VITE INCROCIATE, VITE RISORTE – Pasqua di risurrezione – Lectio divina

Preghiera di invocazione allo Spirito Santo
Vieni, Spirito Santo,
segreto del Padre e dono del Figlio,
tu che hai parlato nei profeti
e hai risuscitato Gesù dai morti,
discendi ora nei nostri cuori
e apri il nostro ascolto alla Parola.
Sciogli, o Spirito di verità,
le nostre chiusure e le nostre paure;
allontana da noi ogni distrazione
e raccogli il nostro cuore disperso,
perché possiamo sostare davanti a Dio
con animo docile e vigilante.
Illumina la nostra mente,
perché comprendiamo le Scritture;
riscalda il nostro cuore,
perché la Parola diventi vita;
rendi forte la nostra volontà,
perché ciò che ascoltiamo
si compia nelle nostre scelte quotidiane.
Tu che hai guidato le donne al sepolcro
e hai aperto i loro occhi alla luce della Pasqua,
guidaci nel cammino della fede,
perché anche noi possiamo incontrare il Risorto
nelle pagine sante e nei segni della vita.
Spirito di comunione,
fa’ di noi un solo cuore e una sola anima,
perché nell’ascolto, nella meditazione e nella preghiera
la tua Parola ci trasformi
e ci renda testimoni della speranza.
Vieni, Spirito Santo,
e rendi fecondo questo tempo di grazia,
perché la Parola ascoltata
sia luce nei nostri passi,
gioia nel nostro cuore
e annuncio per i fratelli. Amen.
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,1-10)
È risorto e vi precede in Galilea.
Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
LECTIO
La Pasqua come evento e rivelazione: dalla tomba alla missione
Il racconto matteano della risurrezione si presenta come una teofania pasquale strutturata in tre movimenti: la ricerca (le donne al sepolcro), la rivelazione (l’annuncio angelico), la comunione (l’incontro con il Risorto). Si tratta di una narrazione teologica nella quale ogni elemento è carico di significato simbolico e salvifico.
Il racconto della risurrezione secondo Matteo si apre in un tempo sospeso tra notte e aurora; le donne si recano al sepolcro «all’alba del primo giorno della settimana». Questo dettaglio temporale richiama la nuova creazione (Gen 1), indicando che con la risurrezione inizia un tempo nuovo. Esse rappresentano la Chiesa nascente, vigilante nella notte della prova. Siamo nel passaggio tra un mondo che si chiude e uno che nasce. La risurrezione non è solo un evento che riguarda Gesù, ma l’inizio di un tempo nuovo che coinvolge tutta la storia.
Le protagoniste sono due donne, Maria di Magdala e l’altra Maria. A differenza dei discepoli, esse non sono fuggite. La loro presenza è segno di una fedeltà che attraversa il dolore. Sant’Agostino osserva che «l’amore le rende più forti della paura» (cf. Sermones 232). Il verbo «andare a visitare» (theorēsai) indica non una semplice visita, ma un guardare contemplativo: esse si pongono davanti al mistero, senza possederlo. È l’atteggiamento autentico del discepolo. Esse si muovono verso il sepolcro non per un gesto rituale soltanto, ma per un bisogno profondo del cuore: continuare ad amare, anche quando sembra che tutto sia finito. Il loro cammino è segnato dalla fedeltà. Non hanno abbandonato il Signore nella passione; hanno condiviso, pur da lontano, il suo dolore. Ora ritornano, come chi non si rassegna alla perdita, come chi custodisce una relazione che neppure la morte riesce a spegnere. In questo loro andare si riflette il cammino della Chiesa e di ogni credente: un cammino spesso notturno, segnato dall’incertezza, ma animato da un desiderio che non si spegne. Sant’Agostino coglie con profondità questo movimento interiore quando afferma che «l’amore cerca anche quando non vede, e cercando si apre a vedere» (Sermones 232). Le donne cercano un corpo morto, ma in realtà sono già orientate verso la vita, perché l’amore le ha rese capaci di attendere l’imprevedibile. Esse cercano un morto, ma il loro amore le dispone a ricevere la rivelazione della vita.
All’improvviso la scena è scossa da un «grande terremoto». Matteo aveva già parlato di un terremoto al momento della morte di Gesù (Mt 27,51): ora lo riprende per indicare che ciò che sta accadendo è un evento di Dio, una irruzione divina nella storia. Il linguaggio è quello delle teofanie bibliche, dove la terra trema perché il Signore si manifesta (cf. Es 19,18). Non è un semplice fenomeno naturale, ma il segno che l’ordine antico è stato infranto: la morte non ha più l’ultima parola.
L’angelo scende dal cielo, rotola la pietra e si siede su di essa. Il gesto è altamente simbolico. La pietra, che rappresentava la chiusura definitiva, diventa ora luogo di rivelazione. Non è più barriera, ma segno di una vittoria La pietra non è più chiusura ma cattedra di annuncio; ciò che sigillava la morte diventa luogo della Parola.. San Giovanni Crisostomo osserva con finezza che l’angelo non rotola la pietra per liberare Cristo – che è già risorto – ma per permettere alle donne di vedere e credere (Hom. in Matth. 90). La risurrezione non ha bisogno di essere resa possibile; ha bisogno di essere accolta.
Il messaggio dell’angelo è denso e decisivo: «Non abbiate paura… Non è qui… È risorto, come aveva detto». Tre affermazioni che trasformano radicalmente la prospettiva delle donne e, con esse, quella di ogni discepolo. La paura, che nasce dall’esperienza della morte e del limite, è vinta dalla presenza di Dio. Il «non è qui» invita a non cercare il Vivente tra i morti (cf. Lc 24,5), a non imprigionare Dio nei luoghi della sconfitta. E soprattutto il riferimento alla parola di Gesù («come aveva detto») rivela che la risurrezione è compimento della promessa: Dio è fedele. Non si tratta di contemplare una “presenza morta”, ma un’“assenza viva”. L’annuncio non resta però chiuso in un’esperienza personale. Le donne sono immediatamente inviate: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli». La Pasqua genera movimento, apre alla missione. Non si può incontrare il Risorto senza essere trasformati in annunciatori. Particolarmente significativo è il riferimento alla Galilea. Non è un dettaglio geografico, ma un’indicazione teologica. La Galilea è il luogo degli inizi, della chiamata dei discepoli (Mt 4,18-22), ma anche terra periferica, segnata dalla mescolanza delle genti. È il luogo della vita quotidiana, delle relazioni ordinarie. Dire che il Risorto precede in Galilea significa affermare che Egli ci attende nella concretezza della nostra esistenza, non in uno spazio separato. San Gregorio Magno interpreta questo passaggio come invito a ritornare alla vita, ma trasfigurata dalla luce della risurrezione: «Il Signore precede in Galilea perché ci invita a passare dalle cose alte a quelle umili» (Homiliae in Evangelia 21).
Le donne partono «con timore e gioia grande»: il timore di chi percepisce il mistero, la gioia di chi intuisce la vita nuova. È una sintesi efficace dell’esperienza pasquale che nell’ascolto del Vangelo è guidato a passare dalla contemplazione del mistero di un “vivo assente” all’incontro con il “reale presente”. E proprio mentre vanno, Gesù stesso viene loro incontro. La fede pasquale non si fonda solo su un annuncio, ma su una relazione viva. Il Risorto si lascia vedere, toccare, adorare. Le donne gli abbracciano i piedi: gesto concreto, corporeo, che afferma la realtà della risurrezione e, insieme, esprime adorazione. Sant’Ambrogio vede in questo gesto il riconoscimento della via: «abbracciano i piedi del Signore perché vogliono rimanere salde nella via della salvezza» (Expositio in Lucam). L’incontro non è fine a se stesso: Gesù rinnova l’invio. La relazione con Lui genera missione, e la missione conduce sempre alla relazione con Lui.
Così il racconto si chiude come era iniziato: con un cammino. Ma ora non è più il cammino verso una tomba, bensì verso la vita.
MEDITATIO
Vite incrociate, vite risorte
Il Vangelo di Pasqua ci presenta una fede “in cammino” che attraversa la notte. Le donne partono portando nel cuore il peso della perdita. Eppure, proprio questo loro andare le rende disponibili all’incontro. Anche la nostra esperienza di fede è spesso segnata da questo passaggio. Ci sono momenti in cui Dio sembra assente, in cui la preghiera si fa silenzio e la speranza vacilla. Sono le nostre “albe incerte”, quelle in cui il cuore continua a cercare pur senza vedere. In questi momenti risuona la parola del Salmo: «Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 27,8). Le donne ci insegnano che la fede non consiste nel possedere risposte, ma nel rimanere in cammino. Il loro pellegrinaggio verso il sepolcro è immagine della nostra ricerca di senso, del nostro desiderio di incontrare Dio anche quando tutto sembra chiuso. La pietra del sepolcro parla anche delle nostre pietre, quelle che chiudono relazioni, quelle che sigillano ferite, quelle che ci fanno credere che nulla possa cambiare.
Eppure, il Vangelo ci dice che Dio interviene proprio lì. Come in Ezechiele, dove il Signore apre i sepolcri e fa risorgere il suo popolo (Ez 37,12), così nella Pasqua Egli apre le nostre chiusure interiori e ci restituisce alla vita. Origene, commentando la risurrezione, afferma che «ogni volta che il cuore si apre alla Parola, Cristo risorge in noi» (Commentarium in Matthaeum). La Pasqua non è solo un evento passato, ma una realtà che si rinnova nella nostra esistenza ogni volta che accogliamo la vita che Dio ci dona. L’invito dell’angelo a non temere è rivolto anche a noi. La paura è una delle esperienze più profonde dell’uomo: paura della morte, del fallimento, della solitudine. Ma la risurrezione ci rivela che nulla è definitivamente perduto. Come scrive san Paolo: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1Cor 15,17). Ma Cristo è risorto, e questo cambia tutto. Il riferimento alla Galilea interpella concretamente la nostra vita. Non siamo chiamati a cercare Dio in esperienze straordinarie, ma nella quotidianità, ovvero nelle relazioni, nel lavoro, nelle fatiche di ogni giorno. È lì che il Risorto ci precede. È lì che ci attende. San Gregorio di Nissa scrive che «la vera visione di Dio consiste nel seguirlo sempre» (De vita Moysis). Non si tratta di fermarsi a un’esperienza passata, ma di lasciarsi continuamente precedere da Lui.
Infine, l’incontro con il Risorto ci ricorda che la fede è relazione viva. Non basta sapere che Cristo è risorto ma è necessario incontrarlo o meglio, lasciarci incontrare da Lui. E questo incontro avviene nella Parola, nei sacramenti, nei fratelli. Il Risorto si lascia incontrare dove le vite concrete s’incrociano.
La gioia delle donne diventa contagiosa e sanante perché non cancella la fatica, ma la trasfigura. Una gioia che nasce dall’incontro e si traduce in missione.
Così anche noi siamo chiamati a passare dalla tomba alla strada, dalla paura all’annuncio, dalla ricerca alla comunione. Perché la Pasqua non è solo un rito da celebrare, ma una esperienza d’incontro da fare, vite che s’incrociano per amarsi e non più dividersi.
La Parola interpella la vita
Quali “tombe” sto visitando nella mia vita? Sono luoghi di rassegnazione o di attesa?
In quali situazioni il Signore mi sta dicendo: “Non temere”? Che cosa mi impedisce di credere davvero alla sua vittoria sulla morte?
Qual è la mia Galilea oggi? Dove il Risorto mi precede e mi chiama a testimoniarlo concretamente?
ORATIO
Pellegrini nella notte del cuore,
camminiamo tra ombre e silenzi,
portando nel petto la speranza
di contemplare una luce che non tramonta
e una presenza che delude.
Tu ci chiami oltre la paura
e ci conduci verso l’alba nuova.
Signore, tu rovesci le pietre
che chiudono i sepolcri della vita,
e fai della morte una porta da spalancare,
della ferita una soglia da varcare.
La tua Parola risuona potente
e apre sentieri dove c’erano muri,
ponti dove c’erano abissi.
Tu ci precedi, o Cristo Risorto,
nelle Galilee dei nostri limiti,
tra le strade periferiche
della nostra storia ordinaria
dove le nostre vite ferite s’incrociano con la tua.
Rendici annunciatori della gioia,
testimoni dell’amore che trionfa sulla morte
e narratori del miracolo della pace
che non si arrende alla violenza.
Donaci di riconoscerti presente,
di adorarti nei segni umili,
di abbracciare i tuoi piedi
nei fratelli che incontriamo.
Fa’ di noi una Chiesa in cammino,
colma di luce pasquale,
grondante del crisma divino,
libera da ogni condizionamento
e sollecita nel servizio fraterno. Amen.

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