III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) – Lectio divina

O Dio, sorgente della vita,
che offri all’umanità l’acqua viva della tua grazia,
concedi al tuo popolo di confessare
che Gesù è il salvatore del mondo
e di adorarti in spirito e verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro dell’Èsodo Es 17,3-7
Dacci acqua da bere.
In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
Nel bisogno s’impara l’arte del pregare
Una volta uscito dall’Egitto, attraversando all’asciutto il Mar Rosso, il popolo d’Israele si mette in cammino verso il Sinai. Non è una strada facile da percorrere perché il popolo soffre la sete e la fame. Per questo motivo lo stato d’animo della gente è molto agitato e ha la netta sensazione di essere stato preso in giro. Il deserto non offre soluzioni al bisogno di bere e di mangiare. Perché dunque, si chiedono gli Israeliti, si è giunti nel deserto? Il dubbio che si sia vittima di un tradimento fa scattare la rivolta contro Mosè, che sin dall’inizio della vicenda si è fatto portavoce di Dio. Si rivela vero il proverbio che invita a non lasciare troppo velocemente la via vecchia perché la nuova è nascosta e può rivelarsi più problematica di quella precedente. Non mancavano certo i problemi in Egitto, ed è per questo che Israele gridava al cielo il suo dolore, ma nessuno immaginava di dover passare “dalla padella alla brace”.
Mosè raccoglie il grido del popolo che mette in discussione la bontà di Dio di cui sente l’assenza. Anche Mosè soffre la sete insieme al popolo ma avverte anche il peso della responsabilità che può mutarsi in senso di colpa. Mosè si rivolge a Dio pregando, affinché sia salvato il popolo dalla sete e la sua vita dalla lapidazione della comunità.
Dio risponde alla preghiera comandando a Mosè di riprendere il comando del popolo e di andargli incontro alla roccia dell’Oreb dove Egli si farà presente. Percuotendo la roccia col bastone sarebbe uscita l’acqua. Mosè obbedisce al comando, opera secondo quello che Dio gli ha spiegato di fare. Percuotere la roccia vuole dire mettere in pratica la parola di Dio. Ci sono gesti che per essere fatti richiedono fiducia in Colui che chiede di compierli. Al contrario del popolo che nella sofferenza chiede conto a Dio, Mosè domanda cosa fare. Mosè ha compassione per il popolo e comprende la sua sofferenza. La compassione unita alla fede spinge Mosè a pregare per ascoltare la parola di Dio che, una volta attuata, risponde anche al grido di dolore della gente. Il gesto di Mosè diventa un insegnamento indiretto sul modo più efficace di pregare: con insistenza e fiducia. Percuotere la roccia è come bussare alla porta del cuore di Dio, la vera roccia che sembra dura e arida ma che si lascia ferire per donare la vita.
Il cammino d’Israele non termina lì ma prosegue. Il deserto rimane sempre un luogo inospitale, eppure il popolo d’Israele continua perché si lascia guidare da Dio e gli permette di rialzarlo anche dopo tante cadute. Perciò una tradizione rabbinica afferma che il popolo camminava nel deserto accompagnato dalla roccia da cui zampillava l’acqua. San Paolo in 1Cor 10, 4-5 riprende questa tradizione e la applica a Gesù, la roccia spirituale da cui scaturisce l’acqua che dà vita.
Salmo responsoriale Sal 94
Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».
Ascoltare lasciandosi ferire dalla Parola
Nel deserto Israele ha sete di acqua, ma il Salmo rivela che la vera sete è più profonda: è la capacità di ascoltare Dio senza indurire il cuore.
Dopo l’acqua scaturita dalla roccia a Massa e Merìba, la liturgia non invita anzitutto a ricordare il miracolo, ma ad ascoltare riconoscere «la voce del Signore». Il problema del popolo, infatti, non era solo la mancanza d’acqua, ma il dubbio che Dio fosse davvero presente: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». La sete fisica diventa così immagine della fatica della fede quando il cammino attraversa il deserto dell’incertezza.
Il salmo trasforma la protesta in preghiera. Là dove Israele aveva mormorato, ora la comunità è invitata a cantare; dove aveva messo Dio alla prova, ora è chiamata ad adorare. Il passaggio decisivo è tutto nel cuore; non indurirlo significa imparare a leggere anche la prova come luogo della presenza di Dio.
La roccia percossa da Mosè diventa allora la “roccia della nostra salvezza” cantata dal salmista. Dio non smette di accompagnare il suo popolo, ma chiede un atteggiamento nuovo, ovvero di fidarsi della sua Parola prima ancora di vedere l’acqua sgorgare. Ogni deserto della vita diventa così uno spazio di ascolto, dove la fede matura passando dalla lamentela all’abbandono fiducioso.
Il salmo, in fondo, insegna che il miracolo più difficile non è far uscire acqua dalla roccia, ma mantenere un cuore capace di ascoltare mentre si ha sete.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 5,1-2.5-8
L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato.
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Il cuore dell’uomo, anfora ricolma d’amore
Per l’apostolo Paolo la fede è innanzitutto il dono di Dio fatto ad ogni uomo. Il fatto che la fede è una grazia per tutti gli uomini lo dimostra la morte di Gesù che avviene nel tempo in cui tutti sono chiusi sotto il dominio del peccato. Paolo trae dal racconto della Genesi circa il peccato di Adamo la conclusione che tutti sono peccatori, come il primo uomo. Se universale è il peccato tale è anche la salvezza grazie alla morte di Gesù Cristo. Infatti, Egli è morto per i peccatori, dimostrando così l’amore di Dio per gli uomini, senza alcuna distinzione. Cosa, dunque, è cambiato dalla morte di Gesù? L’uomo non è più peccatore, non soffre più la tribolazione? Nella sua vita terrena l’uomo sperimenta ancora la sua debolezza ma la sua speranza è certa più del dolore che sente, perché Dio lo accompagna e lo guida con la forza del suo Spirito che è come acqua viva riversata nel cuore. È per mezzo dello Spirito che noi non gridiamo come gli schiavi, ma adoriamo Dio da Figli invocando con fiducia il suo Nome e chiedendo con speranza il suo aiuto (Rm 8, 14-16).
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,5-42)
Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.

vv. 3-6a.6b-7a: Introduzione con inquadramento geografico e presentazione dei personaggi, Gesù e la Samaritana.
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua.

vv. 7b-26: Dialogo tra Gesù e la Samaritana
l’acqua viva e il pozzo (vv. 7b-15)
Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi.
Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».

il marito (vv. 16-19)
Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui».
Gli risponde la donna: «Io non ho marito».
Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta!
I veri adoratori (vv. 20-26)
I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa».
Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

vv. 27-42: La gioia condivisa
l’arrivo dei discepoli e la partenza della Samaritana, il cammino dei Samaritani (vv. 27-30)
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?».
La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?».
Uscirono dalla città e andavano da lui.
dialogo tra Gesù e i discepoli (vv.31-38)
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
La fede dei Samaritani (vv.39-42)
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Lectio
Struttura del racconto
vv. 3-6a.6b-7a: Introduzione con inquadramento geografico e presentazione dei personaggi, Gesù e la Samaritana.
vv. 7b-26: Dialogo tra Gesù e la Samaritana: l’acqua viva e il pozzo (vv. 7b-15), il marito (vv. 16-19), i veri adoratori (vv. 20-26)
vv. 27-42: l’arrivo dei discepoli e la partenza della Samaritana, il cammino dei Samaritani (vv. 27-30), dialogo tra Gesù e i discepoli (vv.31-38), La fede dei Samaritani (vv.39-42).
L’evangelista all’inizio del racconto dice che Gesù, ritornando in Galilea, doveva passare dalla Samaria. Non è una necessità logistica ma divina che apparirà chiara continuando il racconto. È il “dovere” della missione divina: Dio deve attraversare i territori della distanza, dell’inimicizia e della ferita umana per incontrare chi è assetato di vita. Come il buon pastore che cerca la pecora perduta, così Cristo entra nello spazio dell’umanità divisa per ricostruire la comunione.
La narrazione procede restringendo progressivamente lo sguardo: dalla regione della Samaria alla città di Sicar, dal terreno donato da Giacobbe a Giuseppe (Gen 48,22), fino al pozzo di Giacobbe, luogo carico di memoria biblica. Nella Scrittura il pozzo è spesso scenario di incontri sponsali: Isacco e Rebecca (Gen 24), Giacobbe e Rachele (Gen 29), Mosè e Sefora (Es 2). Il pozzo diventa, il luogo dell’incontro tra Gesù, affaticato, e la donna Samaritana che va attingere l’acqua in un’ora insolita. Essi, pur essendo differenti per sesso, appartenenza sociale e religione, e addirittura nemici, tuttavia li accomuna la sete e il desiderio di soddisfarla. Giovanni lascia intuire che qui si compie un incontro nuziale nuovo: Gesù è lo Sposo messianico che viene incontro al suo popolo.
l’acqua viva e il pozzo (vv. 7b-15)
Gesù è presentato affaticato per il viaggio. I Padri della Chiesa hanno visto in questa stanchezza il segno dell’amore di Dio che si abbassa fino alla fragilità umana. Sant’Agostino afferma che Cristo si stanca perché ha percorso la strada per cercare l’uomo. Egli siede presso il pozzo a mezzogiorno, nell’ora della piena luce: nulla può restare nascosto davanti alla verità dell’incontro che avviene perché Gesù innesca un dialogo con la Samaritana chiedendole da bere.
Colui che è sorgente di vita si presenta come bisognoso. Gesù rompe il muro dell’inimicizia (cf. Ef 2,14) e inaugura un dialogo che conduce gradualmente alla rivelazione. Come osserva san Giovanni Crisostomo, Cristo suscita il desiderio prima di donare la grazia. La richiesta suscita la curiosità della samaritana, meravigliata che il giudeo, abbattendo il muro dell’inimicizia e dell’incomunicabilità, si mostri bisognoso di aiuto.
Colui che dice “dammi da bere” vuole farsi conoscere come il dono di Dio che dà l’acqua viva a coloro che lo chiedono.
Nella tradizione ebraica l’acqua viva è la Torah che accomuna Giudei e Samaritani (anche se i Samaritani avevano una loro versione del Pentateuco). I profeti avevano già denunciato il limite di una religione ridotta alla sola osservanza esteriore. L’acqua viva non è più soltanto la Legge scritta, ma la Parola vivente, il dono dello Spirito che trasforma interiormente l’uomo (Is 55,1; Ez 47,1-12; Gv 7,37-39). La storia ha dimostrato che essa da sola non è portatrice di salvezza perché non dà piena soddisfazione al bisogno dell’uomo. La Legge scritta non dà la vita! Gesù sa che c’è una sete più profonda che alberga nel cuore della donna e che vorrebbe far emergere. L’acqua viva è la Parola di Dio che, interiorizzata nel cuore, lo trasforma in sorgente di acqua viva. Chi ascolta la Parola di Dio e permette al Signore d’ in-segnarla – segnarla dentro il cuore – diventa fecondo nell’amore. La sete più profonda di questa donna, che il dialogo con Gesù risveglia, è l’essere amata e amare. Dalla richiesta di aiuto di Gesù («dammi da bere»), si giunge alla preghiera della Samaritana («Signore, dammi quest’acqua).
Il marito (vv. 16-19)
Il riferimento al marito introduce il tema sponsale. Gesù non umilia la donna, ma illumina la sua storia. I Padri leggono questo passaggio come rivelazione misericordiosa della verità: Dio non accusa, ma libera. I cinque mariti richiamano simbolicamente anche la storia religiosa della Samaria segnata dall’idolatria (2Re 17,24-41). La donna diventa immagine dell’umanità che cerca vita in molte relazioni incapaci di dissetare il cuore. L’idolatria, nella tradizione profetica (Os 2; Ez 16), è descritta come adulterio spirituale
Nella letteratura biblica il pozzo richiama all’alleanza sponsale. Gesù chiede alla donna di andare a chiamare suo marito e tornare da lui insieme. La Samaritana risponde che è sola e Gesù replica rivelando il fatto che ha avuto cinque mariti e in quel momento ha un uomo che non è suo marito. La donna riconosce che Gesù è un profeta e come tale le rivela ciò che è nascosto, ma senza condannarla. Ella incarna il popolo colpevole del peccato d’idolatria che consiste nel considerare Dio come un idolo a cui prostrarsi, piuttosto che come sposo da cui lasciarsi amare e il marito da servire con amore. L’idolatria è accomunata perciò all’adulterio perché si cerca di placare la propria sete di felicità attraverso vie sbagliate. A tal proposito il profeta Geremia denunciava: “Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua.” (Ger 2,13). Le parole di Gesù rivelano come le relazioni con gli uomini e la relazione con Dio s’intrecciano. Il peccato porta con sé l’instabilità e la frustrazione di chi cerca invano la persona che la faccia esistere veramente. Colui che dice alla donna “dammi da bere” è lo Sposo che cerca perché è il marito che non esige e condanna, ma che si dona a lei per renderla più bella.
I veri adoratori (vv. 20-26)
La donna passa dalla propria storia personale alla questione religiosa fondamentale: dove incontrare Dio? Sul monte Garizim o a Gerusalemme?
Questa volta è la donna, che riconoscendo in Gesù un uomo di Dio e iniziando ad intuire che ha la possibilità di poter accedere all’acqua viva che la disseta, domanda come giungere a questa sorgente. Gesù le risponde che essa non è fissata in luogo. Il tempo della legge, fatta di prescrizioni e precetti, è terminato. Il culto non è più legato a un luogo sacro, ma alla comunione viva con Dio. Cristo stesso diventa il nuovo tempio (Gv 2,19-21). L’adorazione in Spirito e verità corrisponde a ciò che Paolo chiamerà culto spirituale (Rm 12,1): l’offerta della propria vita trasformata dallo Spirito Santo. Gesù si rivela come il dono di Dio, o meglio, come Dio che si fa dono, che sposa l’umanità per renderla viva e feconda riscattandola dalla schiavitù del peccato. La Legge denuncia il peccato mentre la parola del Profeta illumina la peccatrice che, non sentendosi giudicata e condannata, ma amata nella sua fragilità, rilancia il dialogo.
L’incontro culmina con l’autorivelazione di Gesù («Io sono, che ti parla») in risposta alla Samaritana che esprime l’attesa del Messia che viene a portare a compimento ogni promessa. L’espressione richiama il nome divino rivelato a Mosè (Es 3,14). A una donna straniera viene affidata una delle più alte rivelazioni cristologiche del Vangelo.
Il confronto con Gesù opera nella donna una vera conversione. Non passa da una religione ad un’altra, ma dal praticare una religione fatta di leggi, prescrizioni, riti esteriori, alla fede come esperienza di relazione interiore che tocca e trasforma il cuore. Dall’eseguire i precetti della Torah, che punta molto sull’esteriorità del comportamento morale e cultuale, si passa al dialogo con la Parola di Dio che va interiorizzata. Da qui si giunge alla consapevolezza del proprio peccato senza essere giudicati e autogiudicarsi e infine si approda al “culto spirituale”. L’adorazione di Dio in Spirito e verità è il culto interiore, cioè l’offerta della propria vita a Dio mossi dallo Spirito Santo. Gesù spiega ai discepoli cosa sia l’adorazione in Spirito e verità: «fare la volontà del Padre e compiere la sua opera». La brocca dimenticata suggerisce l’idea che la donna, conquistata la libertà da ogni dipendenza, diventa testimone ed evangelizzatrice. Ella non proclama dogmi, ma racconta la sua storia e, attraverso la domanda: “che sia lui il Messia?”, accende in chi l’ascolta il desiderio d’incontrare Gesù.
Infine, i Samaritani giungono alla fede e proclamano Gesù «Salvatore del mondo» (cf. Is 49,6; 1Gv 4,14). Il racconto si apre così alla dimensione universale della salvezza: dall’incontro con una donna nasce il cammino di un popolo.
Meditatio
Dio si rivela bisognoso
Un pozzo fa da sfondo all’incontro tra Gesù e una donna Samaritana. Noi che abbiamo l’acqua in casa o che, in genere, abbiamo la possibilità di reperirla con facilità all’occorrenza, non sappiamo cosa sia la fatica nel soddisfare la sete. Per questo l’acqua è un bene che noi occidentali corriamo il rischio di non apprezzare nel suo valore. La sete è la cifra simbolica del bisogno fondamentale di essere amati per vivere. Gesù, che ha cambiato l’acqua in vino a Cana di Galilea, salvando così la festa di matrimonio che rischiava di fallire miseramente, non avrebbe potuto ristorare la sua fatica operando un prodigio? La domanda ci richiama la tentazione nella quale Gesù è invitato dal demonio a soddisfare la sua fame cambiando le pietre del deserto in pane da mangiare. La rinuncia a vivere per sé stessi porta a scoprire nella mancanza di cibo un bisogno più profondo che solo la Parola di Dio può soddisfare. Non potremmo scoprire il nostro bisogno più vitale che ci abita se non incontrassimo Dio che ci parla essendo lui stesso bisognoso. Gesù, al contrario degli apostoli che erano andati al villaggio a procurarsi da mangiare, rimane in attesa della donna alla quale si mostra bisognoso d’aiuto.
Dal bisogno al desiderio
Gesù, superando ogni barriera del pregiudizio e dell’autosufficienza, si apre con la donna rivelandole il suo desiderio, se lei glielo avesse chiesto, di darle l’acqua viva. In Gesù Dio si rivela desideroso, non di ricevere qualcosa dagli uomini, ma di accogliere (ascoltare) quello che è nel più profondo del cuore e di dare sé stesso saziando la fame degli uomini in ricerca di pace. Gesù è più grande di Giacobbe che ha scavato il pozzo per raccogliere l’acqua, ed è più grande di Mosè che, percuotendo la roccia, la fece scaturire da essa dissetando il suo popolo. Perché Gesù è più grande? Perché è lui la roccia percossa e il terreno scavato da cui sgorga l’acqua. L’uomo della croce, a cui hanno scavato le mani e i piedi con i chiodi (cf. Sal 22) e che hanno trafitto il costato con la lancia, è il dono di Dio, è la sorgente dell’acqua che fa vivere.
Nel dialogo tra Gesù e la samaritana avviene una graduale trasformazione interiore della donna che va di pari passo con la conoscenza di Lui, il quale si rivela poco alla volta. Man mano che Gesù si fa conoscere dalla donna, ella conosce meglio sé stessa. Prima dell’incontro con Gesù l’idea che la donna aveva di sé era fortemente condizionata dalla situazione di emarginazione, colpevolizzazione, moralismo di cui era vittima. La donna scopre di essere conosciuta, ma soprattutto amata. Lei che sa cosa significhi essere trattata come un oggetto da usare e poi scartare, lei che ha provato l’imbarazzo di essere oggetto di pettegolezzi e giudizi severi, lei che ha conosciuto la fatica di essere soli e arrangiarsi da sé per vivere, lei che ha assistito indifferente a disquisizioni teologiche tanto alte quanto inutili circa rituali senza fede mentre chiedeva aiuto e umanità, ora proprio lei incontra un uomo che la guarda con occhi profondi ma non sprezzanti, ascolta un profeta che le parla non per comandarla o umiliarla ma per starle vicino e incoraggiarla, e finalmente crede in Colui che è la sorgente della Vita.
Il cuore come la brocca
La Samaritana, con le sue paure, le sue vulnerabilità, i suoi sistemi di difesa, le sue spigolosità, interpreta la situazione nella quale ci si trova ad affrontare problemi e preoccupazioni che si presentano in modo inaspettato. In questa quotidiana fatica incontriamo anche noi Gesù che non nasconde i segni della sua stanchezza in modo da sentirlo veramente come nostro fratello che ben conosce il soffrire. Sì, questa quaresima, offre l’opportunità di scoprire la bellezza dell’incontro con Gesù nell’intimità del segreto del cuore, lì dove siamo condotti per un autentico esame della coscienza. Stando alla sua presenza non possiamo e non dobbiamo trovare giustificazioni o scuse, ma solamente prendere consapevolezza che il bisogno più vero che ci abita è quello della salvezza, cioè il desiderio di essere creature che, curate dalla misericordia di Dio, diventano evangelizzatori della Carità che salva.
Il cuore di ciascuno di noi non può essere il mesto custode di pensieri ispirati dal fatalismo e delle paure generate dalla diffidenza, ma sia come la brocca della Samaritana, fragile e preziosa, posta nelle mani di Dio, nella quale è riversato il dono dello Spirito Santo e attraverso la quale l’amore di Dio irriga anche le dure zolle aride della vita dei fratelli.
La Parola interpella la vita
Qual è oggi la mia sete più vera? Dove la sto cercando di placare: in “cisterne screpolate” (abitudini, sicurezze, relazioni, immagini di me) oppure nella sorgente che è Cristo?
Che cosa succede in me quando il Signore “mi dice tutto quello che ho fatto”? Mi chiudo per difesa, mi giustifico, mi scoraggio… o mi lascio raggiungere da una verità che non condanna ma libera e rialza?
Quale “brocca” sono disposto a lasciare perché il Vangelo diventi missione? Quale passo concreto mi chiede lo Spirito perché la mia vita diventi una piccola sorgente per qualcuno?
Oratio
«Ho sete»,
è il tuo grido sulla croce, Signore,
ed è la tua preghiera al pozzo
dove mi precedi, mi attendi, mi incontri.
Viandante povero e solo,
conosci la fatica di chi cerca l’Amato
e porti nel cuore il peso del vuoto d’amore.
Tu che chiedi da bere,
assetato di pace per l’uomo,
sei il dono di Dio, roccia ferita
da cui sgorga l’acqua viva.
Sei pozzo scavato nella profondità del mio animo,
sorgente che non tradisce,
Parola che comunica lo Spirito che dà vita.
Tu, Profeta di Dio, pronunci una Parola
libera come vento leggero,
trasparente come acqua pura,
incisiva come fuoco vivo.
Mentre racconti la mia vita, mi liberi dalla colpa,
accendi nei miei occhi la luce della fede
e susciti nel cuore il desiderio del Padre.
Tu solo sai parlare cuore a cuore,
come lo Sposo alla sua amata:
non cerco più lontano
perché ti ho trovato vicino,
non fuggo più la gente
perché mi hai liberato dal giudizio.
Non mi vergogno della nudità,
perché il mio corpo è lavato dal tuo sangue,
profumato dal crisma dello Spirito,
rivestito della gloria del Padre. Amen.

Commenti recenti