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commento e Lectio divina di Mc 16, 1-8

Fratelli e sorelle, dopo il solenne inizio della Veglia,

ascoltiamo con cuore sereno la parola di Dio.

Meditiamo come nell’antica alleanza Dio ha salvato il suo popolo

e nella pienezza dei tempi ha mandato a noi

il suo Figlio come redentore.

Preghiamo perché Dio, nostro Padre, porti a compimento

quest’opera di salvezza realizzata nella Pasqua.

Prima lettura

Dal libro della Gènesi Gen 1, 1.26-31

In principio Dio creò il cielo e la terra.

Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

E Dio creò l’uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò:

maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e Dio disse loro:

«Siate fecondi e moltiplicatevi,

riempite la terra e soggiogatela,

dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo

e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».

Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.

La Parola creatrice

Il libro della Genesi si apre con un duplice racconto della creazione. Nel primo Dio pronuncia dieci parole in seguito alle quali si compone il cosmo. Dio crea con la sua parola che realizza quello che significa. Il primo effetto della parola è fare del caos originario un cosmo che risponde alla Sua volontà. Gli elementi creati si dispongono in un ordine grazie al quale sono uno in relazione all’altro. In tal modo, ognuno degli elementi creati, proprio perché corrisponde alla parola che l’ha fatto, appare buono agli occhi di Dio. L’azione creatrice di Dio consiste nel dare un nome particolare a ciò che ha creato con la parola. Ogni realtà riceve un nome grazie al quale essa continuerà ad esistere. Chiamare per nome o cambiare il nome è un’azione attraverso la quale si vuole riconoscere che c’è un legame di appartenenza. Il mondo creato appartiene a Dio perché lui ne è l’origine, l’artefice e la condizione perché esista. La parola creatrice di Dio è parola di vita. Essa non è qualcosa di statico ma dinamico perché è il risultato di un processo generativo. Il comandamento è la parola con la quale si partecipa alla creatura vivente la forza generativa che risiede in Dio. Sicché la creazione ha due principi generativi, il primo è Dio e l’altro risiede nella creazione stessa che, in obbedienza al comando ricevuto, partecipa alla Sua attività creativa. Nella natura è iscritta la legge della riproduzione ma anche quella della collaborazione per cui gli elementi del creato si alleano affinché la vita continui. La natura suggerisce che fare la volontà di Dio significa garantirsi la vita.

Il vertice della creazione

Nel primo racconto della creazione il vertice si raggiunge con la creazione dell’uomo e della donna. Essi sono le uniche creature originate da una parola che Dio rivolge a sé: «Facciamo». L’uomo e la donna appaiono nella parola che rivela la volontà di Dio come partner di un’alleanza diversa da quella che la parola che instaurato con le altre creature. L’uomo e la donna sono costituiti “signori” della creazione. L’esercizio della signoria dell’uomo e della donna è il riflesso di quello di Dio sulla creazione. Il dominio non è sottomissione della creazione ai propri capricci, ma significa esercitare la stessa autorità di Dio, con Dio. L’alimentazione vegetariana è indice del fatto che nell’esercizio dell’autorità l’uomo e la donna non devono usare la violenza. Per vivere non devono uccidere gli animali, ma raccogliere ciò che la terra o gli animali stessi offrono. Dominare significa anche contenere la forza aggressiva che è insita nella natura e che, senza un controllo, riporterebbe tutto al caos originario. Violentare la natura significa turbare quell’equilibrio posto in essere dall’ordine creaturale che trova la sua origine nella volontà di Dio. L’uomo e la donna sono signori del creato nella misura in cui sono custodi e promotori della volontà di Dio. La benedizione che ricevono, e che li costituisce in autorità, deve tradursi in bene-dire e bene-fare affinché si realizzi anche il ben-essere di tutto il mondo.

Salmo responsoriale Sal 103

Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

Benedici il Signore, anima mia!

Sei tanto grande, Signore, mio Dio!

Sei rivestito di maestà e di splendore,

avvolto di luce come di un manto.

Egli fondò la terra sulle sue basi:

non potrà mai vacillare.

Tu l’hai coperta con l’oceano come una veste;

al di sopra dei monti stavano le acque.

Tu mandi nelle valli acque sorgive

perché scorrano tra i monti.

In alto abitano gli uccelli del cielo

e cantano tra le fronde.

Dalle tue dimore tu irrighi i monti,

e con il frutto delle tue opere si sazia la terra.

Tu fai crescere l’erba per il bestiame

e le piante che l’uomo coltiva

per trarre cibo dalla terra.

Quante sono le tue opere, Signore!

le hai fatte tutte con saggezza;

la terra è piena delle tue creature.

Benedici il Signore, anima mia.

Orazione

Preghiamo.

O Dio, che in modo mirabile

ci hai creati a tua immagine

e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti,

fa’ che resistiamo con la forza dello Spirito

alle seduzioni del peccato,

per giungere alla gioia eterna.

Per Cristo nostro Signore.

Seconda lettura

Dal libro della Gènesi Gen 22,1-2.9.10-13.15-18

Il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».

Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». l’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».

Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.

L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

La (s)legatura

Il capitolo 22 di Genesi è tra i più drammatici per il racconto da cui trasuda tensione fin dalla prima parola. Dio mette alla prova Abramo! Si tratta di una verifica che avviene a conclusione di un itinerario iniziato a Carran dove Abram era stato raggiunto dalla parola del Signore. Anche in quel caso un imperativo, «vattene da …». Dio gli chiede di separarsi dalla casa di suo padre, di lasciare tutto ciò che appartiene a lui, per andare verso una terra che Dio gli farà vedere. Il test serve a rivelare qualcosa che è ancora nascosto. Isacco è un dono di Dio che Abramo ha ricevuto. La verifica intende portare in luce le intenzioni di Abramo nel ricevere il dono, cioè quale relazione instaura con lui. È dunque in gioco la paternità di Abramo. Non basta avere avuto un figlio per essere padre. Per esercitare la paternità bisogna impostare in un determinato modo la relazione con il figlio. Abbiamo già visto in precedenza che la relazione coniugale è stata sanata non perché si è stati fertili, ma perché si è diventati fecondi lasciando che la benedizione di Dio potesse concretizzarsi attraverso un rapporto coniugale riequilibrato.

A Dio che chiama per nome Abramo, lui risponde prontamente con il suo eccomi. Dio lo cerca, lui si fa trovare pronto. Il comando che il Signore gli rivolge ha qualcosa di ambiguo che la traduzione non fa cogliere a pieno ma che la tradizione ebraica ha notato. Dopo aver detto ad Abramo di prendere con sé Isacco, il suo unico figlio, quello amato (unito a lui) e di andare nel territorio di Mòria, comanda: «Fallo salire là per un olocausto». Il comando non dice esplicitamente di offrirlo in sacrificio ma parla in maniera vaga lasciando lo spazio a due interpretazioni.

Al lettore appare chiara l’intenzione di Dio di far emergere la verità ma più ancora di mettere Abramo in crisi in modo tale che la sua scelta lo faccia passare definitivamente sul versante della verità o rimanere su quello della menzogna. In altri termini la domanda riguarda la scelta di relazione che Abramo vuole costruire con Dio e con Isacco. Il figlio unigenito che ama, ovvero quell’unico figlio che gli è rimasto, dopo che ha lasciato andare Ismaele, lo vuole trattenere per sé come un bene che gli appartiene in maniera esclusiva? Oppure riconoscerà in lui il segno della benevolenza del Signore e si aprirà all’altro con fiducia?

Il comando di Dio è volutamente ambiguo perché dall’interpretazione che ne darà Abramo e dalla scelta che farà si rivelerà nella sua vera personalità. In ebraico l’aggettivo unico significa anche unito. Così come lo stesso aggettivo unico in forma sostantivata è sinonimo di Dio e della vita. Dunque, la domanda che crea la suspance si pone in questi termini: Abramo terrà legato a sé Isacco facendolo salire con sé per assistere al sacrificio richiesto oppure lo farà salire come sacrificio, ovvero lo riconoscerà come dono di Dio e lo restituirà come contro-dono a Lui in segno di alleanza? In un certo senso la fecondità della sua paternità dipende dall’umiltà con la quale vive la sua figliolanza a Dio.

Il racconto a questo punto ha un ritmo molto rallentato e le stesse parole di Abramo ai servi prima e la sua risposta a Isacco lasciano il lettore nel vago intuendo così anche il travaglio del patriarca che cerca di capire il senso del comando di Dio e la scelta da compiere. Si può pensare che Abramo si sia posto domande cruciali. È possibile che Dio chieda una cosa che va contro la natura? Un padre potrebbe mai uccidere il proprio figlio, potrebbe una persona, sana di mente, rinunciare alla sua unica vita? Tuttavia, non è altrettanto contro natura legare a sé un figlio sacrificandolo sull’altare della propria possessività? Se Abramo scegliesse di sacrificare suo figlio non si assumerebbe la responsabilità di far naufragare quel progetto che Dio stesso gli ha chiesto di realizzare con Lui? Può Dio chiedergli di assumersi tale responsabilità?

La promessa del ritorno che Abramo fa ai servi è una menzogna perché non intervengano in maniera indebita o perché la sua fiducia è tale che crede che ritornerà da loro con il figlio. La risposta che Abramo dà ad Isacco che gli chiede dove sia l’agnello dell’olocausto: «Dio vedrà per lui l’agnello per l’olocausto» e un modo per celare al figlio le sue reali intenzioni o ha fiducia in Dio che provvederà al sacrificio?

Quali siano le intenzioni di Abramo lo veniamo a sapere solo quando il Patriarca lega Isacco. Ancora il ritmo del racconto rallenta quasi a voler dare tempo a Dio per il suo intervento. Ormai Abramo ha fatto la sua scelta e ha optato per quella più esigente, sacrificare suo figlio.

Ormai quando la intenzione della scelta è chiara Dio chiama Abramo come aveva fatto all’inizio e Abramo risponde prontamente «Eccomi» come se stesse aspettando quella parola. A Dio è bastata vedere l’intenzione di Abramo, quello che nel suo cuore ha scelto di essere. Abramo non si è lasciato vincere dalla paura alimentata dalla cupidigia, non ha voluto trattenere per sé il figlio per garantirsi l’avvenire, ma lo ha offerto a colui che lo aveva donato.

Abramo aveva detto a Isacco che Dio avrebbe visto per lui l’agnello; il patriarca alzando gli occhi vede un ariete e lo offre al posto di Isacco. Quell’ariete, padre dell’agnello, significa Abramo stesso, padre di Isacco, che Dio ha visto perché lui si è lasciato vedere offrendosi sull’altare. Abramo offrendo l’ariete rinuncia alla paternità intesa come possesso, per riceverla da Dio come un dono per sempre.

Quel luogo acquista un nome che ricorda il faccia a faccia tra Dio e Abramo in cui si vede e ci fa federe segno di una relazione nella quale c’è una reciprocità nel dare e nel ricevere, nell’accogliere e nel donare. Dio garantisce ad Abramo che si compirà ciò per cui ha scelto d’impegnare tutta la sua vita: non il possesso di beni, ma l’essere mediatore per tutti i popoli di quella benedizione che non ha trattenuto per sé ma che ha scelto di farne un dono per tutti.

Salmo responsoriale Sal 15

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:

nelle tue mani è la mia vita.

Io pongo sempre davanti a me il Signore,

sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore

ed esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,

né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita,

gioia piena alla tua presenza,

dolcezza senza fine alla tua destra.

Orazione

Preghiamo.

O Dio, Padre dei credenti,

che estendendo a tutti gli uomini il dono dell’adozione filiale

moltiplichi in tutta la terra i tuoi figli,

e nel sacramento pasquale del Battesimo

adempi la promessa fatta ad Abramo

di renderlo padre di tutte le nazioni,

concedi al tuo popolo di rispondere degnamente

alla grazia della tua chiamata.

Per Cristo nostro Signore.

Terza lettura

Dal libro dell’Èsodo Es 14,15- 15,1

Gli Israeliti camminarono sull’asciutto in mezzo al mare.

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri».

L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò dietro. Andò a porsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.

Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono, e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono dietro di loro in mezzo al mare.

Ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e di nube, gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!».

Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra.

In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo.

Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero:

Il passaggio

Dopo un primo momento in cui il faraone cede alla richiesta degli Israeliti, il suo cuore si fa ancora più duro e, pentendosi del permesso concesso, dispiega tutta la sua forza militare. Sembra che si vergogni per quello che ai suoi occhi appare un chiaro segno di debolezza. Vuole rimediare al suo errore inseguendo un manipolo di persone inermi come se fosse un temibile esercito da combattere. In realtà, quella del faraone è una sfida lanciata a Dio davanti al quale non intende apparire in alcun modo inferiore. In questo consiste l’ostinazione del cuore. Se da una parte la ribellione è alimentata dall’orgoglio ferito, dall’altra è generata dalla paura, come nel caso del popolo che rimprovera Mosè. Egli è profeta perché parla a Dio a nome del popolo e davanti al popolo per conto di Dio. Al grido di dolore e angoscia Dio risponde invitando ad avere fede per non essere schiavi della paura. La fede è la prima forma di libertà nella quale si sperimenta l’emancipazione da qualsiasi condizionamento interiore. La fede è obbedienza alla parola di Dio che è possibile quando si antepone la verità, ovvero la Parola che guida, all’opinione personale la quale spesso alimenta il conflitto. Non si tratta di vedere per credere, perché già dieci sono stati i segni visibili e rivelatori della potenza di Dio, ma di credere per vedere, ovvero sperimentare la gloria di Dio. Vedere significa entrare in un rapporto di reciproca appartenenza. La paura acceca, mentre la fede vede oltre il buio per andare incontro a Colui che è misterioso perché non si può prendere e “comprendere”.

C’è una sola strada percorsa dagli Israeliti e dagli Egiziani; per gli uni è una via di salvezza, per gli altri di perdizione. La colonna di nube si frappone tra i due gruppi separandoli. Gli Israeliti attraversano il mare all’asciutto secondo la Parola di Dio, mentre gli Egiziani inseguono gli Israeliti in obbedienza ai comandi del Faraone. Gli Israeliti e gli Egiziani obbediscono, i primi a Dio e i secondi al Faraone. Il mare rappresenta la forza della Parola e della potenza militare. Gli Israeliti vedono che il mare è come una muraglia a destra e a sinistra, simbolo della Legge che guida verso la libertà, mentre gli Egiziani subiscono gli effetti mortiferi dell’obbedienza ai precetti del male.

Salmo responsoriale Es 15,1-7a.17-18

Cantiamo al Signore: stupenda è la sua vittoria!

«Voglio cantare al Signore,

perché ha mirabilmente trionfato:

cavallo e cavaliere

ha gettato nel mare.

Mia forza e mio canto è il Signore,

egli è stato la mia salvezza.

è il mio Dio: lo voglio lodare,

il Dio di mio padre: lo voglio esaltare!

Il Signore è un guerriero,

Signore è il suo nome.

I carri del faraone e il suo esercito

li ha scagliati nel mare;

i suoi combattenti scelti

furono sommersi nel Mar Rosso.

Gli abissi li ricoprirono,

sprofondarono come pietra.

la tua destra, Signore,

è gloriosa per la potenza,

la tua destra, Signore,

annienta il nemico.

Tu lo fai entrare e lo pianti

sul monte della tua eredità,

luogo che per tua dimora,

Signore, hai preparato,

santuario che le tue mani,

Signore, hanno fondato.

Il Signore regni

in eterno e per sempre!».

Orazione

Preghiamo.

O Dio, che hai rivelato nella luce della nuova alleanza

il significato degli antichi prodigi

così che il Mar Rosso fosse l’immagine del fonte battesimale

e il popolo liberato dalla schiavitù

prefigurasse il popolo cristiano,

concedi che tutti gli uomini,

mediante la fede,

siano resi partecipi del privilegio dei figli d’Israele

e siano rigenerati dal dono del tuo Spirito.

Per Cristo nostro Signore.

Quarta lettura

Dal libro del profeta Isaìa Is 54,5-14

Con affetto perenne il Signore, tuo redentore, ha avuto pietà di te

Tuo sposo è il tuo creatore,

Signore degli eserciti è il suo nome;

tuo redentore è il Santo d’Israele,

è chiamato Dio di tutta la terra.

Come una donna abbandonata

e con l’animo afflitto, ti ha richiamata il Signore.

Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?

– dice il tuo Dio.

Per un breve istante ti ho abbandonata,

ma ti raccoglierò con immenso amore.

In un impeto di collera

ti ho nascosto per un poco il mio volto;

ma con affetto perenne

ho avuto pietà di te,

dice il tuo redentore, il Signore.

Ora è per me come ai giorni di Noè,

quando giurai che non avrei più riversato

le acque di Noè sulla terra;

così ora giuro di non più adirarmi con te

e di non più minacciarti.

Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero,

non si allontanerebbe da te il mio affetto,

né vacillerebbe la mia alleanza di pace,

dice il Signore che ti usa misericordia.

Afflitta, percossa dal turbine, sconsolata,

ecco io pongo sullo stibio le tue pietre

e sugli zaffìri pongo le tue fondamenta.

Farò di rubini la tua merlatura,

le tue porte saranno di berilli,

tutta la tua cinta sarà di pietre preziose.

Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore,

grande sarà la prosperità dei tuoi figli;

sarai fondata sulla giustizia.

Tieniti lontana dall’oppressione, perché non dovrai temere,

dallo spavento, perché non ti si accosterà.

La quarta lettura presenta la nuova Gerusalemme ricostruita come la sposa di Dio; è il tema dell’alleanza rivelato in chiave di amore coniugale. La profezia di Isaia riafferma il fondamento del percorso verso la libertà: il rapporto di reciproco innamoramento fra Dio e il popolo.

Salmo responsoriale Sal 29

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,

non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.

Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,

mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,

della sua santità celebrate il ricordo,

perché la sua collera dura un istante,

la sua bontà per tutta la vita.

Alla sera ospite è il pianto

e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,

Signore, vieni in mio aiuto!

Hai mutato il mio lamento in danza;

Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.

Orazione

Preghiamo.

Dio onnipotente ed eterno, moltiplica a gloria del tuo nome

la discendenza promessa alla fede dei patriarchi

e aumenta il numero dei tuoi figli,

perché la Chiesa veda realizzato il disegno universale di salvezza,

nel quale i nostri padri avevano fermamente sperato.

Per Cristo nostro Signore.

Quinta lettura

Dal libro del profeta Isaìa Is 55,1-11

Venite a me e vivrete; stabilirò per voi un’alleanza eterna

Così dice il Signore:

«O voi tutti assetati, venite all’acqua,

voi che non avete denaro, venite;

comprate e mangiate; venite, comprate

senza denaro, senza pagare, vino e latte.

Perché spendete denaro per ciò che non è pane,

il vostro guadagno per ciò che non sazia?

Su, ascoltatemi e mangerete cose buone

e gusterete cibi succulenti.

Porgete l’orecchio e venite a me,

ascoltate e vivrete.

Io stabilirò per voi un’alleanza eterna,

i favori assicurati a Davide.

Ecco, l’ho costituito testimone fra i popoli,

principe e sovrano sulle nazioni.

Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi;

accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano

a causa del Signore, tuo Dio,

del Santo d’Israele, che ti onora.

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,

invocàtelo, mentre è vicino.

l’empio abbandoni la sua via

e l’uomo iniquo i suoi pensieri;

ritorni al Signore che avrà misericordia di lui

e al nostro Dio che largamente perdona.

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo

e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,

senza averla fecondata e fatta germogliare,

perché dia il seme a chi semina

e il pane a chi mangia,

così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:

non ritornerà a me senza effetto,

senza aver operato ciò che desidero

e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

La quinta lettura presenta il banchetto a Cui Dio invita, ove il nutrimento offerto è la sua parola sotto le immagini dell’acqua e del pane. Nella liturgia della veglia pasquale l’interpretazione unìsce il cibo della parola di Dio e il cibo dell’eucaristia; il tema dell’acqua poi richiama il sacramento del battesimo. Dio si offre per una relazione nella quale ama l’uomo gratuitamente e per una nuova alleanza che si estende a tutta l’umanità, superando i limiti del nazionalismo religioso. Il profeta ribadisce l’intervento di Dio per la liberazione dell’uomo per mezzo della sua Parola efficace.

Salmo responsoriale Is 12,2-6

Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.

Ecco, Dio è la mia salvezza;

io avrò fiducia, non avrò timore,

perché mia forza e mio canto è il Signore;

egli è stato la mia salvezza.

Attingerete acqua con gioia

alle sorgenti della salvezza.

Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,

proclamate fra i popoli le sue opere,

fate ricordare che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,

le conosca tutta la terra.

Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,

perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.

Orazione

Preghiamo.

Dio onnipotente ed eterno, unica speranza del mondo,

che mediante l’annuncio dei profeti

hai rivelato i misteri che oggi celebriamo,

ravviva la nostra sete di te,

perché soltanto con l’azione del tuo Spirito

possiamo progredire nelle vie del bene.

Per Cristo nostro Signore.

Sesta lettura

Dal libro del profeta Baruc Bar 3,9-15.32 – 4,4

Cammina allo splendore della luce del Signore

Ascolta, Israele, i comandamenti della vita,

porgi l’orecchio per conoscere la prudenza.

Perché, Israele? Perché ti trovi in terra nemica

e sei diventato vecchio in terra straniera?

Perché ti sei contaminato con i morti

e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?

Tu hai abbandonato la fonte della sapienza!

Se tu avessi camminato nella via di Dio,

avresti abitato per sempre nella pace.

Impara dov’è la prudenza,

dov’è la forza, dov’è l’intelligenza,

per comprendere anche dov’è la longevità e la vita,

dov’è la luce degli occhi e la pace.

Ma chi ha scoperto la sua dimora,

chi è penetrato nei suoi tesori?

Ma colui che sa tutto, la conosce

e l’ha scrutata con la sua intelligenza,

colui che ha formato la terra per sempre

e l’ha riempita di quadrupedi,

colui che manda la luce ed essa corre,

l’ha chiamata, ed essa gli ha obbedito con tremore.

le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia

e hanno gioito;

egli le ha chiamate ed hanno risposto: «Eccoci!»,

e hanno brillato di gioia per colui che le ha create.

Egli è il nostro Dio,

e nessun altro può essere confrontato con lui.

Egli ha scoperto ogni via della sapienza

e l’ha data a Giacobbe, suo servo,

a Israele, suo amato.

Per questo è apparsa sulla terra

e ha vissuto fra gli uomini.

Essa è il libro dei decreti di Dio

e la legge che sussiste in eterno;

tutti coloro che si attengono ad essa avranno la vita,

quanti l’abbandonano moriranno.

Ritorna, Giacobbe, e accoglila,

cammina allo splendore della sua luce.

Non dare a un altro la tua gloria

né i tuoi privilegi a una nazione straniera.

Beati siamo noi, o Israele,

perché ciò che piace a Dio è da noi conosciuto.

La sesta lettura, tratta dal profeta Baruc, insiste ancora sulle parole di Dio, contempla infatti la sapienza contenuta nella rivelazione; al termine dell’itinerario di iniziazione cristiana il catecumeno è profondamente penetrato da tale saggezza. Il profeta invita a considerare la legge, la delimitazione dello spazio delle giuste relazioni con sé, con Dio e con i fratelli, come legge per la vita. L’umanità tutta è invitata alla sua conoscenza e accoglienza, per ricevere in dono la vita e per avere la liberazione dall’oppressione e dalla morte.

Salmo responsoriale Sal 18

Signore, tu hai parole di vita eterna.

La legge del Signore è perfetta,

rinfranca l’anima;

la testimonianza del Signore è stabile,

rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,

fanno gioire il cuore;

il comando del Signore è limpido,

illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,

rimane per sempre;

i giudizi del Signore sono fedeli,

sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,

di molto oro fino,

più dolci del miele

e di un favo stillante.

Orazione

Preghiamo.

O Dio, che accresci sempre la tua Chiesa

chiamando nuovi figli da tutte le genti,

custodisci nella tua protezione

coloro che fai rinascere dall’acqua del Battesimo.

Per Cristo nostro Signore.

Settima lettura

Dal libro del profeta Ezechièle Ez 36,16-17a.18-28

Vi aspergerò con acqua pura e vi darò un cuore nuovo

Mi fu rivolta questa parola del Signore:

«Figlio dell’uomo, la casa d’Israele, quando abitava la sua terra, la rese impura con la sua condotta e le sue azioni. Perciò ho riversato su di loro la mia ira per il sangue che avevano sparso nel paese e per gli idoli con i quali l’avevano contaminato. li ho dispersi fra le nazioni e sono stati dispersi in altri territori: li ho giudicati secondo la loro condotta e le loro azioni.

Giunsero fra le nazioni dove erano stati spinti e profanarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: “Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese”. Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che la casa d’Israele aveva profanato fra le nazioni presso le quali era giunta.

Perciò annuncia alla casa d’Israele: “Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni presso le quali siete giunti. Santificherò il mio nome grande, profanato fra le nazioni, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le nazioni sapranno che io sono il Signore – oracolo del Signore Dio -, quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi.

Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».

La settima lettura parla dell’aspersione di acqua che purifica, del dono dello Spirito; il sacramento del battesimo è acqua di purificazione ed è dono dello Spirito Santo. La cresima porta a perfezione il dono spirituale, l’eucaristia realizza la sommità del culto in cui si verificano le parole conclusive della profezia: “voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” (Ez 36, 28). Ezechiele ritorna sul tema della Nuova Alleanza per la vita. Perché Dio donerà all’uomo un cuore nuovo. Un cuore di carne, non di pietra, perché, instaurandosi una relazione di rinnovato amore fra Dio e popolo, questo abbia la pienezza della vita.

Salmo responsoriale Sal 41

Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.

L’anima mia ha sete di Dio,

del Dio vivente:

quando verrò e vedrò

il volto di Dio? .

Avanzavo tra la folla,

la precedevo fino alla casa di Dio,

fra canti di gioia e di lode

di una moltitudine in festa.

Manda la tua luce e la tua verità:

siano esse a guidarmi,

mi conducano alla tua santa montagna,

alla tua dimora.

Verrò all’altare di Dio,

a Dio, mia gioiosa esultanza.

A te canterò sulla cetra,

Dio, Dio mio.

Oppure (quando si celebra il Battesimo):

Da Is 12, 1-6

Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.

Ecco, Dio è la mia salvezza;

io avrò fiducia, non avrò timore,

perché mia forza e mio canto è il Signore;

egli è stato la mia salvezza.

Attingerete acqua con gioia

alle sorgenti della salvezza.

Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,

proclamate fra i popoli le sue opere,

fate ricordare che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,

le conosca tutta la terra.

Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,

perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.

Orazione

Preghiamo.

O Dio, potenza immutabile e luce che non tramonta,

guarda con amore al mirabile sacramento di tutta la Chiesa

e compi nella pace l’opera dell’umana salvezza

secondo il tuo disegno eterno;

tutto il mondo riconosca e veda

che quanto è distrutto si ricostruisce,

quanto è invecchiato si rinnova,

e tutto ritorna alla sua integrità,

per mezzo di Cristo, che è principio di ogni cosa.

Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Colletta

Preghiamo.

O Dio, che illumini questa santissima notte

con la gloria della risurrezione del Signore,

ravviva nella tua Chiesa lo spirito di adozione filiale,

perché, rinnovati nel corpo e nell’anima,

siamo sempre fedeli al tuo servizio.

Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,

e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.

Epistola

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 6,3-11

Cristo risorto dai morti non muore più.

Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

Con la lettera ai Romani si passa dalla promessa alla realtà. È il battesimo, per mezzo del quale «siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). La liberazione che si era resa necessaria a causa del peccato, per la quale Dio ha operato fin dalla liberazione di Israele dall’Egitto, perché quest’ultimo fosse occasione di benedizione per tutti i popoli e perché dunque potesse diventare liberazione più profonda e per l’umanità intera, in Cristo morto e risorto giunge alla sua pienezza: è liberazione dal peccato e dalla morte.

Salmo responsoriale Sal 117

Alleluia, alleluia, alleluia.

Rendete grazie al Signore perché è buono,

perché il suo amore è per sempre.

Dica Israele:

«Il suo amore è per sempre».

La destra del Signore si è innalzata,

la destra del Signore ha fatto prodezze.

Non morirò, ma resterò in vita

e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori

è divenuta la pietra d’angolo.

Questo è stato fatto dal Signore:

una meraviglia ai nostri occhi.

+ Dal Vangelo secondo Marco Mc 16,1-7

Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto.

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande.

Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. è risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».

LECTIO

Il cuore del racconto è l’annuncio pasquale del v.6 che è incorniciato tra due quadri narrativi nei quali spicca il contrasto tra la figura del giovane nel sepolcro e quella delle donne (vv.1-5; 7-8).

Dal momento che il cadavere di Gesù era stato posto nel sepolcro di tutta fretta, le donne si recano alla tomba con l’intento di lavare il suo corpo e ungerlo con gli olii profumati per completare i riti di una degna sepoltura. La menzione del sorgere del sole contrasta con le tenebre che hanno accompagnato la morte e la sepoltura di Gesù. Le donne che avevano seguito Gesù fino al calvario e avevano assistito alla sua morte, anche se a quella distanza che era stata a loro consentita, dopo aver osservato il riposo sabbatico, si recano al sepolcro da sole. Se ci fosse stato qualcuno degli apostoli avrebbe provveduto lui a togliere la pietra sepolcrale per permettere l’ingresso. Esse si recano al sepolcro sapendo di dover aspettare qualcuno che le aiuti. Giunte sul luogo notano che la loro preoccupazione era eccessiva e che qualcuno le aveva anticipate. Entrando nel sepolcro credono di trovare il cadavere di Gesù e invece al suo posto vedono un giovane seduto alla destra vestito di una veste bianca. Per Marco il giovane non è una figura angelica ma chiaramente vuole richiamare l’episodio di 14, 51-52 nel quale un giovinetto, coperto solo da una sindone, segue Gesù nel Getsemani per poi fuggire nudo nel momento in cui le guardie lo stavano afferrando. La prima reazione delle donne è di profondo turbamento. Il giovane si fa interprete della loro paura e della loro ansia; le donne, non trovando il cadavere di Gesù, vorrebbero sapere dove si trovi. Il giovane annuncia che è inutile cercare il cadavere del crocifisso perché lui è vivo in quanto è stato risuscitato. Gesù non è più nel sepolcro e non bisogna cercarlo tra i morti. Il giovane da una parte conferma alle donne che quello è proprio il sepolcro di Gesù e che non hanno sbagliato tomba, e dall’altra affida un messaggio da portare a Pietro e tutti gli altri fratelli ricordando loro la promessa che Gesù aveva fatto prima di morire. Il risorto non è nel sepolcro perché dà appuntamento ai suoi discepoli in Galilea dove tutto era iniziato e dove li attende per ricominciare. Colui che la morte ha sottratto alla loro vista e che una mano invisibile ha risuscitato rendendolo assente (nel sepolcro) ai loro occhi, lo rivedranno di nuovo vivo perché lui stesso si manifesterà nel luogo della convocazione. Le donne, dunque, sono destinatarie di una rivelazione che rende ragione del vuoto lasciato nel sepolcro, e di una missione affinché l’annuncio della risurrezione possa raggiungere gli apostoli assenti. Essi sono fuggiti abbandonando al suo destino il loro Maestro. Egli ora, per bocca del giovane, ricorda per intero ciò che Gesù aveva preannunciato. La storia non finisce con una separazione ma con una riconciliazione.

Il v. 8, che non è riportato nel brano liturgico, annota che le donne fuggirono dal sepolcro terrorizzate e non dissero nulla a nessuno, disattendendo la missione loro affidata. La narrazione di Marco in origine terminava con questo grande e imbarazzante silenzio. Si tratta di una finale aperta che suggerisce la riflessione sulla missione dei cristiani che, celebrando la Pasqua, non rievocano solamente un evento straordinariamente drammatico e miracoloso, ma sono raggiunti da un annuncio che va al di là delle umane attese e sono coinvolti nella missione di portare a tutti, soprattutto i lontani, la parola di Gesù. Egli testimonia la potenza dell’amore di Dio che vince la morte e dona la vita. Tale amore non è stato riservato al solo Gesù, suo figlio, ma, mediante lui è per tutti gli uomini che accettano l’invito d’incontrarlo, seguirlo e condividere la sua missione di essere a servizio di un mondo migliore, profezia del regno di Dio nel cielo.

MEDITATIO – LA MORTE È STATA SFRATTATA DAI NOSTRI CUORI

Mentre le donne compiono il mesto pellegrinaggio verso il sepolcro per completare i riti funebri si domandano come riuscire a entrare nel sepolcro. Da sole non sarebbero riuscite a spostare la pietra. Come le donne anche noi ci domandiamo: Chi ci farà rotolare via la pietra del sepolcro? Chi potrà liberarci dal peso dei nostri peccati? Le mani delle donne portano i profumi per onorare il corpo di Gesù. Portiamo nel cuore delle buone intenzioni, vorremmo fare tante opere buone, vorremmo essere amici con tutti, ma sorge subito anche il dubbio se riusciremo a realizzare i nostri sogni, se troveremo qualcuno che ci aiuti a portare a termine i nostri propositi.

Giunte sul posto però si accorgono che la pietra era già stata rotolata via. Forse avevano pensato che qualcuno li avesse preceduti. Se alziamo gli occhi, cioè se guardiamo con attenzione la realtà, notiamo i segni evidenti dell’opera di una mano invisibile che ha preceduto la nostra. L’amore di Dio ci precede perché il perdono è un dono che ci viene offerto prima del pentimento. Sul Golgota si compiono le parole del profeta Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza» (Is 25, 6-9). Sì, Il Signore Dio ci ama per primo, prepara per noi cielo e terra nuova dove dimora la giustizia e la pace. Egli ci invita ad entrare e partecipare al regno di Dio. La Pasqua afferma il primato della Grazia sulle opere dell’uomo. Possiamo amare perché Dio per primo ci ama, possiamo vivere perché il Signore ci dona il suo respiro. Si aspettavano di trovare il cadavere di Gesù e qualcuno che lo vegliasse mentre si sorprendono nel vedere un giovane, seduto sulla destra, vestito di una veste bianca. Era lì quasi ad aspettarle per dare loro un messaggio. Le donne erano venute al sepolcro per onorare il corpo di Gesù crocifisso e non trovandolo sono prese da un forte turbamento.

Il sepolcro non è più abitato; l’uomo Gesù di Nazaret non abita più la tomba ma è risorto, ha ripreso la guida del suo popolo.

Il sepolcro non è vuoto di vita e la morte non è più muta. Nel sepolcro avviene un incontro con un giovane che è lì prima delle donne e che offre loro la parola necessaria per interpretare ciò che esse non vedono. L’evangelista Marco all’inizio della passione aveva accennato ad un giovanetto vestito solo di un lenzuolo che seguiva Gesù. Avevano cercato di afferrarlo, ma lui era fuggito via nudo. Gesù ha affrontato la passione lasciandosi spogliare di tutto fino a rimanere nudo e solo sulla croce. Nudo e solo si è immerso nella morte abbandonandosi fiducioso nelle mani del Padre. Sepolto nel sepolcro è stato nascosto alla vista degli uomini. Nel segreto della morte Dio lo ha risuscitato compiendo ciò che Gesù aveva detto davanti al sommo sacerdote che gli aveva chiesto se fosse lui il Cristo: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (Mc 14,62). Come il ragazzo, che all’inizio della passione fugge via nudo, indica Gesù crocifisso e tutti i crocifissi della storia, così il giovinetto presente nel sepolcro seduto alla destra e rivestito della veste bianca è il simbolo del Risorto e dei risorti con Cristo.

La parola che annuncia la risurrezione illumina anche il senso nascosto degli eventi precedenti e che appaiono agli occhi degli uomini una inutile follia e una incomprensibile ingiustizia. Dio agisce nel segreto e nel silenzio, come il seme gettato nella terra che germoglia, cresce e fruttifica per quella forza che è insita in sé stesso. Dio non agisce in ragione dei nostri peccati e dei nostri meriti ma in forza del suo amore.

La parola del vangelo non soddisfa il bisogno di vedere i segni ma ci invita ad essere noi stessi parola che diventa segno di speranza, messaggio di consolazione. I profumi destinati al cadavere devono trasformarsi in annuncio pasquale portato ai fratelli discepoli perché anch’essi escano dai sepolcri della tristezza e della rabbia e accolgano l’invito del buon pastore che raduna i dispersi, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri (Is 40).

Distaccarsi dal sepolcro è come lasciare l’utero materno con le sue dipendenze di comodo, è come lasciare il seno della madre con le sue dolcezze accomodanti, è come lasciare la casa paterna con le sue tradizioni e abitudini, lasciare questo mondo costruito attorno al proprio io. Il distacco è per una nuova e più responsabile appartenenza. In questi continui passaggi tra distacco e appartenenza avviene la trasformazione delle relazioni. Nel sepolcro vuoto, riscattato dal potere della morte, risuona potente e gioioso l’annuncio del Vangelo, parola che illumina il dolore, caccia la tristezza, mette in fuga i dubbi e mette nuovamente in cammino per essere annunciatori di gioia.

Il Vangelo opera in noi una trasformazione interiore che ci rende docili all’adattamento delle nuove forme di relazione, senza paura. Vivere da risorti significa aprirsi alla novità di Dio.

«Andate!» Le donne sono inviate ad essere Apostole della consolazione e della speranza. È necessario lasciarsi alle spalle cose e ricordi che ci legano alla morte perché il passo stanco e appesantito dalla tristezza diventi quello veloce di chi ha fretta di condividere la bella notizia e mettersi in cammino per incontrare Gesù, il Risorto, che ci conduce al Cielo. Non abiti nel nostro cuore la tristezza, sfrattiamo la disperazione e i sensi di colpa. Non c’è più uno sforzo da compiere o un aiuto da chiamare per far rotolare via la pietra sepolcrale perché essa è già stata tolta. Non c’è più un dovere da compiere perché il corpo di Gesù è stato glorificato dal Padre: l’unzione è stata fatta dallo Spirito e il corpo di Gesù è risorto. Cristo ci libera dal peccato, ci unge con il profumo dello Spirito Santo, ci riveste dell’abito nuziale, pronti per partecipare al banchetto dei salvati. Le donne sono immagine della Chiesa-Signora le cui mani profumano di carità perché piene di gesti di misericordia, le sue parole di speranza sono come l’odore penetrante dei fiori di campo che annuncia l’ingresso della primavera, l’inizio di una nuova vita. Gesù Cristo, risorto, unto di Spirito Santo, profuma di vita. Dalla croce questo crisma scende sugli uomini e anch’essi profumano di vita. Andando per il mondo e annunciando il Vangelo questo profumo si spande e ispira l’alleluia pasquale, il canto dei redenti.

ORATIO

Signore Gesù, che sulla croce hai amato la Chiesa tua sposa dando te stesso per lei, effondi copiosamente il crisma del tuo Spirito perché, purificati dal peccato, possiamo profumare di santità. La mano invisibile che ha spalancato il sepolcro e ti ha rialzato dalla morte afferri la nostra per non sprofondare nel vortice della paura e della tristezza. Fai risuonare ancora nel mondo, avvolto dalle tenebre del dubbio e dello sconforto, la parola potente del Vangelo e aiuti a distaccarci dalle cose di questo mondo che impigriscono la nostra volontà e anestetizzano le coscienze. Insegnaci ad adattarci ai cambiamenti, anche se ci fanno paura, non per accomodarci ma perché, docili alle ispirazioni dello Spirito e in ascolto delle istanze del mondo, possiamo inventare forme e modi sempre nuovi per raggiungere ogni uomo e profumarlo con l’aroma della carità.