EPIFANIA DEL SIGNORE – Lectio divina

O Dio, che in questo giorno,
con la guida della stella,
hai rivelato alle genti il tuo Figlio unigenito,
conduci benigno anche noi,
che già ti abbiamo conosciuto per la fede,
a contemplare la bellezza della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Isaìa (Is 60,1-6)
La gloria del Signore brilla sopra di te.
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
Allora guarderai e sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,
verrà a te la ricchezza delle genti.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Màdian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.
La luce splende nelle tenebre
L’autore di questo oracolo profetico riprende il messaggio consolatore dei capitoli 40-55 rivolto alla comunità d’Israele invitata a ritornare nella propria terra, da cui era stata deportata, accogliendo l’invito del Signore. Dio aveva inviato nella terra di esilio i messaggeri per annunciare al popolo l’imminente venuta del Signore che, come un pastore, avrebbe ricondotto a casa le pecore perdute d’Israele. In questo oracolo domina l’immagine della luce. È il simbolo della gloria di Dio che si manifesta nell’atto di partecipare al popolo il suo splendore e la ricchezza del suo amore. Spogliato della sua dignità e privato di tutto con l’esilio, Israele diventa oggetto di benevolenza di Dio che si rivela come aiuto dei deboli, difensore dei poveri. Se il peccato riporta il mondo nella condizione caotica antecedente alla creazione, l’intervento di Dio, che viene a salvare, ricostituisce l’uomo nella sua dignità di partner dell’alleanza con Lui. Come Dio aveva rivestito Adamo ed Eva dopo il loro peccato (Gn 3,21), così Egli offre ai suoi figli il vestito di luce. L’oracolo di Isaia può essere letto in chiave battesimale. Gesù, avvolto nelle bende, si riveste dell’umanità ferita dal peccato. Dio viene nel mondo immerso nelle tenebre come luce, affinché la vista annebbiata dal peccato diventi visione contemplativa del mistero di Dio. Lo sguardo sconsolato e depresso, rivolto in sé stessi, si alza a riconoscere che non si è più abbandonati al proprio destino ma che Dio sta venendo incontro per fare del suo popolo un faro di speranza e di consolazione per tutti i popoli. La tenebra del peccato chiude nell’isolamento ed erige un muro di separazione, al contrario la luce che viene dall’alto, diradando il buio, opera la riconciliazione. Da qui l’invito ad abbassare le difese e ad accogliere la luce che viene da Dio e le ricchezze che gli uomini si scambiano per crescere nella fraternità che è il segno più bello della presenza di Dio in mezzo al mondo.
Salmo responsoriale Sal 71
Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 3,2-3.5-6)
Ora è stato rivelato che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità.
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.
Il sogno di Dio: unica famiglia umana
Paolo si presenta agli Efesini come «il prigioniero di Cristo per voi pagani». Il legame che unisce Paolo a Gesù è forte come le catene che assicurano il prigioniero al ceppo della sua cella. Saldo è anche il rapporto che l’apostolo ha con la Chiesa dalla quale non fugge anche se soffre. Si sente talmente vincolato dall’amore di Cristo e per la Chiesa che, nonostante tutte le difficoltà rimane fedele alla missione che ha ricevuto. Egli è diventato banditore del vangelo della gioia che è più grande delle sofferenze che si trova a patire, insieme a tutti i fratelli nella fede. Egli sa di partecipare alla passione di Cristo per condividere con Lui anche la gioia della risurrezione che non è una realtà futura ma una grazia presente nell’oggi del comune pellegrinaggio terreno. Paolo, messo a parte della Verità per la quale Gesù Cristo è morto ed è risorto per abbattere tutti i muri separatori e fare di tutti un popolo solo che renda gloria a Dio, riceve anche la missione di essere annunciatore della universale vocazione alla santità. Tutti sono destinatari del dono di Grazia mediante il quale si diventa consustanziali di Dio, figli suoi, membra del suo corpo che è la Chiesa. Paolo, dunque, interpreta la sua missione non semplicemente come un divulgatore di una dottrina, ma come un uomo che si rivolge ai suoi fratelli, senza distinzione di razza, cultura o religione, per narrare il Vangelo a partire dalla propria esperienza di “graziato”. Amato dal Padre, Illuminato da Cristo, istruito dallo Spirito Santo, Paolo svolge il suo ministero andando incontro a tutti affinché ognuno possa trovare la strada che lo conduce alla pace della comunione con Dio e alla gioia della riconciliazione nella Chiesa.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 2,1-12
Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
LECTIO – La stella, la Scrittura, il cuore
Matteo apre il racconto con una coordinata sobria ma decisiva: Gesù nasce a Betlemme di Giudea, “al tempo del re Erode” (v.1). In poche parole, l’evangelista crea subito un contrasto: il tempo del potere e il tempo della promessa, la corte e la periferia, la sicurezza che controlla e la novità che sorprende. I Padri hanno amato questa discrezione di Dio: non impone, si lascia trovare. Leone Magno, predicando sull’Epifania, insiste che la manifestazione del Signore è “per tutti”, ma avviene nella forma dell’umiltà: la luce non abbaglia, chiama (Sermoni sull’Epifania).
Subito compaiono i protagonisti inattesi: “alcuni Magi vennero da oriente” (v.1). Non sono presentati come re, né come sapienti perfetti; sono uomini in ricerca. Matteo non li idealizza: li mostra in cammino, guidati da un segno che interpretano con sincerità. Origene vede in loro l’immagine di ogni uomo che, pur non possedendo ancora la pienezza della Rivelazione, risponde alla luce che gli è data: Dio sa parlare anche “da lontano”, attraverso strade che noi non avremmo previsto (cfr. Origene, Omelie e commenti sul testo).
La loro domanda è diretta e spiazzante: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (v.2). Qui il racconto rivela la sua grammatica spirituale: non dicono “siamo venuti a verificare”, ma “ad adorare”. Il segno (la stella) non è un giocattolo per la curiosità: è un invito alla relazione. Giovanni Crisostomo, commentando Matteo, sottolinea proprio questo: la stella non serve a soddisfare un calcolo, ma a condurre a un incontro; e l’incontro vero culmina nell’adorazione (cfr. Crisostomo, Omelie su Matteo, omelie sull’infanzia).
La reazione di Erode è l’opposto della loro gioia: “restò turbato e con lui tutta Gerusalemme” (v.3). Quando nasce la luce, non tutti ne sono consolati: chi vive di possesso la percepisce come minaccia. Agostino legge spesso questa contrapposizione come un bivio del cuore: alcuni cercano Cristo per amarlo, altri lo temono perché non vogliono cambiare vita (cfr. Agostino, Discorsi sull’Epifania). E quel “turbamento di tutta Gerusalemme” è una nota amara: la città della promessa appare come stanca, incapace di esultare davanti al compimento.
Erode allora convoca capi dei sacerdoti e scribi e domanda dove debba nascere il Cristo (v.4). Qui avviene un paradosso doloroso: i custodi della Scrittura sanno rispondere con precisione, ma restano immobili. Citano la profezia: Betlemme (vv.5-6; cfr. Mi 5,1 nella rilettura matteana). Girolamo, grande amante della Parola, fa notare questa ferita: si può portare sulle labbra la verità e non lasciarla scendere nel cuore; conoscere il testo e non fare il passo della fede (cfr. Girolamo, Commento a Matteo 2). La Scrittura, quando è viva, non è solo informazione: è vocazione.
Erode poi chiama i Magi “segretamente” e si fa dire il tempo dell’apparizione della stella (v.7). La ricerca diventa controllo. La parola “accuratamente” nelle sue istruzioni (v.8) suona bene, ma è avvelenata: è la precisione dell’inganno. Qui Matteo mostra una legge spirituale: la stessa realtà (la nascita del Messia) può generare adorazione oppure manipolazione, a seconda del cuore.
I Magi ripartono (v.9). Ed ecco il punto di svolta: la stella li precede e si ferma sul luogo dove si trova il bambino (v.9). Il segno non è un enigma da decifrare: è una presenza che accompagna. I Padri amano questa immagine “pastorale” della stella: guida e attende. Gregorio Magno, parlando della luce che conduce, insiste che Dio non solo indica la strada, ma sostiene il cammino di chi lo cerca (cfr. Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, omelie sull’Epifania).
La reazione dei Magi è la prima vera festa del racconto: “provarono una gioia grandissima” (v.10). La gioia nasce quando il cercatore capisce che non sta inseguendo un miraggio: la realtà lo precede, lo accoglie. Entrano nella casa e vedono “il bambino con Maria sua madre” (v.11). Matteo è essenziale: non descrive scenografie, ma custodisce un nucleo teologico: Dio si lascia incontrare nella piccolezza, in una relazione concreta, familiare. Agostino contempla spesso questo scandalo dolce: i Magi trovano un bambino, eppure riconoscono un Re; vedono povertà e adorano la gloria nascosta (cfr. Agostino, discorsi sull’Epifania).
Infine, il gesto decisivo: si prostrano e lo adorano (v.11). Adorare non è un’emozione: è un atto che mette ordine nel cuore. Poi aprono gli scrigni e offrono oro, incenso e mirra (v.11). I Padri hanno letto questi doni come un “credo” in forma simbolica: l’oro al Re, l’incenso a Dio, la mirra a colui che assumerà la morte. Leone Magno e molti altri insistono: i doni dicono chi è Gesù e, insieme, educano chi lo offre a consegnargli la propria vita (cfr. Leone Magno, Sermoni sull’Epifania; anche Crisostomo nelle Omelie su Matteo).
Il racconto si chiude con un ultimo atto di luce: “avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno” (v.12). Non è un dettaglio logistico: è una conversione. L’incontro con Cristo cambia la direzione. I Magi non tornano “come prima”: la via nuova è il segno di un cuore nuovo.

MEDITATIO – La Luce chiama, raduna e converte
Le letture dell’Epifania si dispongono come voci diverse di un unico annuncio: Dio si manifesta come luce, e questa luce non è un “effetto speciale” nel cielo, ma un evento che trasforma la storia, ricompone ciò che è diviso e provoca la libertà del credente. Non illumina per decorare: illumina per convertire, per farci uscire dalle nostre stanze chiuse e rimetterci in cammino.
Il primo filo teologico è quello della luce come presenza di Dio che riveste e rialza. Isaia non dice semplicemente: “guarda la luce”, ma: “Àlzati, rivestiti di luce” (Is 60,1). La luce non è esterna, non è un riflettore puntato addosso: è un vestito nuovo, una dignità restituita. Il profeta parla a un popolo ferito, spogliato, umiliato, tentato di credere che la propria storia sia finita. Proprio lì Dio promette: “Su di te risplende il Signore” (Is 60,2). Questo è già un appello alla vita: quando la tenebra interiore fa sembrare tutto irrimediabile, la Parola non ci chiede di negare la notte, ma di alzare lo sguardo e di lasciarci rivestire. La fede non nasce dal fatto che “tutto va bene”, ma dalla certezza che Dio viene incontro e non abbandona.
Da qui si apre il secondo filo, che attraversa Isaia, il Salmo e Paolo: la luce di Dio non è privata, non è un premio per pochi, ma ha una forma precisa, concreta, storica: è raduno, è comunione, è unificazione. Isaia vede le genti che camminano alla luce, i popoli che convergono, i doni che arrivano (Is 60,3-6): è una profezia di umanità ricomposta. Il Salmo 71 dà a questa convergenza un criterio decisivo: l’unità non si costruisce con la forza né con la propaganda, ma con la giustizia che salva i poveri. Il re cantato dal Salmo è credibile perché “libera il misero che invoca” e “ha pietà del debole” (Sal 71). In altre parole: la luce di Dio si riconosce dove la vita viene difesa, dove chi è schiacciato rialza la testa, dove la pace non è un discorso ma un frutto di giustizia.
Paolo, nella lettera agli Efesini, porta questo orizzonte al cuore del Vangelo: il “mistero” ora rivelato è che le genti sono chiamate alla stessa eredità, allo stesso corpo, alla stessa promessa (Ef 3,6). L’Epifania allora non è solo la festa dei Magi: è la festa della Chiesa come casa aperta, dove nessuno entra da “ospite tollerato” e nessuno può sentirsi proprietario. È un appello esigente: se Dio raduna, noi non possiamo continuare a vivere di muri. Se Dio fa un solo corpo, noi non possiamo nutrire rivalità, sospetti, piccoli privilegi. La luce evangelica, quando è vera, diventa fraternità reale, non un ideale gentile.
Il terzo filo, che il Vangelo mette in scena con una forza quasi drammatica, è quello del contrasto tra due modi di stare davanti a Dio: la ricerca che conduce all’adorazione e la paura che genera controllo. I Magi e Erode non sono soltanto personaggi del passato: sono due possibilità del cuore. I Magi vedono un segno, si mettono in cammino, domandano, perseverano, e alla fine arrivano non a “possedere” una risposta ma a prostrarsi (Mt 2,11). Erode, invece, sente la notizia e si turba (Mt 2,3): la luce lo minaccia perché svela la sua logica di possesso. Da una parte c’è lo stupore umile che accetta di cambiare strada; dall’altra c’è l’ansia del potere che vuole dominare anche l’informazione, anche la verità, anche Dio. Il racconto è spietatamente realistico: persino chi conosce le Scritture può restare fermo. Gerusalemme sa indicare Betlemme, ma non si muove. È un monito per ogni credente: si può essere “competenti” nella fede e insieme inermi nell’amore, si può avere la citazione giusta e restare senza desiderio, senza gioia, senza cammino.
Ed ecco il punto più evangelico, quello che rovescia le attese: Dio accende la sua luce dove non ce l’aspettiamo. Non nel palazzo, ma in una casa semplice; non nel centro del potere, ma a Betlemme. Questo non è un dettaglio folkloristico: è una rivelazione sullo stile di Dio. Dio non compete sul terreno della grandezza: sceglie la piccolezza perché l’amore non ha bisogno di imporsi. Per questo la stella non è una lampada aggressiva: è una guida delicata. Dio non trascina: attira. E quando i Magi “vedono il bambino con Maria sua madre” (Mt 2,11), Matteo ci consegna quasi un’icona: la gloria di Dio non abita nell’astratto, ma nella carne, nella relazione, nella tenerezza concreta. Qui la fede diventa esperienza: il Mistero non è un’idea da discutere, ma una Presenza davanti alla quale ci si può solo fare piccoli.
I doni, allora, non sono “cose” offerte a un sovrano: sono la lingua con cui la vita risponde alla luce. Oro, incenso e mirra dicono che quel Bambino è Re, è Dio, è l’Uomo che attraverserà la morte per amore. Ma dicono anche qualcosa di noi: l’oro è ciò che riconosciamo prezioso; l’incenso è ciò che davvero veneriamo; la mirra è ciò che siamo disposti a consegnare quando amare costa. L’Epifania diventa così un esame di realtà: non basta commuoversi davanti al presepe; occorre chiedersi quale parte della nostra vita è ancora trattenuta, quale “scrigno” resta chiuso, quale bene non riusciamo a consegnare.
Infine, il Vangelo conclude con un segno discreto e decisivo: “per un’altra strada” (Mt 2,12). Dopo l’incontro non si torna come prima. Questa è la verifica dell’Epifania: la luce non serve a farci vedere meglio le stesse cose, ma a prendere una via nuova. I Magi tornano al loro paese, ma trasformati: non rientrano nei circuiti di Erode, non collaborano con la logica del controllo e della paura. La fede, quando è vera, cambia direzione. E qui l’appello alla vita del credente diventa netto: incontrare Cristo significa scegliere, ogni giorno, di non lasciarsi governare dalla tenebra che separa, ma dalla luce che riconcilia; di non vivere da proprietari, ma da adoratori; di non abitare la Scrittura come lettera morta, ma come parola che mette in cammino; di non cercare Dio per usarlo, ma di cercarlo per amarlo.
La stella, in fondo, continua a sorgere: non sempre nel cielo, spesso nel punto più segreto della coscienza. E la domanda dell’Epifania resta la più semplice e la più esigente: mi sto mettendo in cammino verso la Luce, o sto cercando di tenerla sotto controllo? E, una volta trovato il Signore, sto scegliendo di amarLo con la concretezza della mia vita?
LA PAROLA INTERPELLA LA VITA
Qual è la mia stella oggi? Un segno, una parola, un desiderio buono che Dio sta usando per mettermi in cammino… oppure un’illusione che mi distrae?
In me chi comanda: Erode o i Magi? Il bisogno di controllo e di conferme, o il coraggio di cercare e adorare?
Che dono sto aprendo davanti a Cristo? Quale “oro” (tempo, capacità, responsabilità), quale “incenso” (preghiera, ascolto, lode), quale “mirra” (fatica, ferita, rinuncia) sono chiamato a consegnargli perché diventi amore concreto?
ORATIO
Signore Gesù, Stella che precede nella notte,
tu non spegni le tenebre del mondo:
le attraversi con noi, e ci rendi capaci di camminare.
Accendi nel cuore una luce umile e fedele,
perché la paura non governi i nostri passi
e lo scoraggiamento non fermi la ricerca.
Liberaci dall’inganno di Erode che abita dentro:
la fretta di possedere, la mania di controllare,
la fede ridotta a Parola, conosciuta ma non vissuta.
Dona alla tua Chiesa l’olio della speranza,
e il coraggio di alzarsi e partire
sui sentieri di incontri fraterni.
Conducici alla casa dove tu ti lasci incontrare:
povero, inerme, affidato alla tenerezza di Maria.
Insegnaci l’adorazione che rimette ordine nel cuore,
e la gioia grande di chi finalmente riconosce
che Dio è qui, prossimo e non altrove.
Accogli i nostri scrigni, Signore:
l’oro dei giorni, l’incenso della lode, la mirra delle prove.
Fa’ che torniamo “per un’altra strada”,
con un cuore più semplice e mani più aperte,
scegliendo ogni giorno di servirti
in chi chiedi di essere amato. Amen.

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