II DOMENICA DOPO NATALE – Lectio divina
Sir 24,1-4.12-16 Sal 147 Ef 1,3-6.15-18

O Dio, nostro Padre,
che nel Verbo venuto ad abitare in mezzo a noi
riveli al mondo la tua gloria,
illumina gli occhi del nostro cuore,
perché, credendo nel tuo Figlio unigenito,
gustiamo la gioia di essere tuoi figli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del Siràcide Sir 24,1-4.12-16
La sapienza di Dio è venuta ad abitare nel popolo eletto.
La sapienza fa il proprio elogio,
in Dio trova il proprio vanto,
in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca,
dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,
in mezzo al suo popolo viene esaltata,
nella santa assemblea viene ammirata,
nella moltitudine degli eletti trova la sua lode
e tra i benedetti è benedetta, mentre dice:
«Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti” .
Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato,
per tutta l’eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell’assemblea dei santi ho preso dimora».
La Parola familiare
Nel cap. 24, che riveste un ruolo centrale nel Libro del Siracide, l’insegnamento della sapienza è presentato nel suo insieme. Come in alcuni brani del libro dei Proverbi (1, 20-33; 8, 1-36; 9,1-6), anche in questa pericope il soggetto parlante è la sapienza personificata. Alcune sue espressioni annunciano una teologia della Trinità: la sapienza è nel medesimo momento unita intimamente a Dio e distinta da lui, caratteristiche che più tardi verranno applicate sia alla persona del Verbo che a quella dello Spirito. Per il Siracide la sapienza è la Presenza universale di Dio che si rivela e cresce in Israele, come l’albero della vita, e si offre sempre a lui.
La Sapienza parla in occasione di un’assemblea nel tempio di Gerusalemme: come una sacerdotessa presiede la liturgia che riunisce nel luogo sacro il cielo e la terra; si rivolge agli esseri umani e si dichiara appartenente al popolo ebraico, del quale si rievocano i tratti storici più significativi.
Nel brano liturgico riecheggiano elementi della cosmologia presente nei racconti genesiaci. C’è una sintesi sapienziale tra creazione e redenzione, tra cosmologia e storia, tra il Dio creatore e Dio Salvatore. La Sapienza si descrive nel suo cammino: esce dalla bocca dell’altissimo e come rugiada ricopre la terra, similmente a quanto è scritto in Isaia 55,10-11, in cui vi è il paragone tra la parola divina e la pioggia che scende dal cielo e feconda la terra. La Sapienza sembra avere due abitazioni: la prima è nelle altezze perché ha il suo trono su una colonna di nubi, la seconda è in Israele; dopo aver percorso l’universo in verticale (il cielo e l’abisso) e in orizzontale (il mare e la terra abitata), essa si stabilisce «in Giacobbe», cioè in Israele. Il viaggio della Sapienza attraverso il cosmo richiama Gb 28. Pr 8,27 ispira il nostro testo soprattutto in riferimento sia al tempo prima del tempo, quando la Sapienza era presso Dio, sia al legame con gli uomini. La tradizione biblica dell’esodo funge da sfondo di tutto il capitolo 24 del libro del Siracide: la nube guida il popolo durante l’uscita dall’Egitto, la tenda rinvia al luogo in cui è situata l’arca dell’alleanza, Israele è proprietà ed eredità di Dio.
La Sapienza, dopo aver percorso l’intero cosmo e aver piantato la tenda in Israele, ufficia la Santa liturgia in Gerusalemme che è qui descritta come Sion, la città amata dal Signore. La Sapienza è di casa in Israele. La sua missione interpreta il volere di Dio, per cui essa è la parola di Dio che diventa evento nella storia degli uomini.
Salmo responsoriale Sal 147
Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni Ef 1,3-6.15-18
Mediante Gesù, Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi.
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d’amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.
Chiamati a sperare
Paolo apre la sua lettera indirizzata alle comunità di Efeso benedicendo Dio. La benedizione è un inno di lode e una confessione di fede. Oggetto della lode è la benevolenza di Dio per la quale ha deciso di creare l’uomo amando in lui ciò che ama del Figlio suo Gesù. L’atto creativo è continuo perché, mediante lo Spirito Santo, Dio educa l’uomo conformandolo a Cristo. Egli è l’archetipo dell’uomo pienamente realizzato perché ama donando la sua vita per l’altro da sé. In tal modo, la persona in cui la grazia ha la libertà di operare in lei diventa manifestazione dell’amore di Dio e canale di comunicazione della pace e della gioia.
San Paolo invoca sulla Chiesa di Efeso il dono dello Spirito Santo affinché, animata e rafforzata della sua energia, possa sperimentare in sé stessa la potenza dell’Amore di Dio che fa passare dalla morte alla vita. Come Cristo è stato risuscitato e liberato dai vincoli della morte per essere intronizzato nei cieli e ricevere il potere regale sul mondo intero, così la Chiesa, ricolmata dallo Spirito di ogni virtù, diviene nel mondo presenza visibile del regno di Dio. Ciascun membro della Chiesa, in virtù del battesimo, viene santificato e riceve lo Spirito affinché possa essere testimone della misericordia di Dio con la sua vita spesa, come quella di Gesù, a servizio del Vangelo. In tal modo rivela a tutti la vocazione comune alla santità, intesa come comunione piena ed eterna con Dio e i fratelli.
Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 1,1-18
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
LECTIO
Il Prologo di Giovanni non è un semplice “inizio” narrativo: è una soglia. Prima ancora che il Vangelo racconti segni, incontri, conflitti e Pasqua, l’evangelista offre al lettore una chiave di lettura totale: chi è Gesù e che cosa significa per il mondo e per la Chiesa. Il testo è costruito come una pagina poetico-liturgica, una sorta di inno che alterna contemplazione e testimonianza, teologia e confessione. Non descrive “come” avvengano i fatti, ma svela “che cosa” essi sono nel disegno del Padre: il Verbo eterno entra nel tempo, la luce visita le tenebre, l’umanità è chiamata a diventare famiglia di Dio.
Un inno che diventa confessione
il Prologo procede per movimenti successivi, come onde che tornano sugli stessi nuclei (Verbo–Dio; creazione; vita–luce; testimonianza; rifiuto–accoglienza; figliolanza; incarnazione; pienezza di grazia; rivelazione del Padre). È come se Giovanni prendesse per mano la comunità e le dicesse: “Vuoi capire il Vangelo? Guarda qui: tutto parte da questo”.
Si avverte anche un cambio di voce: dopo aver parlato del Logos in terza persona (“era”, “venne”, “illuminava”), a un certo punto irrompe il “noi”: «e noi abbiamo contemplato la sua gloria» (v. 14). È il passaggio dalla teologia proclamata alla fede confessata: non si tratta solo di verità su Dio, ma di un’esperienza ecclesiale, di una memoria comunitaria che nasce dall’incontro.
Il “principio”: prima del tempo, ma per il tempo
«In principio era il Verbo». Giovanni riprende volutamente l’incipit della Genesi: ma il suo “principio” non è semplicemente l’inizio del mondo; è ciò che precede ogni cronologia, il mistero eterno di Dio. Il Prologo ci porta in quel “tempo” che non si misura: non cronos, ma kairos divino. E lì scopriamo la spina dorsale del testo: il Verbo era, era presso Dio, era Dio. Tre affermazioni concatenate che custodiscono insieme ciò che la fede cristiana non vuole mai perdere: la piena divinità del Logos e la sua distinzione personale dal Padre, dentro una comunione perfetta.
I Padri hanno gustato questo inizio come una sorgente inesauribile. Sant’Atanasio, contro ogni riduzione del Figlio a creatura, insiste che il Logos non “diventa” nel tempo ciò che non era:
«Il Verbo non è tra le cose fatte: è sempre presso il Padre, come luce da luce» (Orationes contra Arianos, I, 19-20).
Per la vita credente questa frase è già decisiva: alla radice della storia non c’è il caso, né una forza cieca, ma una Parola personale, cioè un senso che ama, un’intelligenza che vuole comunione. La fede non è fuga dal mondo: è riconoscere che il mondo non è senza origine né senza destino.
Il Logos: Parola, senso, relazione
“Logos” è parola difficile da tradurre perché contiene più dimensioni: parola pronunciata e significato, ragione e progetto, comunicazione e relazione. Giovanni non sceglie un termine neutro: dice che Dio non è muto, e non è solitario. In Dio c’è comunione, e questa comunione è sorgente di ogni realtà. Il Logos è la Parola con cui Dio si esprime e si dona, ed è anche il “senso” ultimo che regge ciò che esiste. Origene leggeva il Prologo come invito a un ascolto che trasformi: «Se vuoi comprendere il Verbo, fa’ tacere in te il frastuono dei pensieri e ascolta la Parola che era presso Dio» (Commentarium in Ioannem, I, 23-24). Non è evasione: è purificazione dello sguardo, perché la realtà sia vista nella sua verità.
Creazione: tutto “per mezzo di lui”
Dal mistero eterno Giovanni passa subito al mondo: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui». Il Logos non è soltanto il “prima” del mondo: è anche il “per mezzo” del mondo. La creazione non è un residuo di potenza, ma un atto di comunicazione: Dio crea parlando, e ciò che esiste porta un’impronta di senso. Se tutto viene “per mezzo” del Logos, allora ogni frammento di realtà è, in qualche misura, chiamata e segno: non tutto è chiaro, non tutto è buono (c’è il peccato), ma nulla è privo di orientamento. Per la comunità credente, questo significa che l’annuncio cristiano non disprezza la storia: la attraversa riconoscendovi una traccia del Verbo.
Vita e luce: due nomi per dire la missione
«In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini». Qui emergono i termini che reggono l’intero Prologo come una colonna vertebrale: vita e luce. “Vita” in Giovanni non è soltanto esistenza biologica: è la partecipazione alla vita stessa di Dio, quella che il Vangelo chiamerà “vita eterna”, cioè comunione. “Luce” non è solo conoscenza intellettuale: è rivelazione che libera, verità che guida, presenza che scalda. La luce, dice Giovanni, splende nelle tenebre. Non cancella automaticamente il buio: lo attraversa. E le tenebre “non l’hanno vinta”: la vittoria della luce non è l’assenza di conflitto, ma la fedeltà di Dio che non si ritira. Sant’Agostino, commentando questo contrasto, è asciutto e realistico: «La luce splende: se non la vedi, non è perché la luce non c’è, ma perché i tuoi occhi sono malati» (In Ioannis Evangelium Tractatus, 1, 19). Pertanto, la Chiesa non “possiede” la luce come proprietà; la riceve e la riflette. Per questo la conversione è guarigione dello sguardo.
Giovanni testimone: la fede nasce da una testimonianza
All’interno dell’inno compare Giovanni Battista. È come una piccola “nota a margine” che diventa essenziale: la luce non si impone, si testimonia. «Non era lui la luce»: la santità autentica non occupa il centro. Il testimone esiste per indicare. In un mondo che confonde spesso visibilità e verità, Giovanni è l’antidoto evangelico: la Chiesa è missionaria quando non si sostituisce a Cristo, ma conduce a Cristo. Giovanni Crisostomo vede in questa frase una lezione di stile spirituale: «Grande è Giovanni, ma più grande è il Signore: il servo non usurpa la gloria del padrone» (Homiliae in Ioannem, V, 1).
Accogliere o rifiutare: il dramma della libertà
«Era nel mondo… eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». Qui Giovanni mette a nudo la tragedia più grande: il Creatore entra nella sua casa e può essere respinto. Il Prologo non idealizza l’uomo: la libertà è reale, e proprio per questo l’amore è possibile. Il peccato, in Giovanni, è spesso descritto come non-riconoscimento, chiusura, rifiuto della luce. Non è solo “fare cose sbagliate”: è restare nelle tenebre perché la luce disturba.
Per la vita ecclesiale questo è un esame di coscienza continuo: quante volte anche “i suoi” — non “gli altri” — non lo accolgono? Ogni volta che preferiamo l’autoaffermazione alla comunione, il prestigio al servizio, l’abitudine all’ascolto, ripetiamo quel rifiuto in forme nuove.
“A quanti lo hanno accolto”: la figliolanza come potere ricevuto
Il cuore luminoso del Prologo sta qui: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». Questo “potere” non è dominio, ma capacità: la forza di vivere da figli, la libertà dell’amore, l’accesso a una relazione nuova con Dio. E Giovanni precisa: non si diventa figli per sangue, per volontà di carne, per decisione umana: la figliolanza cristiana è generazione da Dio. È un “nuovo inizio” che non viene dai nostri titoli, né dai nostri meriti, né dalle nostre genealogie. Sant’Ireneo lo traduce in una frase che è quasi il riassunto del cristianesimo: «Il Figlio di Dio si è fatto Figlio dell’uomo perché l’uomo diventasse figlio di Dio» (Adversus Haereses, III, 19,1). Da qui viene la consapevolezza la vita cristiana non è “migliorare un po’” la propria moralità; è lasciarsi generare, cioè diventare gradualmente ciò che il Padre vede in noi quando ci guarda in Cristo.
“Il Verbo si fece carne”: la tenda, la gloria, la grazia
Il v. 14 è il punto di svolta: «Il Verbo si fece carne». Giovanni non dice semplicemente “si fece uomo”, ma “carne”: cioè fragilità, precarietà, mortalità, concretezza. Dio non si è avvicinato dall’esterno: è entrato dentro la nostra condizione. E “pose la sua dimora” — letteralmente “piantò la tenda” — in mezzo a noi. L’immagine rimanda all’Esodo: la tenda della presenza, la nube della gloria, il Dio pellegrino con il suo popolo. Ma qui la tenda non è un luogo: è una persona. Giovanni Crisostomo sottolinea che non è una visita fugace: «Dice che piantò la tenda, mostrando una dimora stabile per la nostra salvezza» (Homiliae in Ioannem, XI, 1).
E la comunità dice “noi”: «noi abbiamo contemplato la sua gloria». La gloria non è splendore mondano: è l’amore del Padre visibile nel Figlio, “pieno di grazia e di verità”. Grazia: dono gratuito che precede; verità: fedeltà, solidità, affidabilità. In Gesù, Dio si mostra come colui che non tradisce.
“Grazia su grazia”: la pienezza che trabocca nella Chiesa
«Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia». La Chiesa non è una società di perfetti: è un popolo che vive di pienezza ricevuta. Il cristiano non si fonda su ciò che trattiene, ma su ciò che riceve continuamente. Il Prologo parla di un flusso: la pienezza del Figlio trabocca nei credenti, e li rende capaci di vivere da figli e di testimoniare la luce.
“Dio nessuno lo ha mai visto”: la rivelazione come intimità
Il Prologo si chiude con una frase vertiginosa: Dio è invisibile, ma non è inaccessibile. Il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha raccontato (letteralmente: lo ha “spiegato”, lo ha reso narrabile). La rivelazione non è anzitutto informazione: è relazione resa possibile. In Cristo entriamo nell’intimità stessa di Dio. Sant’Agostino riassume così: «Vuoi vedere Dio? Guarda Cristo. Vuoi comprendere il Padre? Ascolta il Figlio» (In Ioannis Evangelium Tractatus, 2, 1).
Applicazione credente ed ecclesiale: vivere da “tenda” del Verbo
Se il Verbo ha piantato la tenda nella carne, allora la fede non può restare disincarnata: deve diventare carne anche oggi, cioè gesti, scelte, stile, misericordia. La Chiesa è veramente sé stessa quando diventa “luogo di dimora” del Verbo: non per possederlo, ma per lasciarlo abitare. E la spina dorsale del Prologo — Verbo, luce, vita, accoglienza, figliolanza, grazia, rivelazione — diventa anche la spina dorsale della vita ecclesiale:
• accogliere il Verbo significa vivere l’ascolto come conversione reale, non come abitudine;
• credere nel nome significa affidarsi, radicare la vita in Cristo;
• diventare figli significa passare dalla paura alla libertà, dalla prestazione alla comunione;
• testimoniare la luce significa riflettere Cristo senza sostituirsi a lui, come Giovanni;
• ricevere grazia su grazia significa riconoscere che la santità è frutto di un dono che continua, non di un’autosufficienza spirituale.
Il Prologo, in fondo, non è un testo da “capire” e basta: è un testo che chiede di essere abitato. Chi accoglie la luce diventa a sua volta luce; chi riceve la vita diventa segno di vita; chi si scopre figlio impara a vivere da fratello. E così la tenda del Verbo, piantata una volta per sempre nella carne di Gesù, continua a piantarsi nella storia attraverso una Chiesa che non smette di dire — con le parole e con la vita —: “Abbiamo contemplato la sua gloria”.
MEDITATIO
Gesù Cristo, la radice che rende la terra feconda
In questa domenica la Chiesa ci educa a contemplare l’Incarnazione come il gesto in cui Dio realizza il suo “sogno”: avere figli, introdurli nella comunione, far fiorire sulla terra la pace e la giustizia. La prima lettura lo dice con l’immagine della Sapienza che attraversa il cosmo e poi riceve un comando: piantare la tenda e mettere radici. Dio non è un sovrano distante: è un Padre che desidera una casa tra gli uomini.
Il salmo traduce questo desiderio in linguaggio di benedizione: Gerusalemme è benedetta perché Dio abita, custodisce, sazia e soprattutto parla. La Parola “corre veloce”: non è prigioniera del tempio, ma si muove verso la terra. Qui già si intuisce che la dimora di Dio non è un recinto, ma una presenza che fa del cammino un pellegrinaggio e non un vagabondare.
Paolo, in Ef 1, svela il cuore di questa benedizione: Dio ci ha scelti “in Cristo” prima della creazione per farci figli adottivi. Questo significa che l’Incarnazione non è un piano di emergenza: è la forma stessa dell’amore di Dio, un amore che crea e ricrea. L’atto creativo è continuo: mediante lo Spirito Dio educa l’uomo, lo conforma a Cristo, lo rende capace di amare “donando la vita”. Ecco perché Paolo chiede che si illuminino gli occhi del cuore: la figliolanza non si capisce davvero con un concetto, ma con una luce interiore che fa vedere la speranza e l’eredità.
Il Prologo di Giovanni porta tutto al suo punto incandescente: il Logos, che è presso Dio e che è Dio, entra nel tempo e diventa carne. Qui l’immagine della “radice” del tuo testo diventa preziosa: la radice scende, si immerge, assorbe, assimila. Dio, nell’Incarnazione, si rende nostro simile: non per annullarsi, ma per renderci capaci di diventare simili a lui. Questo è il movimento della fede: credere significa radicarsi. Come Dio “si pianta” nella nostra storia, così noi, credendo, piantiamo la nostra vita in lui, fino a lasciarci conformare a Cristo.
La figliolanza, allora, è un progetto sempre da realizzare: “diventare” figli significa crescere, maturare, imparare la libertà dell’amore. Qui cade anche la falsa immagine del “potere”: Giovanni dice che a chi accoglie il Verbo è dato “potere” di diventare figlio. Ma questo potere non è appropriazione né dominio: è la capacità di donarsi. È il potere dell’amore, che culmina nella consacrazione di sé. Il tuo testo lo ricorda con forza attraverso Gv 17,19: «Per loro io consacro me stesso». Gesù è la radice che si immerge nella terra e poi si consegna al Padre: così apre a noi la possibilità di offrire la vita come sacrificio spirituale, santo e gradito, perché la nostra esistenza diventi casa abitata dalla sua presenza.
Da qui nasce anche la dimensione ecclesiale: se il Verbo ha posto la tenda “in mezzo a noi”, allora il “noi” dei credenti è chiamato a diventare dimora: una casa aperta, non una roccaforte. La Sapienza “officia” nella tenda santa: oggi questa liturgia continua nella Chiesa quando, nutriti dell’Eucaristia, veniamo assimilati a Cristo. L’Eucaristia è il sigillo che rende reale ciò che il Prologo annuncia: dalla sua pienezza riceviamo grazia su grazia. La radice ci fa bere alla Fonte: e chi beve, diventa sorgente. La vita filiale si riconosce dai frutti: opere di carità, gesti quotidiani di amore, libertà dall’avidità del potere e dall’orgoglio che rendono schiavi.
Qui la pagina si fa esigente e luminosa: se Dio si è fatto povero e piccolo per fidarsi di noi, allora amare significa credere, cioè mettere radici nell’altro senza possederlo. L’Incarnazione educa: mostra che la vera gloria non è la forza che schiaccia, ma l’amore che si consegna. E la gioia promessa dalla colletta — “gustare la gioia di essere tuoi figli” — non è sentimentalismo: è la pace robusta di chi vive nella casa del Padre e rende il mondo un po’ più abitabile.
LA PAROLA INTERPELLA LA VITA
Dove riconosco oggi che il Verbo “ha posto la tenda” nella mia storia concreta: quali segni di grazia, quali parole, quali incontri?
Quali forme di “potere” mi seducono ancora (controllo, prestigio, orgoglio), e come il Vangelo le trasfigura nel potere dell’amore che si dona?
In che modo, questa settimana, posso diventare “casa” per qualcuno: un luogo di ascolto, di pace, di benedizione, di speranza?
ORATIO
Signore Gesù, Sapienza del Padre,
Verbo piantato nella nostra terra,
tu riveli nella Croce la gloria dell’amore
e fai fiorire nel mondo la speranza
di essere, in Te, figli amati.
Tu ci raduni nella tua Casa,
dove l’Eucaristia è pane di comunione:
nutrici di Te, sigillo del Padre,
perché la tua vita diventi la nostra
e la tua luce abiti il cuore.
Strappa da noi l’avidità del potere
e l’orgoglio che rende schiavi e soli;
rendici umili come terra buona,
pronta ad accogliere il seme del Vangelo
e a portare frutti di carità.
Nuovo Adamo, splendore della grazia,
conformaci a Te nell’offerta di noi stessi:
fa’ che i gesti semplici dei nostri giorni
raccontino quanto è bello vivere da figli
e riconoscersi, in Te, tutti fratelli. Amen.

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