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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO A) – Lectio divina
Is 42,1-4.6-7 Sal 28 At 10,34-38

Padre santo,
che nel battesimo del tuo amato Figlio
hai manifestato la tua bontà per gli uomini,
concedi a coloro che sono stati rigenerati
nell’acqua e nello Spirito
di vivere con pietà e giustizia in questo mondo
per ricevere in eredità la vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 42,1-4.6-7)
Ecco il mio servo di cui mi compiaccio

Così dice il Signore:
«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.
Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

La vocazione del Servo di Dio
È il primo dei quattro «canti del servo» che è presentato come un profeta, oggetto di una missione e di una predestinazione divina, animato dallo Spirito per insegnare a tutta la terra con discrezione e fermezza, malgrado le opposizioni. La sua missione supera quella degli altri profeti, poiché egli stesso è alleanza e luce e compie un’opera di liberazione e salvezza.
L’elezione del servo è accompagnata dall’effusione dello Spirito che lo inserisce nella schiera dei capi carismatici dei tempi antichi, dei giudici, dei re Saul e Davide. Il racconto del battesimo di Gesù associa alla discesa dello Spirito Santo le parole del Padre che sono una citazione implicita del v. 1. La citazione esplicita dei vv. 1-4 sarà in Mt 12, 17-21 dove l’evangelista parla della missione di Gesù che viene osteggiata.
Lo Spirito con il quale viene consacrato il servo di Dio fa di lui un uomo mite. La giustizia non viene imposta con la violenza ma offerta con la mitezza, risorsa principale della resilienza e la perseveranza. Il servo è oggetto della benevolenza di Dio che lo forma affinché si compia il suo disegno di riconciliazione e di pace con gli uomini. Il ministro, consacrato e plasmato dallo Spirito, è a servizio della giustizia di Dio che, volendo liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato, li riconcilia con sé e ristabilisce l’alleanza di comunione e di pace.

Salmo responsoriale Sal 28
Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.

Date al Signore, figli di Dio,
date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome,
prostratevi al Signore nel suo atrio santo.

La voce del Signore è sopra le acque,
il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza,
la voce del Signore è potenza.

Tuona il Dio della gloria,
nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo,
il Signore siede re per sempre.

Dagli Atti degli Apostoli (At 10,34-38)
Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazaret.

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.
Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti.
Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».

Lo Spirito guida la missione di Gesù e della Chiesa
Dopo aver ascoltato il racconto del centurione Cornelio, che gli spiegava il motivo per cui lui, che era pagano, lo aveva mandato a chiamare ben sapendo che fosse un ebreo, Pietro riconduce quell’evento all’azione di Dio che agisce in modo tale da creare relazioni. L’apostolo comprende che la sua missione più che rispondere a logiche di proselitismo deve adeguarsi all’opera missionaria di Cristo. È lui l’unico Messia e Salvatore che continua la sua opera di salvezza mediante gli apostoli. Essi non devono tanto preoccuparsi di conservare ma di aprirsi alla novità del vangelo la cui azione precede quella degli uomini. Il giudizio di Dio non consiste nel fare le differenze di trattamento in base ai meriti acquisiti, ma nell’offrire a tutti, senza distinzione, l’opportunità di conoscerlo, amarlo e salvarsi. Tutti sono amati perché tutti siamo sotto il potere del diavolo. Ne ha fatto esperienza lo stesso Pietro quando, opponendosi alla scelta di Gesù di andare a Gerusalemme pur consapevole del fatto che lì avrebbe trovato la morte, viene duramente rimproverato dal Maestro. Pietro, testimone dell’opera di Gesù prima della Pasqua, continua ad esserlo anche dopo. La sua testimonianza sottolinea la continuità tra ciò che è accaduto prima e quello che si realizza dopo la Pasqua. L’apostolo è consapevole di aver ricevuto anche lui il dono dello Spirito da Cristo a Pentecoste affinché divenisse partecipe della missione messianica che continuava anche dopo la Pasqua. Pietro è portatore della Parola, ovvero di Gesù Cristo, il Signore di tutti, per mezzo del quale si compie la giustizia di Dio che mira alla riconciliazione e alla pace.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 3,13-17)
Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Lectio
Con la scena del battesimo di Gesù, Matteo inaugura la prima grande soglia del suo Vangelo. Dopo il racconto delle origini, che ha mostrato chi è Gesù agli occhi di Dio e della storia, l’evangelista introduce ora il tempo della manifestazione pubblica. Lo fa collocando Gesù all’interno di una sequenza narrativa ben costruita, che lega strettamente la figura del Battista, il gesto del battesimo e la rivelazione trinitaria.
Il racconto si apre con un movimento deciso: «Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni». Il verbo del venire indica un’iniziativa libera e consapevole. Gesù non è convocato, non è costretto, non risponde a una chiamata esterna: è lui che si mette in cammino. Dal punto di vista narrativo, Matteo sottolinea che l’ingresso in scena di Gesù avviene nel segno della discrezione. Colui che è stato proclamato Figlio nel racconto dell’infanzia non entra come protagonista trionfante, ma come pellegrino tra i pellegrini.
La Galilea, luogo marginale e periferico, diventa il punto di partenza di un cammino che conduce Gesù al Giordano, spazio liminale per eccellenza: confine tra deserto e terra promessa, luogo di passaggio, di purificazione, di decisione. Il racconto colloca così Gesù in una geografia teologica che anticipa il senso della sua missione: egli attraversa i luoghi simbolici dell’esperienza umana per inaugurarli come luoghi di salvezza.
L’intenzione di Gesù è espressa con semplicità: «per farsi battezzare da lui». Ma questa semplicità genera immediatamente una tensione narrativa. Giovanni oppone resistenza. È il primo vero conflitto del Vangelo dopo l’infanzia, e non è un conflitto tra bene e male, ma tra due diverse comprensioni della giustizia di Dio.
Il Battista riconosce Gesù e, proprio per questo, cerca di impedirgli il gesto. La sua obiezione è teologicamente fondata: «Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Giovanni parla a partire da una logica di gerarchia e di merito: chi è più santo dovrebbe purificare chi è meno santo. Matteo caratterizza Giovanni come personaggio lucido e onesto, ma ancora prigioniero di uno schema ascendente della relazione con Dio.
La risposta di Gesù costituisce il cuore teologico del racconto: «Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia». Gesù non spiega, non argomenta, non corregge frontalmente Giovanni. Lo invita piuttosto a fidarsi, a sospendere il giudizio, a entrare in un’azione condivisa. Il plurale “adempiamo” coinvolge Giovanni e indica che la volontà di Dio non si realizza attraverso un gesto solitario, ma dentro una relazione di obbedienza reciproca.
Nel linguaggio matteano, la “giustizia” non è mai riducibile all’osservanza legale. È la fedeltà concreta al disegno di Dio che si manifesta nella storia. Qui la giustizia consiste nel permettere a Dio di agire secondo la sua logica, che non coincide con quella umana della retribuzione o della separazione tra puri e impuri. Giovanni accetta. Il narratore segnala così la risoluzione del conflitto: la resistenza si trasforma in consenso, l’incomprensione in collaborazione.
A questo punto il racconto accelera. Gesù viene battezzato e, appena uscito dall’acqua, accade l’evento decisivo. Matteo utilizza una costruzione temporale forte: l’epifania divina è presentata come conseguenza immediata del gesto di obbedienza. La discesa di Gesù nell’acqua provoca l’apertura dei cieli. Non sono le acque del Giordano a mutare, ma la relazione tra cielo e terra.
L’apertura dei cieli segnala un intervento diretto di Dio. Il narratore non descrive emozioni interiori di Gesù, ma concentra l’attenzione su ciò che accade “dall’alto”. Lo Spirito di Dio discende in forma visibile, come colomba, e si posa su Gesù. L’immagine richiama l’inizio della creazione, quando lo Spirito aleggiava sulle acque, e insieme il racconto del diluvio, quando la colomba annuncia l’inizio di un mondo riconciliato. Matteo suggerisce così che nel battesimo di Gesù prende avvio una nuova creazione.
La scena culmina con la voce del Padre che non è rivolta direttamente a Gesù, ma ai presenti: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». La rivelazione ha un carattere pubblico. Il lettore è reso testimone di una dichiarazione solenne che intreccia diversi fili biblici: il Salmo 2 (il Figlio), Isaia 42 (il Servo amato), la tradizione della promessa messianica.
Dal punto di vista narrativo, questa voce interpreta il gesto appena compiuto. Il battesimo non è un atto di penitenza personale, ma la manifestazione dell’identità filiale di Gesù. Prima di ogni parola, prima di ogni miracolo, prima di ogni insegnamento, Gesù è riconosciuto come Figlio amato. La sua missione nasce da questa relazione, non dalla necessità di dimostrare qualcosa.
Il racconto si chiude senza commenti, senza reazioni dei presenti, senza spiegazioni ulteriori. Matteo lascia che sia il lettore a custodire la scena e a portarne il peso interpretativo nel prosieguo del Vangelo. Il battesimo diventa così una chiave di lettura dell’intera vita di Gesù: tutto ciò che seguirà – predicazione, guarigioni, conflitti, croce – dovrà essere compreso alla luce di questa rivelazione originaria.
Narrativamente, il battesimo di Gesù funziona come un ponte: chiude il tempo dell’attesa profetica e apre il tempo della missione messianica. Teologicamente, rivela un Dio che non si manifesta separandosi dall’uomo, ma immergendosi nella sua storia. È in questa immersione che il cielo si apre e la parola definitiva su Gesù – Figlio amato – viene consegnata alla fede della Chiesa.

Meditatio
L’umiltà e la fede di lasciar fare a Dio

Il racconto del battesimo di Gesù non è soltanto una rivelazione su Dio, ma anche una profonda rivelazione sull’uomo. Matteo, narrando questo episodio, mette in scena non solo l’identità del Figlio, ma anche il cammino interiore che ogni credente è chiamato a compiere per entrare nella logica del Regno.
Gesù scende dalla Galilea verso il Giordano, verso il punto più basso della terra. Questo movimento non è un semplice dato geografico, ma un simbolo antropologico potente. Ogni esistenza umana conosce discese: luoghi di vulnerabilità, di fallimento, di limite, di perdita di controllo. L’uomo tende istintivamente a fuggire questi spazi, a mascherarli o a interpretarli come segni di punizione o di abbandono. Gesù, invece, li attraversa volontariamente. Nel suo scendere, egli rivela che proprio lì, dove l’uomo sperimenta la propria fragilità, Dio sceglie di farsi presente.
Il Battista incarna una postura spirituale molto diffusa anche oggi: quella di chi prende sul serio il male, l’ingiustizia, l’ipocrisia, ma rischia di leggerli dentro uno schema rigido di colpa e punizione. La sua predicazione nasce da una rabbia giusta, profetica, che però tende a irrigidirsi in una visione giustizialista di Dio. Giovanni rappresenta l’uomo che cerca sicurezza nella chiarezza delle regole, nella distinzione netta tra giusti e peccatori, tra puri e impuri. È una religiosità che nasce dalla paura del caos e dal bisogno di controllo.

Gesù non svaluta questo bisogno di giustizia, ma lo conduce oltre. Chiedendo a Giovanni di “lasciar fare”, Gesù invita a un passaggio decisivo: dalla religione della prestazione alla fede nella relazione. Convertirsi, nel senso evangelico, non significa anzitutto fare di più o fare meglio, ma rinunciare all’illusione di governare la salvezza, accettando di riceverla come dono. È un passaggio faticoso, perché tocca il cuore dell’orgoglio umano: la convinzione di potersi giustificare da soli.
Nel gesto del battesimo, Gesù si colloca tra i peccatori non per condividere il peccato, ma per condividere la condizione umana segnata dalla finitudine e dalla morte. Qui il Vangelo interpella profondamente il credente: dove cerchiamo oggi di distinguerci per sentirci “a posto” davanti a Dio? In quali ambiti della vita ecclesiale, morale o spirituale rischiamo di assumere lo sguardo del Battista prima della Pasqua, uno sguardo che vede il male ma fatica ancora a vedere la misericordia come forma più alta della giustizia?
Il battesimo di Gesù rivela una verità decisiva: Dio non salva l’uomo sottraendolo alla sua umanità, ma abitandola. L’immersione nell’acqua è segno di una solidarietà radicale: Gesù non osserva la fragilità dall’esterno, ma la assume dall’interno. In questo modo, il racconto evangelico libera il credente da una falsa spiritualità che identifica la santità con l’immunità dal limite. La santità, secondo il Vangelo, non è assenza di ferite, ma luogo in cui le ferite diventano spazio di relazione con Dio.
L’apertura dei cieli indica che la separazione tra Dio e l’uomo non è più definitiva. Il peccato eleva un muro, generando nell’uomo una percezione di distanza, di estraneità, di indegnità. Nel battesimo di Gesù questo muro si incrina: Dio prende l’iniziativa di esporsi, di rendersi vulnerabile, di farsi udibile. La voce del Padre non giudica, ma riconosce: «Tu sei il Figlio mio, l’amato». Prima di ogni missione, prima di ogni opera, prima di ogni risposta morale, viene detta una parola di appartenenza.
Questo è un punto decisivo per la vita del credente. Molte fatiche spirituali nascono dal tentativo di meritare l’amore di Dio invece di accoglierlo. Il Vangelo del battesimo di Gesù ribalta questa dinamica: non siamo chiamati ad agire per diventare figli, ma ad agire perché siamo figli. La figliolanza non è una conquista, ma una rivelazione che chiede di essere vissuta.
La colomba che scende su Gesù richiama la nuova creazione: questo significa che l’uomo non è prigioniero del proprio passato né determinato definitivamente dalle proprie ferite. Lo Spirito non cancella la storia, ma la riapre. Là dove l’uomo si percepisce come “finito”, Dio apre un inizio nuovo. Questo interpella il credente a non identificarsi con i propri errori, ma neppure a negarli: è nello spazio riconciliato della verità che lo Spirito può operare.
Infine, il battesimo di Gesù anticipa la croce e la risurrezione. Ogni vita umana conosce immersioni che somigliano alla morte: fallimenti, lutti, crisi, passaggi oscuri. Il Vangelo non promette l’esenzione da queste esperienze, ma una presenza che le attraversa. Lasciar fare a Dio significa credere che anche ciò che appare come perdita può diventare grembo di vita nuova.
Il racconto di Matteo interpella così il credente a rivedere la propria immagine di Dio, ma anche la propria immagine di sé: non più un soggetto da correggere o da giudicare, ma un figlio da accompagnare, guarire, ricondurre alla comunione. È in questa logica che il battesimo di Gesù continua a essere evento vivo nella Chiesa e nella storia di ogni uomo.

La Parola interpella la vita
Quali resistenze interiori mi impediscono di “lasciar fare” a Dio nella mia vita concreta?
In che modo la mia idea di giustizia somiglia più a quella del Battista che a quella di Gesù?
Quali discese, quali immersioni nell’umanità ferita sono chiamato ad abitare come luogo di rivelazione di Dio?

Oratio
Gesù, Figlio amato del Padre,
Tu che hai scelto di camminare con noi
sui sentieri bassi e nascosti della storia,
liberaci dall’orgoglio che ci illude di salvarci da soli
e insegnaci l’umiltà fiduciosa
di chi si affida alla volontà del Padre.

Gesù, compagno di viaggio e amico fedele,
Tu che entri nelle nostre case e nelle nostre fragilità
senza imporTi, ma chiedendo ospitalità,
donaci occhi capaci di riconoscere
nell’oggi della vita l’ora della grazia
e nel volto dell’altro il segno della Tua presenza.

Gesù, Servo mite e Sposo donato,
Tu che ci hai rivelato la nudità amante di Dio
e ci hai immersi nel fuoco dello Spirito,
rendici artigiani di pace e di riconciliazione,
perché, unti dalla Tua misericordia,
possiamo vivere e costruire comunità di fratelli.
Amen.