In occasione della 34° Giornata Mondiale del Malato, mercoledì 11 febbraio 2026, Memoria liturgica della Madonna di Lourdes, l’Arcivescovo di Matera-Irsina, Mons. Benoni Ambarus, ha celebrato la Santa Messa nella Cappella “San Giuseppe Moscati” dell’Ospedale di Matera. Nell’omelia, Mons. Benoni Ambarus ha riletto il primo miracolo di Gesù a Cana, l’acqua trasformata in vino, sottolineando che le sei giare, almeno 120 litri, mostrano che il Signore non dona a misura, ma “in sovrabbondanza” portando gioia e pienezza di vita, proprio ciò che manca nelle nostre vite quando arrivano malattia, stanchezza e fatica spirituale. Il vino, ha ricordato il Vescovo, è la “chicca” del pasto: pane, olio e acqua soddisfano il necessario, ma il vino è il segno della gioia, della pienezza, della festa. A Cana finisce il vino e gli sposi rischiano la figuraccia: è l’immagine di quando anche noi camminiamo con le riserve, i vuoti interiori, la mancanza di salute e di relazioni, la solitudine legata alla malattia. La giornata del malato, pur non essendo una festa, ci ricorda che la malattia è un “codice esistenziale” comune a tutti: esistono malattie del corpo e malattie dello spirito, che fanno perdere l’orizzonte, il senso e il gusto della vita. In questo vuoto entra Maria, è lei che si accorge di ciò che altri non vedono – “Non hanno più vino” – e ai servi indica la via: “Fate quello che vi dirà”, cioè, ascoltate e mettete in pratica la Parola certi che il resto arriverà in abbondanza. L’affetto per Maria – ha aggiunto il Vescovo – non è puro devozionismo perché Lei è la Madre per eccellenza affidataci da Gesù sulla croce, che veglia e intercede per noi, spesso senza che neanche ce ne rendiamo conto. Sono tre gli atteggiamenti da vivere, secondo Mons. Ambarus: accettare che, prima o poi, il vino finisca, che la gioia possa venir meno; accogliere Maria che si accorge del nostro “respiro corto” e ci rimette davanti a Gesù; offrire al Signore la nostra debolezza, la nostra pochezza chiedendo che trasformi la nostra vita, la sostenga e ci guarisca. Riconoscere la fragilità – “la vita è la prima malattia che porta alla morte” – non è pessimismo, ma realismo che apre alla speranza e rinnova l’impegno comunitario di cura verso i malati nel corpo e nello spirito e verso chi non ha perso la gioia di vivere.
Intervento dell’Arcivescovo prima della Santa Messa
Video omelia integrale dell’Arcivescovo
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