisia è come la nebbia che avvolge tutto rendendo anonimo e incolore ogni cosa. Da qui l’invito a recuperare un rapporto personale con Dio perché il culto sia significativo e realizzi in chi lo pratica con spirito umile la Sua volontà. Dio, che accende nel nostro cuore la luce della fede e lo fa ardere col fuoco della carità, vuole renderci segno luminoso di consolazione per tutti, in particolare per coloro che sono nelle tenebre della disperazione e della tristezza.
Salmo responsoriale (Sal 111)
Il giusto risplende come luce.
Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.
Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria.
Il giusto, riflesso della luce di Dio
Il Salmo 111 appartiene a quei componimenti di carattere sapienziale nel quale viene delineato il profilo dell’uomo giusto che, in quanto tale, è beato, ovvero una persona riuscita. Chi confida nel Signore radica la sua vita in Dio. Assimila da Lui la vita e, con essa, la misericordia, la pietà e la giustizia. Il credente sa bene quanto sia difficile rimanere fedeli a Dio perché non mancano le resistenze che ostacolano gli sforzi di tradurre la parola di Dio in vita. Il Salmista esorta ad aggrapparsi ancora di più al Signore nelle prove in modo da essere di incoraggiamento anche ai fratelli che si trovano nelle stesse difficoltà. La condivisione dei beni materiali, ma anche della Parola e dei beni spirituali, è la condizione perché ogni comunità trovi nella rete della fraternità la forza di resistere alle prove e superarle rinsaldando in Dio i legami personali.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 2,1-5)
Vi ho annunciato il mistero di Cristo crocifisso.
Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
La forza disarmata della croce
L’evangelizzazione è una catena di trasmissione della gioia di Dio. S. Paolo, quando parla della sua missione, indica nello Spirito Santo il vero soggetto della predicazione, fatta con parole e opere di una persona, quale era lui, nella quale, dall’incontro con Cristo crocifisso e risorto, era scaturito un cambiamento radicale. Man mano che approfondiva la sua fede l’orgogliosa sicurezza di sé e la gelosia si trasformavano in umiltà e passione evangelica. La conversione interiore andava di pari passo con quella esteriore. I sentimenti di Cristo che egli assimilava determinavano anche i suoi obiettivi di vita. Non gli interessava difendere la Legge, ma far conoscere Cristo e far gustare a tutti la sua misericordia. Dunque, s. Paolo testimonia con le parole e con le opere ciò che Dio ha fatto in lui, e fa comprendere cosa significhi per un discepolo di Cristo essere sale della terra e luce del mondo. Quella di Paolo non è una sapienza mondana né la sua potenza gli è conferita da un’autorità umana. La sapienza e la potenza che egli possiede vengono da Dio. La possiede perché ha accettato, come Gesù, di essere considerato agli occhi degli altri uno stolto e un debole. Egli si rallegra fino al vanto del fatto di subire ingiurie e persecuzioni perché in tal modo si conforma alla croce di Cristo in cui risiede la sapienza e la potenza di Dio. Infatti, solo l’amore divino, che giunge a pienezza nell’evento della Croce, da senso al vivere ed è capace di salvare, ovvero di dare una vita senza morte.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 5,13-16
Voi siete la luce del mondo.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Lectio
Il discorso, iniziato con le otto beatitudini in terza persona plurale, culmina con la nona in seconda persona plurale rivolgendosi direttamente ai discepoli che si erano accostati a lui per ascoltarlo (vv. 11-12). L’ultima beatitudine è riassuntiva di tutte le altre e ha un valore esplicativo. La beatitudine è la gioia e l’esultanza di colui che soffre per Gesù. La giustizia, di cui si parlava precedentemente, non è un ideale ma è una persona, Gesù Cristo. I verbi gioire ed esultare indicano la reazione di chi riconosce l’intervento salvifico di Dio nella propria vita. La salvezza è la ricompensa, ovvero il dono finale conseguito da chi persevera nel bene. Più che applicare alla lettera le norme della Legge, la beatitudine pervade il cuore di chi offre a Dio per amore il proprio corpo ferito dalle umiliazioni della vita. Beato l’uomo che fa abitare Gesù Cristo in sé. Lui è la parola di Dio che si fa carne in quella di quegli uomini e quelle donne che diventano suoi discepoli nel momento in cui si uniscono alla sua passione, morte e risurrezione.
Il discorso continua alla seconda persona delineando l’identità dei discepoli mediante due metafore, quelle del sale e della luce. L’espressione «sale della terra» vorrebbe indicare che, in quanto Israeliti, nei discepoli c’è la “Sapienza d’Israele”. La seconda metafora, «luce del cosmo», amplia i confini della loro funzione le cui opere devono raggiungere il mondo intero. Il presente accomuna la beatitudine e l’identità dei discepoli: essi oggi sono beati, sono sale e luce. Nella continuazione del discorso, che è senza soluzione di continuità, il passaggio dalla terza alla seconda persona vuole sottolineare il fatto che la vocazione universale alla felicità, che ha origine in Dio, trova la sua traduzione pratica nella vita fatta di relazioni. Ciò che determina l’identità del discepolo è il nesso tra la vocazione e la missione, tra il dono ricevuto e quello che si trasmette. Gesù sta comunicando ai suoi discepoli quello che lui stesso ha ricevuto dal Padre. Il Suo amore lo rende beato e, di conseguenza, capace di essere sale della terra e luce del mondo.
Il sale ha tante funzioni legate alle sue proprietà, ma in questo caso l’attenzione è posta sul sapore. La domanda è introdotta da una ipotetica nella quale c’è un verbo che letteralmente significa impazzire, ovvero perdere il senno, o essere insipido, cioè non avere sapore. La vera pazzia, sembra dire Gesù sta nel perdere il sapore di Dio. Come in natura il sale non può perdere il sapore così Dio non ritira mai la sua benevolenza verso gli uomini. Ma se essa viene rifiutata, si perde. La conseguenza è la perdizione dell’uomo stesso. Essa non è condanna di Dio ma è punizione che l’uomo infligge a sé stesso allontanandosi da Dio (Sal 73,27 «perisce chi si allontana da Te»). L’amore di Dio, e la gioia che comunica, è più reale delle cose di questo mondo il cui possesso può garantire solo un piacere effimero e passeggero. La sapienza di Dio determina l’uomo nelle sue scelte di vita e lo orienta a fare di essa un dono. Quando però, soprattutto nel contesto di sofferenza, s’insinuano altre logiche che prendono il posto della Parola di Dio, allora il rischio di perdere il senso della vita si fa più concreto. Essa ci appare inutile fino al punto di gettarla via e calpestarla.
Il sale agisce per impedire il processo corruttivo dei cibi, soprattutto del pesce. Magdala era un centro della salatura del pesce. A questo si aggiunge anche la sua proprietà terapeutica che agisce in particolare per le malattie della pelle. La funzione del sale determina anche durevolezza perché la sua presenza conferisce valore. Ha maggior valore ciò che si conserva nel tempo o che è capace di resistere al tempo. Ecco perché la paga si faceva con il sale e perciò da qui nasce la parola salario. Mangiare insieme il pane e il sale significa entrare in una relazione d’intimità familiare. In At 1,4 l’evangelista Luca usa il verbo, che letteralmente significa «condividere il sale», per indicare che Gesù risorto era a mensa con i suoi discepoli.
Dunque, essere sale della terra significa per i discepoli di Cristo assimilare la sua sapienza per poter essere con il proprio stile di vita portatori dell’amore e della gioia di Dio che conferisce valore all’esistenza. La parola di Dio ha potere terapeutico perché, da una parte, agisce per contrastare la forza corruttiva del peccato e, dall’altra, sana le ferite causate da esso. Essere sale della terra vuole dire orientare tutto verso la comunione con Dio e tra di noi.
La metafora della luce è accompagnata da due paragoni, la città posta sul monte e la lucerna accesa. La città sul monte può alludere a Safed, collocata su uno sperone roccioso a nord est del massiccio dell’Alta Galilea, le cui case bianche brillano riflettendo i raggi del sole, oppure a Gerusalemme. Tuttavia, a prescindere dalla identificazione con una specifica città, quello che si vuole sottolineare è il fatto che è impossibile rimanere nascosti al mondo. La fede ci espone al mondo. Non si tratta di fare proselitismo o di ostentare la propria fede oppure di tacerla per paura di ritorsioni. La visibilità, sebbene possa essere problematica, non è un problema se si esercitano strategie difensive utilizzando ciò che la montagna offre in termini di sicurezza. L’essere sulla montagna è un punto di forza, così come la comunità credente poggia la sua fiducia in Dio. La metafora della lampada ritorna sul tema della visibilità intesa come servizio offerto perché quelli che sono dentro la casa riescano a vedere e riconoscere la gloria di Dio per glorificarlo con la propria vita. L’accensione della lampada è il battesimo con il quale il credente viene “illuminato” da Cristo, ovvero riceve la sua luce. Lo Spirito Santo è la luce che Cristo risorto comunica ai discepoli. La fede, la luce dello Spirito, se coperta dal moggio si spegne, come il sale perde il sapore. Non basta neanche tenerla accesa (come ricorda la parabola delle vergini) ma bisogna porla in un luogo alto perché tutti possano vedere. Senza la luce non si vede, senza la parola di Dio non si vive. Porre in alto la lucerna non significa ergersi sugli altri ma innalzare il segno luminoso che indica a tutti coloro che guardano la strada da seguire. Nella sua missione il discepolo non innalza sé stesso, che è una semplice lampada, ma magnifica in sé stesso Dio che è Luce e sorgente di luce.
Dal min 51 e sec 08 al min al ora 1, min 05 e sec 13
Meditatio
Dalla beatitudine alla responsabilità della testimonianza
La preghiera di colletta della V Domenica del Tempo Ordinario orienta chiaramente l’ascolto della Parola verso una dimensione di coerenza e di visibilità: il credente chiede di essere sostenuto da Dio perché la fede non resti confinata nell’interiorità, ma diventi luce capace di orientare la vita e le relazioni. La liturgia suppone che la gioia proclamata nelle beatitudini non possa rimanere un’esperienza privata. Ciò che nasce dall’incontro con Dio tende per sua natura a irradiarsi, a diventare segno, a prendere forma nella storia.
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, è particolarmente incisiva perché smaschera con forza ogni forma di religiosità disincarnata. Il profeta dà voce al giudizio di Dio su un culto che si riduce a pratica esteriore: digiuni, gesti rituali, parole pie, se non si traducono in giustizia e compassione, diventano vuoti. Isaia non contrappone culto e vita, ma denuncia la loro separazione. Il digiuno gradito a Dio è quello che scioglie le catene dell’ingiustizia, che condivide il pane, che si prende cura del povero e dell’afflitto. Solo allora – afferma il profeta – la luce sorgerà come l’aurora. La luce non è un ornamento spirituale, ma il frutto di una vita riconciliata.
Il salmo responsoriale raccoglie questa visione delineando il profilo dell’uomo giusto: egli risplende come luce perché confida nel Signore, pratica la misericordia, condivide i suoi beni. La luce non è qui un dono straordinario riservato a pochi, ma la qualità di una vita abitata da Dio. Il giusto non è colui che non cade mai, ma colui che rimane saldo perché il suo cuore è ancorato alla fiducia.
Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, offre una chiave decisiva per comprendere il vangelo di questa domenica. Egli ricorda che l’annuncio del Vangelo non si fonda sulla sapienza umana né su strategie persuasive, ma sulla manifestazione dello Spirito e della potenza di Dio. l’Apostolo rifiuta ogni forma di protagonismo religioso: la sua debolezza non è un limite da nascondere, ma il luogo in cui può manifestarsi la forza della croce. Essere sale e luce non significa imporsi sugli altri, ma lasciar trasparire ciò che Dio opera nella fragilità dell’uomo.
In questo orizzonte si colloca il vangelo di Matteo (Mt 5,13-16), che prosegue senza soluzione di continuità il discorso delle beatitudini. Gesù si rivolge direttamente ai discepoli e afferma con forza: «Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo». Non dice “dovreste diventare”, ma “siete”. L’identità precede la missione. Le beatitudini hanno già definito il volto del discepolo; ora Gesù ne esplicita la responsabilità storica. La gioia ricevuta non può restare nascosta, perché è destinata a diventare bene condiviso.
La metafora del sale è particolarmente densa. Il sale, nel mondo antico, aveva diverse funzioni: conservava, dava sapore, curava, sigillava alleanze. Gesù si concentra sul rischio di un sale che perde sapore, cioè che diventa insipido, inutile. È un’immagine forte, quasi paradossale: il sale, per natura, non dovrebbe perdere il suo gusto. Allo stesso modo, la fede perde la sua forza non perché Dio venga meno, ma perché l’uomo smarrisce il riferimento alla Parola. La vera “pazzia”, come suggerisce il testo greco, consiste nel perdere il sapore di Dio, nel lasciarsi determinare da logiche estranee al Vangelo.
I Padri della Chiesa hanno meditato a lungo su questa immagine. Origene interpreta il sale come la sapienza che nasce dall’ascolto profondo della Parola. Quando il discepolo smette di nutrirsi della Scrittura, la sua vita perde gusto, e la testimonianza diventa sterile. Non è il mondo a rendere inutile il cristiano, ma la sua infedeltà alla sorgente.
La seconda metafora, quella della luce, amplia ulteriormente l’orizzonte. La luce non esiste per sé stessa, ma per illuminare. Gesù usa immagini semplici e concrete: una città posta sul monte, una lampada sul candelabro. La luce nascosta contraddice la sua stessa natura. Qui non c’è alcun invito all’esibizionismo spirituale, ma una constatazione: la fede autentica diventa visibile attraverso le opere. Non si tratta di attirare l’attenzione su di sé, ma di orientare lo sguardo verso il Padre.
Giovanni Crisostomo sottolinea che Gesù non chiede ai discepoli di brillare per essere ammirati, ma perché gli uomini rendano gloria a Dio. La luce cristiana non acceca, ma guida; non umilia, ma apre cammini. Quando le opere buone diventano strumento di autoaffermazione, la luce si trasforma in ombra. Quando invece rimandano al Padre, allora la testimonianza diventa credibile.
Agostino insiste su un punto decisivo: la luce di cui parla Gesù non è qualcosa di aggiunto alla vita, ma la vita stessa vissuta nell’amore. Non si accende una lampada con le parole, ma con le scelte quotidiane. La carità è la forma più alta della luce, perché rende visibile il volto di Dio che è amore.
Questa domenica segna un passaggio fondamentale: dalle beatitudini come rivelazione della felicità possibile, si passa alla responsabilità di incarnare quella felicità nella storia. La fede non può essere vissuta come rifugio intimistico, né come semplice osservanza religiosa. Essa è chiamata a diventare presenza trasformante, capace di contrastare la corruzione del male e di illuminare le tenebre della disperazione.
La V Domenica del Tempo Ordinario consegna così alla Chiesa una parola esigente e liberante: chi ha incontrato Cristo non può restare neutrale. La luce ricevuta chiede di essere condivisa, il sapore gustato chiede di essere offerto. Non per imporre, ma per servire; non per dominare, ma per amare. È in questa fedeltà quotidiana, spesso silenziosa, che il Vangelo continua a risplendere come bontà da gustare e bellezza da contemplare.
La Parola interpella la vita
Quali gesti concreti della mia vita rendono visibile la luce del Vangelo e quali, invece, rischiano di oscurarla?
In quali situazioni sperimento la tentazione di fondare la mia fede sulla forza, sull’efficienza o sul consenso, invece che sulla croce di Cristo?
La mia presenza nelle relazioni e nella comunità è sale che dà sapore e custodisce, o diventa neutra per paura di espormi?
Oratio
Signore Gesù,
sale buono della mia terra arida,
entra nelle pieghe della mia vita
e dona sapore alle giornate spente,
perché nulla vada perduto
di ciò che hai amato in me.
Luce mite che non abbaglia,
accendi nel mio cuore una fiamma discreta
che illumini senza ferire
e indichi sentieri di speranza
a chi cammina nella notte del dubbio.
Sapienza della croce,
insegnami la forza dell’umiltà
e la libertà di chi non deve difendersi,
perché la mia debolezza
diventi spazio abitato dal tuo Spirito.
Rendimi, Signore,
sale che si consuma per amore
e luce che non trattiene per sé lo splendore,
affinché le mie opere,
inermi e vere,
diventino lode al Padre
e consolazione per i fratelli.
Amen.

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