VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – Lectio divina
Sir 15,16-21 Sal 118 1Cor 2,6-10

O Dio, che hai rivelato la pienezza della legge
nel comandamento dell’amore,
dona al tuo popolo di conoscere le profondità
della sapienza e della giustizia,
per entrare nel tuo regno
di riconciliazione e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del Siràcide Sir 15,16-21
A nessuno ha comandato di essere empio.
Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno;
se hai fiducia in lui, anche tu vivrai.
Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua:
là dove vuoi tendi la tua mano.
Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male:
a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.
Grande infatti è la sapienza del Signore;
forte e potente, egli vede ogni cosa.
I suoi occhi sono su coloro che lo temono,
egli conosce ogni opera degli uomini.
A nessuno ha comandato di essere empio
e a nessuno ha dato il permesso di peccare.
Il bivio della libertà
Il passo del Siràcide si colloca nel cuore della sapienza biblica e affronta una delle questioni più delicate dell’esperienza umana e della fede: la libertà. Il testo è costruito con immagini semplici e potenti, tipiche della pedagogia sapienziale. Dio “pone davanti” all’uomo il fuoco e l’acqua, la vita e la morte, il bene e il male. Dio non impone, non costringe, non determina meccanicamente le scelte dell’uomo. Egli espone, mette a disposizione, apre uno spazio reale di decisione.
Il Siràcide prende le distanze sia da ogni forma di determinismo religioso sia da una concezione fatalistica del peccato. L’affermazione ripetuta – «A nessuno ha comandato di essere empio» – esplicita che il male non viene da Dio, non è scritto nel suo progetto, non è autorizzato dalla sua volontà. Dio rimane sapiente e giusto, vede tutto, conosce ogni opera dell’uomo, ma questa sua onniscienza non schiaccia la libertà; al contrario, la rende possibile e responsabile.
Dunque, il testo afferma che l’alleanza è sempre proposta e mai imposta. La vera libertà non coincide con l’arbitrio o con la soddisfazione immediata dei desideri, ma con la capacità di orientare la propria vita verso ciò che custodisce e fa vivere. La legge di Dio, in questa prospettiva, non è una gabbia ma una protezione: «se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno». La libertà autentica è relazione fiduciosa con Dio, è cammino condiviso, è scelta di vita contro tutto ciò che distrugge l’uomo e le sue relazioni.
Salmo responsoriale Sal 118
Beato chi cammina nella legge del Signore.
Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.
Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti.
Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge.
Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore.
La Legge, via per la felicità
Il Salmo 118 è un grande inno alla Torah, alla legge del Signore, e ne offre una lettura sorprendentemente esistenziale. Non celebra la legge come codice freddo o come elenco di precetti, ma come “via” su cui camminare. Il termine ebraico che ricorre è quello del cammino: la legge è un percorso, non un recinto.
Il salmo insiste su verbi di movimento e di desiderio: camminare, cercare, custodire, imparare. Il giusto non è colui che semplicemente conosce la legge, ma chi la interiorizza, chi la lascia entrare nello sguardo («Aprimi gli occhi») e nel cuore («Dammi intelligenza»). La beatitudine iniziale non nasce dall’osservanza formale, ma dall’armonia tra la vita dell’uomo e la volontà di Dio.
Se il Siràcide afferma che Dio pone davanti all’uomo la scelta, il salmo mostra cosa accade quando quella scelta viene orientata verso la vita: nasce la beatitudine. La legge diventa spazio di libertà, non di costrizione; diventa parola che dà vita e non peso che opprime. L’uomo chiede di essere istruito perché riconosce che solo chi si lascia guidare può davvero camminare fino alla fine. Qui la libertà si manifesta come desiderio di fedeltà, come gioia di appartenere a un disegno più grande di sé.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1Cor 2,6-10
Dio ha stabilito una sapienza prima dei secoli per la nostra gloria.
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria.
Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.
Ma, come sta scritto:
«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano».
Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
La Legge scritta nel cuore (rivelata) dallo Spirito
Nel testo della Prima lettera ai Corinzi, Paolo introduce una distinzione fondamentale tra la sapienza di questo mondo e la sapienza di Dio. Esegeticamente, il linguaggio dell’apostolo è fortemente polemico: i “dominatori di questo mondo” rappresentano un modo di pensare fondato sul potere, sul successo, sul controllo. Questa sapienza, apparentemente forte, si rivela in realtà incapace di riconoscere il cuore del progetto di Dio, fino al paradosso di crocifiggere «il Signore della gloria».
La sapienza di Dio, invece, è “nel mistero”. Non perché sia esoterica o riservata a pochi, ma perché supera le categorie umane. Essa non nasce dall’osservazione esterna, ma dalla rivelazione interiore: «Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito». Lo Spirito Santo è presentato come colui che conosce le profondità di Dio e le comunica al credente, rendendolo capace di comprendere ciò che l’occhio non vede e l’orecchio non sente.
Questo testo illumina il senso ultimo della libertà e della legge. La sapienza di Dio non mira a fare dell’uomo un suddito obbediente, ma un figlio consapevole, un partner dell’alleanza. Il progetto di Dio è quello di allargare i confini della sua famiglia, di fare “casa” con l’uomo. La legge non è più scritta solo su tavole di pietra, ma nel cuore, grazie allo Spirito. Così la libertà diventa partecipazione, la fede diventa relazione, e la vita del credente si apre a una gloria che non è conquista umana, ma dono preparato per chi ama.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 5,17-37
Così fu detto agli antichi; ma io vi dico.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».
Lectio
Dopo le beatitudini e le immagini del «sale» e della «luce», per indicare l’identità e il ruolo dei discepoli, Gesù passa a trattare del rapporto tra lui e la Torà. All’enunciazione di alcuni principi generali (5,17-20) seguono sei casi esplicativi nei quali il Maestro offre un’interpretazione e attualizzazione di altrettanti precetti della Legge (5, 21-48). Nel brano evangelico della sesta domenica del tempo ordinario (5, 17-37) si legge la prima parte di questa sezione, ovvero l’introduzione (vv. 17-20), nella quale Gesù chiarisce il suo rapporto con la Torà, a cui segue la sua lettura ermeneutica di tre precetti che cita direttamente dall’Antico Testamento e dalla tradizione orale.
Innanzitutto, Gesù fuga i dubbi che potrebbero sorgere in chi pensa che egli è il nuovo Mosè, portatore di un’altra Legge, e mediatore di una nuova alleanza. In realtà, non si pone in contrapposizione o in alternativa con la tradizione mosaica e, ancora meno, con l’autorità di coloro che ne continuano la missione, perché il Maestro si colloca nel solco della storia d’Israele, come era già stato enunciato nella genealogia e nel dialogo con il Battista. Egli si mette a servizio della Parola perché si compia la volontà di Dio nella vita del credente. Le beatitudini hanno chiarito che la volontà di Dio coincide nell’essere beati praticando la giustizia. L’uomo Gesù, coinvolgendosi pienamente nel mondo, come il sale, esponendosi, come la città sul monte, e predicando il vangelo con le opere, come lucerna posta sul candelabro, mostra in che modo compiere l’«Insegnamento di Dio» (la Torà) e praticare la giustizia. Il discepolo non si fa da sé, semplicemente rispettando le “istruzioni”. Infondo, la giustizia dei farisei e degli scribi, proprio perché rimaneva nell’ambito del proprio benessere, doveva essere superata per non cedere alla tentazione di sostituirsi a Dio e di separarsi dagli altri. Dietro la paura della “contaminazione” c’è la presunzione narcisistica di voler essere gli unici. Ma, come dice Dio, «non è bene che l’uomo sia solo». La giustizia, dunque, non consiste nel raggiungere la perfezione in maniera individuale come il vincitore di una gara che arriva per primo al traguardo. Per i discepoli di Gesù la perfezione consiste nell’imitare il Maestro che si presenta come modello di uomo giusto perché cammina sulla via dei comandamenti per compiere la volontà di Dio. La categoria del Regno dei Cieli intende mettere in rilievo la dimensione comunitaria della propria vita credente. L’insegnamento di Gesù non è nuovo ma, se praticato, rende creature nuove perché parte integrante del Regno dei Cieli, la comunità dei giusti, il nuovo popolo di Dio che è la Chiesa. La fraternità, in quanto la forma più piena della giustizia, diventa il criterio di discernimento e di verifica della propria vita di fede. Mettere in pratica la legge non è il fine ma il mezzo attraverso cui raggiungere lo scopo di appartenere alla comunità, tessendo attivamente relazioni di fraternità e avendo attenzione soprattutto ai più piccoli. L’interpretazione della Torà non può seguire tendenze rigoriste o lassiste, diventando anche terreno di scontro e di divisione. Al contrario, deve aiutare a tenere fisso lo sguardo sulla volontà di Dio, che non cambia, e al tempo stesso bisogna considerare il contesto umano, che invece è in continuo cambiamento. La Parola di Dio è data all’uomo perché gli sia di guida e di accompagnamento nell’attuare il cambiamento interiore necessario per conformarsi a Cristo e realizzare la vera giustizia insieme ai fratelli.
A dispetto dell’apparente rigore con il quale Gesù voglia che sia applicata la Legge, della quale non bisogna trasgredire nemmeno il più piccolo precetto, le sue ammonizioni mettono in guardia dall’addomesticare la Parola concedendo “permessi” (letteralmente il verbo «sciogliere» o «lasciar andare», che è tradotto con trasgredire, in Mt 16, è associato a quello di «legare» per indicare l’autorità di «impedire» o «permettere») che alimentano la durezza del cuore invece di purificarlo.
La casistica che viene presentata ha valore esplicativo dei principi esposti nelle battute precedenti. Non bisogna dimenticare che l’insegnamento è rivolto ai discepoli che vivono sulla loro pelle la sofferenza per ingiustizie subite anche nell’ambito della comunità di appartenenza. Sullo sfondo del discorso dovremmo immaginare un tribunale nel quale è facile passare dalla posizione d’imputato a quello di giudice. Gesù rivela che nel cuore della Legge c’è l’intenzione di Dio di farci santi accogliendoci nel Suo regno, facendoci parte della sua comunità, membri della sua famiglia. Tale intenzionalità deve anche ispirare la pratica della giustizia. La fraternità, affinché sia un dono da accogliere in pienezza alla fine del tempo, deve essere un bene da custodire e proteggere oggi e qui. L’insegnamento di Gesù ha lo stesso valore di quello degli scribi e farisei con la differenza che il primo intende proteggere ed accrescere la fraternità, mentre i secondi sono più attenti a difendere l’integrità formale della Legge. Da qui nasce anche l’attenzione puntigliosa alla forma da parte degli scribi e dei farisei a cui il discepolo di Cristo deve preferire il rispetto e la cura della persona. La fredda e meccanica esecuzione della norma spersonalizza mentre, vivere i comandamenti con gli stessi sentimenti di Gesù porta a riconoscersi fratelli, tutti peccatori e bisognosi di perdono reciproco, ma anche insieme chiamati alla santità.
I divieti di omicidio, di adulterio e di falsa testimonianza sono tre precetti della seconda parte dei comandamenti in cui si declinano i doveri nei confronti del prossimo. Per ciascuno di essi l’insegnamento di Gesù ne intensifica il significato pratico ampliando l’ambito della propria vita al quale applicare il precetto.
Il comandamento di non uccidere è circoscritto da Gesù al fratricidio che è il primo omicidio narrato nella bibbia. Infatti, il crimine del fratricidio avviene non solo in maniera cruenta ma anche incruenta quando si esprimono giudizi taglienti contro un altro fratello privandolo della dignità. Non si tratta semplicemente di insulti ma di accuse che “inchiodano” la vittima al punto da essere emarginato dalla comunità e considerato morto. A Dio sta a cuore la vita di ogni uomo anche se peccatore. Egli non gode della morte del peccatore ma desidera che si converta e viva. Se il giudizio di condanna fa morire, la riconciliazione invece è un’opportunità di vita. L’interlocutore di Gesù è il discepolo che conosce la legge e la mette in pratica, soprattutto i precetti cultuali. Infatti, il destinatario dell’insegnamento del Maestro è una persona che frequenta il tempio presso cui si reca portando la sua offerta. Affinché essa sia ben accetta il cuore dell’offerente deve essere libero dal risentimento e dal giudizio contro il fratello che lo ha offeso. Questa purificazione avviene attraverso un cammino di riconciliazione fatto insieme al fratello. Il dono gradito a Dio è l’intenzione della riconciliazione. In tal modo il discepolo adempie la legge. Il precetto del non uccidere si compie allorquando l’uomo si astiene dall’uso violento della giustizia. Tuttavia, tale pratica si realizza nella misura in cui nel cuore si coltiva il desiderio della fraternità e la si traduce in strategia di riconciliazione. Si tratta di fare insieme al fratello, che è in debito, un comune cammino di conversione e di purificazione.
Il secondo caso preso in considerazione è il divieto di commettere adulterio. In una società maschilista che fa ricadere sulla donna la colpa dei peccati sessuali, Gesù si rivolge innanzitutto agli uomini perché, prima che essere capi delle loro mogli, devono essere padroni di sé stessi purificando il proprio cuore dalla tendenza al possesso e imparando a educarlo per indirizzare il desiderio di amare verso propria moglie. Il guardare la donna con desiderio esprime l’intenzione del cuore di possederla come se fosse un oggetto. L’occhio che guarda con desiderio cade nell’inganno della tentazione che si traduce poi in azione peccaminosa. Il primo peccato, narrato dal Libro della Genesi, collega lo sguardo della donna, che si fissa sul frutto proibito, alla mano che l’afferra per mangiarne. Da qui l’invito di Gesù a non coltivare pensieri e abitudini che alimentano lo stile utilitaristico e opportunistico delle relazioni. La fedeltà matrimoniale si rafforza nella misura in cui si rinuncia al proprio egoismo che influenza pensieri e azioni negativi. In questo consiste la povertà di spirito per farsi arricchire dall’amore di Dio che rafforza i legami familiari. Dalla separazione da quella parte di sé che adultera l’amore, Gesù passa alla questione del divorzio strettamente connessa con l’adulterio. L’uomo che ripudia la moglie induce all’adulterio lei e colui che eventualmente la sposa. La questione del divorzio era dibattuta ma spesso ci si fermava alle condizioni per cui il ripudio era da considerarsi lecito. Gesù sembra affermare che il ripudio non è mai lecito, fatta eccezione del caso di una conclamata relazione extra coniugale, perché il divorzio diventa causa dell’adulterio in quanto il matrimonio è unico. Mi pare che all’insegnamento di Gesù sia sottesa l’idea che la relazione coniugale, quando entra in crisi, non va sbrigativamente eliminata ma pazientemente curata. Il ripudio non è una soluzione alla crisi. In questo secondo caso è ancora posta a tema la fraternità declinata nella relazione coniugale. Come per il fratello che ha commesso una colpa bisogna far prevalere la misericordia che persegue la riconciliazione, piuttosto che il giudizio che uccide, così nella relazione coniugale in crisi è necessario ristabilire l’unità partendo dalla conversione personale. In tal modo i coniugi camminano insieme sulla via che li porta a fare della propria vita un dono reciproco.
Il terzo caso tratta del giuramento e della falsa testimonianza. Il precetto citato ha lo scopo di difendere la verità e custodire la giustizia dalle manipolazioni, anche quelle ideologiche. In tribunale la testimonianza è fondamentale per stabilire la verità dei fatti in modo che il giudice possa condannare il colpevole e assolvere l’innocente. Non si è chiamati ad esprimere la propria opinione o un giudizio personale, perché non siamo il giudice, ma a narrare. La narrazione, al contrario del giudizio, aiuta ad andare al cuore del problema. In altri termini, il rischio è quello di nascondere dietro discorsi teologici verbosi la mancanza di volontà di fare una scelta radicale a favore dell’uomo in quanto tale, nostro fratello, comunque egli sia, debole o retto. Il peccatore, anche se povero, va corretto, così come deve essere aiutato a cambiare colui che vanta di avere conoscenze o che accampa argomenti a sua discolpa. Gesù invita ad assumere un atteggiamento fatto di parole essenziali e coerenti alla vita. Più che giurare, impegnando ciò che non è nostro, bisogna mettere in gioco la propria volontà affidando il proprio cuore a Dio affinché ci aiuti a colmare la distanza tra il dire e il fare. Il sì a Dio, espresso nell’amen liturgico, si traduca nel sì al fratello bisognoso di aiuto, il no al peccato deve diventare un’opposizione coraggiosa e, a volte anche cruenta, al proprio egoismo. L’amore non usa tante parole per esprimersi né si misura sulla quantità delle opere, è semplicemente nel sì alla volontà di Dio e nel no agli inganni del Maligno.
Meditatio
Il rispetto della legge rende corretti, l’interiorizzazione della Parola di Dio ci fa uomini liberi
La Parola di Dio è, per così dire, un patto di alleanza che il Signore ci propone basato sulla fiducia. Si tratta di una proposta non di una imposizione. Tuttavia, questo non significa che la Sapienza di Dio sia solo una possibilità diversa rispetto a quella «di questo mondo» e dei «dominatori di questo mondo» (II lettura); anzi le due logiche di vita sono diametralmente opposte e con conseguenze estremamente diverse. Infatti, come ricorda il Libro del Siracide: «Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà». All’uomo spetta la scelta di quale via percorrere, se custodire e osservare gli insegnamenti di Dio, che riconosce come Padre, o quella degli uomini, abili a sostituirsi a Lui per gestire la libertà delle persone.
Gesù non si pone in un atteggiamento di competizione rispetto ad altri maestri, né tantomeno pretende di offrire una nuova legge. Egli, con la sua parola, ci dona lo Spirito Santo, il vero conoscitore del cuore di Dio, che permette a coloro che l’ascoltano lo accolgono, di sintonizzare i propri sentimenti su quelli del Signore.
Lo Spirito Santo scrive la legge di Dio nel cuore dell’uomo, cioè gli permette di interiorizzarla e non di subirla come un dovere imposto, accontentandosi di attuarla solo formalmente. È lo Spirito Santo che ci fa santi e che santifica la nostra vita rendendola «luce del mondo» e «sale della terra».
Quando la Parola di Dio penetra nel segreto della nostra coscienza, ed essa risuona, allora comprendiamo non solo quale ruolo stiamo giocando nelle relazioni, magari imposto dalle situazioni che subiamo e dalla cultura di cui ci nutriamo, ma anche quale postura dovremmo assumere nel gioco delle relazioni secondo il suggerimento dello Spirito di Dio.
Gesù propone di passare dal piano del “dover non fare o dire” a quello del “voler essere”. In definitiva la domanda che guida le scelte, le azioni, le parole dell’uomo non è innanzitutto «cosa mi si dice di fare?», ma «chi voglio essere per gli altri?», «quale ruolo voglio giocare nelle relazioni?».
L’espressione «ma io vi dico» conduce lo sguardo dentro il nostro cuore per riconoscere quelle maschere pesanti che indossiamo e/o che ci hanno affibbiato.
Tra queste identità c’è quella del burbero che non sa fare altro che puntualizzare, stigmatizzare lo sbaglio altrui, che ammazza l’altro offendendolo con parole dure; c’è la maschera dell’avversario che è ossessionato dal fatto di dimostrare il proprio essere integerrimi, che non tollera la superiorità altrui, che, in definitiva, non accetta il fatto che abbia dei limiti, i quali offuscano la sua immagine del supereroe.
Desiderare e ripudiare sono le due facce di un’unica maschera che indossa colui che domina, su chi intuisce essere più debole, per non accettare la sua debolezza, la sua fragilità e la sua impotenza. L’aggressività con la quale vorrebbe possedere o gestire l’altro rivela la paura di venire allo scoperto nella propria povertà.
Non è la legge degli uomini che fa cadere le maschere, ma è la parola di Gesù, che ci comunica lo Spirito Santo, a guarire il cuore e a convertirlo. Nel «ma Io vi dico» c’é la forza e l’autorità di Gesù, il Figlio di Dio. La sua parola è efficace e liberatrice perché permette non solo di rispondere alla domanda «chi voglio essere per gli altri?» ma anche mette in grado di realizzare il proprio desiderio e il personale progetto di vita.
La parola di Gesù ci libera da quelle parti di noi che non ci aiutano a essere veramente un dono per gli altri. Ci sono pensieri e abitudini che ci condannano ad un’infinita frustrazione e tristezza. Gesù ci insegna a giocare anche in ruoli diversi da quelli che ci siamo abituati ad assumere perché da sempre gli altri ce l’hanno affidati con i loro giudizi.
Essere buoni, responsabili e disponibili non significa poter risolvere tutte le situazioni o essere in grado di rispondere positivamente ad ogni richiesta. Si può essere prossimi ai fratelli e ascoltare il loro bisogno senza per forza sentirsi in obbligo di intervenire per fare qualcosa che non è nelle nostre possibilità. Si può riconoscere lo sbaglio dell’altro nei nostri confronti senza necessariamente considerarlo un attentato alla nostra vita. Si può serenamente riconoscere il proprio errore senza ricoprirsi di sensi di colpa.
La parola di Gesù non è una maschera o un abito che nasconde le nostre debolezze o le nostre brutture, ma, al contrario, ci comunica la forza necessaria per liberarci da ciò che ci scherma dall’autentica relazione con Dio e con gli altri rendendoci bui e opachi.
La parola di Gesù ha valore normativo perché fornisce i criteri per fare discernimento e scegliere la via che porta alla vita. Dio chiede di fidarci di Lui anche quando le indicazioni che ci dà sembrano essere superiori alle nostre forze e irrealizzabili.
La parola di Gesù ci fa scoprire ogni giorno di essere amati non per i nostri meriti, ma per una scelta di Dio libera, consapevole e gioiosa. La parola di Gesù non ci carica di pesi, non alimenta scrupoli e sensi di colpa, ma donandoci lo Spirito Santo, ci incoraggia e infonde speranza, affinché, facendo cadere le maschere e mettendo da parte copioni scritti da altri, possiamo veramente essere liberi di scegliere come amare ed essere un dono per gli altri.
Auguro a tutti una serena domenica e vi benedico di cuore!
La Parola interpella la vita
Quale scelta mi è posta oggi davanti? In quale ambito concreto (relazioni, parole, desideri) sono chiamato a scegliere la vita?
Dove la mia osservanza resta esterna? Quale “ma io vi dico” del Vangelo mi invita a scendere nel cuore?
Che volto di comunità sto costruendo? Le mie scelte custodiscono la fraternità o difendono solo la mia immagine?
Oratio
Signore Gesù, compiuta Parola del Padre,
tu che non schiacci la libertà, ma la fai fiorire,
metti davanti a noi la vita
e insegnaci a scegliere con intelligenza.
Spirito di sapienza e di verità,
scrivi nel cuore la volontà di Dio.
Apri i nostri occhi alla via buona del Vangelo,
per camminare con passo gioioso e fiducioso.
Correggi il linguaggio che ferisce e offende,
purifica lo sguardo che possiede e umilia.
Donaci mani di riconciliazione e consolazione,
mosse da un cuore semplice, capace di “sì” all’amore.
Rendici fratelli che camminano insieme,
liberi di amare senza maschere.
Nella tua sapienza preparata per noi
fa’ della nostra vita una casa di pace. Amen.

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