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Commento alle letture

Fratelli e sorelle, dopo il solenne inizio della Veglia,
ascoltiamo con cuore sereno la parola di Dio.
Meditiamo come nell’antica alleanza Dio ha salvato il suo popolo
e nella pienezza dei tempi ha mandato a noi
il suo Figlio come redentore.
Preghiamo perché Dio, nostro Padre, porti a compimento
quest’opera di salvezza realizzata nella Pasqua.

Prima lettura

Dal libro della Gènesi Gen 1, 1.26-31
In principio Dio creò il cielo e la terra.

Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.
Dio li benedisse e Dio disse loro:
«Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra e soggiogatela,
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».
Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.

La Parola creatrice
Il libro della Genesi si apre con un duplice racconto della creazione. Nel primo Dio pronuncia dieci parole in seguito alle quali si compone il cosmo. Dio crea con la sua parola che realizza quello che significa. Il primo effetto della parola è fare del caos originario un cosmo che risponde alla Sua volontà. Gli elementi creati si dispongono in un ordine grazie al quale sono uno in relazione all’altro. In tal modo, ognuno degli elementi creati, proprio perché corrisponde alla parola che l’ha fatto, appare buono agli occhi di Dio. L’azione creatrice di Dio consiste nel dare un nome particolare a ciò che ha creato con la parola. Ogni realtà riceve un nome grazie al quale essa continuerà ad esistere. Chiamare per nome o cambiare il nome è un’azione attraverso la quale si vuole riconoscere che c’è un legame di appartenenza. Il mondo creato appartiene a Dio perché lui ne è l’origine, l’artefice e la condizione perché esista. La parola creatrice di Dio è parola di vita. Essa non è qualcosa di statico ma dinamico perché è il risultato di un processo generativo. Il comandamento è la parola con la quale si partecipa alla creatura vivente la forza generativa che risiede in Dio. Sicché la creazione ha due principi generativi, il primo è Dio e l’altro risiede nella creazione stessa che, in obbedienza al comando ricevuto, partecipa alla Sua attività creativa. Nella natura è iscritta la legge della riproduzione ma anche quella della collaborazione per cui gli elementi del creato si alleano affinché la vita continui. La natura suggerisce che fare la volontà di Dio significa garantirsi la vita.

Il vertice della creazione
Nel primo racconto della creazione il vertice si raggiunge con la creazione dell’uomo e della donna. Essi sono le uniche creature originate da una parola che Dio rivolge a sé: «Facciamo». L’uomo e la donna appaiono nella parola che rivela la volontà di Dio come partner di un’alleanza diversa da quella che la parola che instaurato con le altre creature. L’uomo e la donna sono costituiti “signori” della creazione. L’esercizio della signoria dell’uomo e della donna è il riflesso di quello di Dio sulla creazione. Il dominio non è sottomissione della creazione ai propri capricci, ma significa esercitare la stessa autorità di Dio, con Dio. L’alimentazione vegetariana è indice del fatto che nell’esercizio dell’autorità l’uomo e la donna non devono usare la violenza. Per vivere non devono uccidere gli animali, ma raccogliere ciò che la terra o gli animali stessi offrono. Dominare significa anche contenere la forza aggressiva che è insita nella natura e che, senza un controllo, riporterebbe tutto al caos originario. Violentare la natura significa turbare quell’equilibrio posto in essere dall’ordine creaturale che trova la sua origine nella volontà di Dio. L’uomo e la donna sono signori del creato nella misura in cui sono custodi e promotori della volontà di Dio. La benedizione che ricevono, e che li costituisce in autorità, deve tradursi in bene-dire e bene-fare affinché si realizzi anche il ben-essere di tutto il mondo.

Salmo responsoriale Sal 103
Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Sei rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto.

Egli fondò la terra sulle sue basi:
non potrà mai vacillare.
Tu l’hai coperta con l’oceano come una veste;
al di sopra dei monti stavano le acque.

Tu mandi nelle valli acque sorgive
perché scorrano tra i monti.
In alto abitano gli uccelli del cielo
e cantano tra le fronde.

Dalle tue dimore tu irrighi i monti,
e con il frutto delle tue opere si sazia la terra.
Tu fai crescere l’erba per il bestiame
e le piante che l’uomo coltiva
per trarre cibo dalla terra.

Quante sono le tue opere, Signore!
le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.
Benedici il Signore, anima mia.

Lo Spirito che custodisce e rinnova la creazione
Il Salmo 103 è un grande inno di lode, appartenente al genere sapienziale e cosmico. Nasce da uno sguardo contemplativo sulla creazione. L’orante si fa voce dell’intero cosmo e, benedicendo il Signore, riconosce nella bellezza e nell’armonia del creato la traccia visibile della sapienza divina.
Il racconto della creazione ci ha mostrato la parola potente di Dio che ordina il caos e dona forma alla vita; il salmo afferma che ciò che Dio ha compiuto “in principio” continua nel tempo come opera viva e dinamica. La creazione non è un evento passato, ma una realtà continuamente sostenuta e rinnovata da Dio.
Il ritornello – «Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra» – introduce lo Spirito. È lo stesso soffio che aleggiava sulle acque primordiali (Gen 1,2), ora invocato come forza che mantiene la creazione nella vita e la rigenera. Se la parola di Dio ha dato origine al mondo, il suo Spirito lo custodisce e lo rinnova incessantemente.
Le immagini del salmo – l’acqua che scorre nelle valli, gli uccelli che cantano, la terra che si sazia dei frutti – descrivono un universo in cui tutto è relazione e dono. Nulla è isolato, nulla vive per sé: ogni creatura riceve e restituisce vita. Questo richiama la responsabilità dell’uomo e della donna, creati a immagine di Dio, chiamati non a dominare con violenza, ma a custodire l’armonia originaria.
Lo sguardo del credente riconosce che la creazione è “cosa molto buona” (Gen 1,31) ed è lode vivente. Benedire il Signore significa riconoscere che tutto è grazia e che la vita del mondo è affidata non al dominio arbitrario dell’uomo, ma al soffio fedele di Dio. In questa luce, anche l’uomo ritrova il suo posto non da padrone assoluto, ma da custode che, nello Spirito, coopera al rinnovamento della terra.

Orazione
O Dio, che in modo mirabile
ci hai creati a tua immagine
e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti,
fa’ che resistiamo con la forza dello Spirito
alle seduzioni del peccato,
per giungere alla gioia eterna.
Per Cristo nostro Signore.

Seconda lettura

Dal libro della Gènesi Gen 22,1-2.9.10-13.15-18
Il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». l’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

La (s)legatura
Il capitolo 22 di Genesi è tra i più drammatici per il racconto da cui trasuda tensione fin dalla prima parola. Dio mette alla prova Abramo! Si tratta di una verifica che avviene a conclusione di un itinerario iniziato a Carran dove Abram era stato raggiunto dalla parola del Signore. Anche in quel caso un imperativo, «vattene da …». Dio gli chiede di separarsi dalla casa di suo padre, di lasciare tutto ciò che appartiene a lui, per andare verso una terra che Dio gli farà vedere. Il test serve a rivelare qualcosa che è ancora nascosto. Isacco è un dono di Dio che Abramo ha ricevuto. La verifica intende portare in luce le intenzioni di Abramo nel ricevere il dono, cioè quale relazione instaura con lui. È dunque in gioco la paternità di Abramo. Non basta avere avuto un figlio per essere padre. Per esercitare la paternità bisogna impostare in un determinato modo la relazione con il figlio. Abbiamo già visto in precedenza che la relazione coniugale è stata sanata non perché si è stati fertili, ma perché si è diventati fecondi lasciando che la benedizione di Dio potesse concretizzarsi attraverso un rapporto coniugale riequilibrato.
A Dio che chiama per nome Abramo, lui risponde prontamente con il suo eccomi. Dio lo cerca, lui si fa trovare pronto. Il comando che il Signore gli rivolge ha qualcosa di ambiguo che la traduzione non fa cogliere a pieno ma che la tradizione ebraica ha notato. Dopo aver detto ad Abramo di prendere con sé Isacco, il suo unico figlio, quello amato (unito a lui) e di andare nel territorio di Mòria, comanda: «Fallo salire là per un olocausto». Il comando non dice esplicitamente di offrirlo in sacrificio ma parla in maniera vaga lasciando lo spazio a due interpretazioni.
Al lettore appare chiara l’intenzione di Dio di far emergere la verità ma più ancora di mettere Abramo in crisi in modo tale che la sua scelta lo faccia passare definitivamente sul versante della verità o rimanere su quello della menzogna. In altri termini la domanda riguarda la scelta di relazione che Abramo vuole costruire con Dio e con Isacco. Il figlio unigenito che ama, ovvero quell’unico figlio che gli è rimasto, dopo che ha lasciato andare Ismaele, lo vuole trattenere per sé come un bene che gli appartiene in maniera esclusiva? Oppure riconoscerà in lui il segno della benevolenza del Signore e si aprirà all’altro con fiducia?
Il comando di Dio è volutamente ambiguo perché dall’interpretazione che ne darà Abramo e dalla scelta che farà si rivelerà nella sua vera personalità. In ebraico l’aggettivo unico significa anche unito. Così come lo stesso aggettivo unico in forma sostantivata è sinonimo di Dio e della vita. Dunque, la domanda che crea la suspance si pone in questi termini: Abramo terrà legato a sé Isacco facendolo salire con sé per assistere al sacrificio richiesto oppure lo farà salire come sacrificio, ovvero lo riconoscerà come dono di Dio e lo restituirà come contro-dono a Lui in segno di alleanza? In un certo senso la fecondità della sua paternità dipende dall’umiltà con la quale vive la sua figliolanza a Dio.
Il racconto a questo punto ha un ritmo molto rallentato e le stesse parole di Abramo ai servi prima e la sua risposta a Isacco lasciano il lettore nel vago intuendo così anche il travaglio del patriarca che cerca di capire il senso del comando di Dio e la scelta da compiere. Si può pensare che Abramo si sia posto domande cruciali. È possibile che Dio chieda una cosa che va contro la natura? Un padre potrebbe mai uccidere il proprio figlio, potrebbe una persona, sana di mente, rinunciare alla sua unica vita? Tuttavia, non è altrettanto contro natura legare a sé un figlio sacrificandolo sull’altare della propria possessività? Se Abramo scegliesse di sacrificare suo figlio non si assumerebbe la responsabilità di far naufragare quel progetto che Dio stesso gli ha chiesto di realizzare con Lui? Può Dio chiedergli di assumersi tale responsabilità?
La promessa del ritorno che Abramo fa ai servi è una menzogna perché non intervengano in maniera indebita o perché la sua fiducia è tale che crede che ritornerà da loro con il figlio. La risposta che Abramo dà ad Isacco che gli chiede dove sia l’agnello dell’olocausto: «Dio vedrà per lui l’agnello per l’olocausto» e un modo per celare al figlio le sue reali intenzioni o ha fiducia in Dio che provvederà al sacrificio?
Quali siano le intenzioni di Abramo lo veniamo a sapere solo quando il Patriarca lega Isacco. Ancora il ritmo del racconto rallenta quasi a voler dare tempo a Dio per il suo intervento. Ormai Abramo ha fatto la sua scelta e ha optato per quella più esigente, sacrificare suo figlio.
Ormai quando la intenzione della scelta è chiara Dio chiama Abramo come aveva fatto all’inizio e Abramo risponde prontamente «Eccomi» come se stesse aspettando quella parola. A Dio è bastata vedere l’intenzione di Abramo, quello che nel suo cuore ha scelto di essere. Abramo non si è lasciato vincere dalla paura alimentata dalla cupidigia, non ha voluto trattenere per sé il figlio per garantirsi l’avvenire, ma lo ha offerto a colui che lo aveva donato.
Abramo aveva detto a Isacco che Dio avrebbe visto per lui l’agnello; il patriarca alzando gli occhi vede un ariete e lo offre al posto di Isacco. Quell’ariete, padre dell’agnello, significa Abramo stesso, padre di Isacco, che Dio ha visto perché lui si è lasciato vedere offrendosi sull’altare. Abramo offrendo l’ariete rinuncia alla paternità intesa come possesso, per riceverla da Dio come un dono per sempre.
Quel luogo acquista un nome che ricorda il faccia a faccia tra Dio e Abramo in cui si vede e ci fa federe segno di una relazione nella quale c’è una reciprocità nel dare e nel ricevere, nell’accogliere e nel donare. Dio garantisce ad Abramo che si compirà ciò per cui ha scelto d’impegnare tutta la sua vita: non il possesso di beni, ma l’essere mediatore per tutti i popoli di quella benedizione che non ha trattenuto per sé ma che ha scelto di farne un dono per tutti.

Salmo responsoriale Sal 15
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Il rifugio che libera dal possesso e apre alla vita

Il Salmo 15 è una preghiera di fiducia, nella quale l’orante affida se stesso totalmente a Dio riconoscendolo come unico bene e vera eredità. È una professione di fede di chi si rifugia nel Signore scopre che la sicurezza nasce dalla relazione. «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice»: l’uomo non si definisce più per ciò che ha, ma per Colui a cui appartiene.
Nel contesto liturgico, questo salmo si intreccia in modo luminoso con il racconto del sacrificio di Abramo. Là dove il patriarca è chiamato a lasciare andare ciò che ha di più caro – il figlio, promessa e futuro –, il salmo dà voce al cuore di chi ha compreso che Dio stesso è la sua eredità. Abramo non perde Isacco perché si fida di Dio; proprio nel momento in cui rinuncia a trattenerlo come possesso, riceve tutto come dono. Così il salmista proclama che la vita è al sicuro solo quando è nelle mani di Dio.
Il versetto «Io pongo sempre davanti a me il Signore» illumina la dinamica della prova. Abramo sale il monte con Isacco davanti a sé, ma nel cuore tiene davanti a sé il Signore. È questo sguardo che gli permette di non vacillare, di attraversare la prova senza cedere alla paura né alla logica del possesso. La fiducia diventa così il luogo in cui la fede si purifica e si compie.
Anche l’affermazione «non abbandonerai la mia vita negli inferi» assume una profondità particolare: essa non è soltanto speranza oltre la morte, ma certezza che Dio è fedele dentro ogni prova, anche quando tutto sembra perduto.
Così il salmo educa il credente a passare dalla logica del possesso a quella del dono. Rifugiarsi in Dio significa lasciarlo essere la nostra eredità, la nostra sicurezza, il nostro futuro. E allora, anche nei momenti più drammatici, si può camminare con cuore saldo, perché «gioia piena» e «dolcezza senza fine» non sono una promessa lontana, ma una presenza già sperimentabile nella fiducia.

Orazione
O Dio, Padre dei credenti,
che estendendo a tutti gli uomini il dono dell’adozione filiale
moltiplichi in tutta la terra i tuoi figli,
e nel sacramento pasquale del Battesimo
adempi la promessa fatta ad Abramo
di renderlo padre di tutte le nazioni,
concedi al tuo popolo di rispondere degnamente
alla grazia della tua chiamata.
Per Cristo nostro Signore.

Terza lettura

Dal libro dell’Èsodo Es 14,15- 15,1
Gli Israeliti camminarono sull’asciutto in mezzo al mare.

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri».
L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò dietro. Andò a porsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.
Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono, e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono dietro di loro in mezzo al mare.
Ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e di nube, gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!».
Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra.
In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo.
Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero:

Il passaggio
Dopo un primo momento in cui il faraone cede alla richiesta degli Israeliti, il suo cuore si fa ancora più duro e, pentendosi del permesso concesso, dispiega tutta la sua forza militare. Sembra che si vergogni per quello che ai suoi occhi appare un chiaro segno di debolezza. Vuole rimediare al suo errore inseguendo un manipolo di persone inermi come se fosse un temibile esercito da combattere. In realtà, quella del faraone è una sfida lanciata a Dio davanti al quale non intende apparire in alcun modo inferiore. In questo consiste l’ostinazione del cuore. Se da una parte la ribellione è alimentata dall’orgoglio ferito, dall’altra è generata dalla paura, come nel caso del popolo che rimprovera Mosè. Egli è profeta perché parla a Dio a nome del popolo e davanti al popolo per conto di Dio. Al grido di dolore e angoscia Dio risponde invitando ad avere fede per non essere schiavi della paura. La fede è la prima forma di libertà nella quale si sperimenta l’emancipazione da qualsiasi condizionamento interiore. La fede è obbedienza alla parola di Dio che è possibile quando si antepone la verità, ovvero la Parola che guida, all’opinione personale la quale spesso alimenta il conflitto. Non si tratta di vedere per credere, perché già dieci sono stati i segni visibili e rivelatori della potenza di Dio, ma di credere per vedere, ovvero sperimentare la gloria di Dio. Vedere significa entrare in un rapporto di reciproca appartenenza. La paura acceca, mentre la fede vede oltre il buio per andare incontro a Colui che è misterioso perché non si può prendere e “comprendere”.
C’è una sola strada percorsa dagli Israeliti e dagli Egiziani; per gli uni è una via di salvezza, per gli altri di perdizione. La colonna di nube si frappone tra i due gruppi separandoli. Gli Israeliti attraversano il mare all’asciutto secondo la Parola di Dio, mentre gli Egiziani inseguono gli Israeliti in obbedienza ai comandi del Faraone. Gli Israeliti e gli Egiziani obbediscono, i primi a Dio e i secondi al Faraone. Il mare rappresenta la forza della Parola e della potenza militare. Gli Israeliti vedono che il mare è come una muraglia a destra e a sinistra, simbolo della Legge che guida verso la libertà, mentre gli Egiziani subiscono gli effetti mortiferi dell’obbedienza ai precetti del male.

Salmo responsoriale Es 15,1-7a.17-18
Cantiamo al Signore: stupenda è la sua vittoria!

«Voglio cantare al Signore,
perché ha mirabilmente trionfato:
cavallo e cavaliere
ha gettato nel mare.
Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.
è il mio Dio: lo voglio lodare,
il Dio di mio padre: lo voglio esaltare!

Il Signore è un guerriero,
Signore è il suo nome.
I carri del faraone e il suo esercito
li ha scagliati nel mare;
i suoi combattenti scelti
furono sommersi nel Mar Rosso.

Gli abissi li ricoprirono,
sprofondarono come pietra.
la tua destra, Signore,
è gloriosa per la potenza,
la tua destra, Signore,
annienta il nemico.

Tu lo fai entrare e lo pianti
sul monte della tua eredità,
luogo che per tua dimora,
Signore, hai preparato,
santuario che le tue mani,
Signore, hanno fondato.
Il Signore regni
in eterno e per sempre!».

La fede che attraversa il mare
Il canto di Esodo 15 è uno dei più antichi inni di vittoria della tradizione biblica, appartenente al genere del canto di lode dopo la salvezza; sgorga immediatamente dopo il passaggio del mare, è la risposta di fede di un popolo che ha visto con i propri occhi l’azione potente di Dio. Il grido dell’oppressione si trasforma in canto perché la paura cede il posto alla memoria riconoscente.
Nel contesto liturgico, questo salmo non è semplicemente una meditazione su quanto accaduto, ma è partecipazione viva all’evento della salvezza narrato nella prima lettura. Il passaggio del mare diventa paradigma di ogni liberazione: ciò che Dio ha compiuto allora continua a compiersi nella storia e nella vita del credente. La liturgia fa cantare questo inno perché ogni assemblea possa riconoscersi in quel popolo salvato.
Le parole «Mia forza e mio canto è il Signore» rivelano che Dio non è soltanto colui che dona la salvezza, ma è Egli stesso la salvezza. Non si limita ad intervenire dall’esterno, ma si coinvolge fino a diventare la forza interiore del suo popolo. L’immagine di Dio come “guerriero” va compresa in questa luce; non è esaltazione della violenza, ma proclamazione della sua potenza che libera dalla schiavitù e abbatte ciò che opprime la vita.
Nella prima lettura si descrive il passaggio, nel Salmo se ne celebra il significato. Il mare, che per Israele è stato via di salvezza, diventa nel canto il segno definitivo della vittoria di Dio sul male. La stessa realtà che poteva essere morte si è trasformata in vita. Così la fede interpreta gli eventi perché non si ferma al fatto, ma ne riconosce il senso.
Infine, il canto si apre al futuro: «Tu lo fai entrare e lo pianti sul monte della tua eredità». La salvezza non è solo liberazione da qualcosa, ma introduzione in una relazione stabile con Dio. Il cammino non termina nel passaggio del mare, ma conduce verso una dimora, verso una comunione.
Cantare diventa allora un atto di fede con cui riconoscere che, anche quando il mare sembra chiudersi davanti a noi, Dio apre una strada e ci conduce alla vita.

Orazione
O Dio, che hai rivelato nella luce della nuova alleanza
il significato degli antichi prodigi
così che il Mar Rosso fosse l’immagine del fonte battesimale
e il popolo liberato dalla schiavitù
prefigurasse il popolo cristiano,
concedi che tutti gli uomini,
mediante la fede,
siano resi partecipi del privilegio dei figli d’Israele
e siano rigenerati dal dono del tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.

Quarta lettura

Dal libro del profeta Isaìa Is 54,5-14
Con affetto perenne il Signore, tuo redentore, ha avuto pietà di te

Tuo sposo è il tuo creatore,
Signore degli eserciti è il suo nome;
tuo redentore è il Santo d’Israele,
è chiamato Dio di tutta la terra.
Come una donna abbandonata
e con l’animo afflitto, ti ha richiamata il Signore.
Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?

  • dice il tuo Dio.
    Per un breve istante ti ho abbandonata,
    ma ti raccoglierò con immenso amore.
    In un impeto di collera
    ti ho nascosto per un poco il mio volto;
    ma con affetto perenne
    ho avuto pietà di te,
    dice il tuo redentore, il Signore.
    Ora è per me come ai giorni di Noè,
    quando giurai che non avrei più riversato
    le acque di Noè sulla terra;
    così ora giuro di non più adirarmi con te
    e di non più minacciarti.
    Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero,
    non si allontanerebbe da te il mio affetto,
    né vacillerebbe la mia alleanza di pace,
    dice il Signore che ti usa misericordia.
    Afflitta, percossa dal turbine, sconsolata,
    ecco io pongo sullo stibio le tue pietre
    e sugli zaffìri pongo le tue fondamenta.
    Farò di rubini la tua merlatura,
    le tue porte saranno di berilli,
    tutta la tua cinta sarà di pietre preziose.
    Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore,
    grande sarà la prosperità dei tuoi figli;
    sarai fondata sulla giustizia.
    Tieniti lontana dall’oppressione, perché non dovrai temere,
    dallo spavento, perché non ti si accosterà.

La riconciliazione e la fecondità ritrovata
La quarta lettura presenta un oracolo profetico che accosta l’immagine della Sposa, prima ripudiata e poi sposata di nuovo, a quella della nuova Gerusalemme, distrutta a causa del suo peccato e poi ricostruita, segno di un’alleanza nuziale perenne; è il tema dell’alleanza rivelato in chiave di amore coniugale. La profezia di Isaia riafferma il fondamento del percorso verso la libertà: il rapporto di reciproco innamoramento fra Dio e il popolo. Prima dell’alleanza, Israele era come una ragazza nubile, che non trovava marito, sola e senza figli, oltraggiata. Con l’alleanza, Israele è sposa del Signore e madre feconda. Per la sua infedeltà è stata ripudiata dal marito ed è restata come vedova, un’altra volta sola e senza figli. Ma Dio, fedele al suo amore, ricorda il suo giuramento con il quale si è impegnato con lei. Il ripudio e l’abbandono sono temporanei. Dio torna a sposare Israele: questa è la sua conversione. La sposa ritorna ad essere amata e fecondata: questa è la speranza che fonda la sua conversione, il suo ritorno a Dio. La riconciliazione, dono gratuito dello Sposo divino, è eterna e universale. A tutti, attraverso Israele, è offerta l’alleanza con Dio.

Salmo responsoriale Sal 29
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza;
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.

L’amore che risolleva

Il Salmo 29 è un canto di ringraziamento individuale, nel quale l’orante, liberato da una situazione di morte e di angoscia, eleva a Dio una lode riconoscente. Si canta il passaggio dalla fossa alla vita, dal pianto alla gioia. La preghiera nasce dall’esperienza concreta di essere stati “risollevati”. La prima lettura presenta il volto di Dio come Sposo fedele che, dopo un tempo di abbandono, torna ad amare con “affetto perenne”, mentre il salmo dà voce alla risposta della sposa ritrovata. Il passaggio dall’abbandono alla riconciliazione si traduce qui in esperienza personale: «hai fatto risalire la mia vita dagli inferi». L’ allontanamento momentaneo ma l’amore non viene mai meno.
Il versetto centrale – «la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita» – illumina il senso profondo sia del salmo che della profezia. L’abbandono non è l’ultima parola; esso è solo una parentesi dentro una storia più grande, dominata dalla fedeltà di Dio. Anche quando il suo volto sembra nascosto, il suo cuore rimane rivolto verso il suo popolo.
L’immagine del passaggio dalla sera al mattino – «alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia» – diventa così chiave interpretativa dell’intera esperienza di fede. È il ritmo dell’alleanza che alterna crisi e rinnovamento, ferita e guarigione, morte e vita. Isaia lo esprime con il linguaggio sponsale; il salmo lo traduce in esperienza esistenziale e orante.
Infine, il salmo si apre alla dimensione comunitaria: «Cantate inni al Signore, o suoi fedeli». La salvezza ricevuta non resta privata, ma diventa testimonianza. Chi è stato risollevato è chiamato a cantare, a rendere grazie, a proclamare che Dio non abbandona per sempre.
Così il credente a riconosce che ogni notte, anche la più oscura, è attraversata da una promessa dell’alba della gioia. E chi ha sperimentato l’amore che risolleva può dire con verità: il Signore ha mutato il mio lamento in danza.

Orazione
Dio onnipotente ed eterno, moltiplica a gloria del tuo nome
la discendenza promessa alla fede dei patriarchi
e aumenta il numero dei tuoi figli,
perché la Chiesa veda realizzato il disegno universale di salvezza,
nel quale i nostri padri avevano fermamente sperato.
Per Cristo nostro Signore.

Quinta lettura

Dal libro del profeta Isaìa Is 55,1-11
Venite a me e vivrete; stabilirò per voi un’alleanza eterna

Così dice il Signore:
«O voi tutti assetati, venite all’acqua,
voi che non avete denaro, venite;
comprate e mangiate; venite, comprate
senza denaro, senza pagare, vino e latte.
Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro guadagno per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti.
Porgete l’orecchio e venite a me,
ascoltate e vivrete.
Io stabilirò per voi un’alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide.
Ecco, l’ho costituito testimone fra i popoli,
principe e sovrano sulle nazioni.
Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi;
accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano
a causa del Signore, tuo Dio,
del Santo d’Israele, che ti onora.
Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocàtelo, mentre è vicino.
l’empio abbandoni la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

La Parola, messaggero di Dio che attiva processi di salvezza
La quinta lettura presenta il banchetto a cui Dio invita, ove il nutrimento offerto è la sua parola sotto le immagini dell’acqua e del pane. L’araldo adotta lo stile di un banditore ambulante (come la sapienza in Pr 1,20 e 8,1). Offre una mercanzia abbondante ed eccellente: i beni fondamentali della vita e la vita stessa. La mercanzia è il suo stesso messaggio, la promessa che genera la speranza. Acqua e pane del primo esodo, latte della terra promessa, vino del banchetto. Sono i simboli della festa che Dio prepara per chi ritorna a lui, e dell’alleanza nuova che sta per iniziare e che non avrà fine. Ad essa sono invitati tutti i popoli. Nella liturgia della veglia pasquale l’interpretazione unisce il cibo della parola di Dio e il cibo dell’eucaristia. Parola e cammino caratterizzano l’annuncio profetico che risulta a volte «incredibile» e paradossale, come nel caso della figura del servo sofferente (Is 53). Solo se l’uomo accetta di superare la propria prospettiva e il suo piccolo orizzonte raso terra per entrare nella logica di Dio, può sperimentare la concretezza storica della Parola. Il popolo si trova alla vigilia del suo mettersi in cammino. Non si tratta di un semplice trasferimento geografico ma di un itinerario interiore di conversione che richiede il decentramento da sé e l’abbandono del peccato: così l’uomo risponde all’azione storica di Dio e la realizza in pienezza, dentro e fuori. La parola di Dio, paragonata prima al frumento, viene ora accostata alla pioggia: benedizione primaria di Dio, irrigazione che feconda e fa nascere. L’acqua attiva un processo di fecondità perché libera potenzialità e attività. Il tema dell’acqua poi richiama il sacramento del battesimo. Dio si offre per una relazione nella quale ama l’uomo gratuitamente e per una nuova alleanza che si estende a tutta l’umanità, superando i limiti del nazionalismo religioso. Il profeta ribadisce l’intervento di Dio per la liberazione dell’uomo per mezzo della sua Parola efficace. La parola che esce dalla bocca di Dio è il suo messaggero il cui dire e operare è rivelatore della sapienza e promotore della grazia del signore.

Salmo responsoriale Is 12,2-6
Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.

Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.

Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere,
fate ricordare che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.

La gioia della salvezza donata
Il cantico di Isaia 12 è un inno di lode e di rendimento di grazie, che nasce dall’esperienza della salvezza già ricevuta e riconosciuta. È una proclamazione gioiosa: Dio è la salvezza, e per questo il cuore può finalmente riposare nella fiducia. Chi ha sperimentato la liberazione non può tacere, ma canta e invita altri a fare memoria delle opere di Dio.
Nella parola profetica di Isaia 55 risuona l’invito: «O voi tutti assetati, venite all’acqua… ascoltate e vivrete»; il Salmo celebra il compimento: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza». La promessa diventa esperienza, l’invito si trasforma in partecipazione. L’acqua, simbolo della Parola efficace e della vita donata da Dio, diventa ora sorgente a cui accedere con gioia.
Il cantico mette in luce un passaggio dalla paura alla fiducia. «Io avrò fiducia, non avrò timore»: è la stessa dinamica che attraversa tutta la storia della salvezza. La Parola di Dio, annunciata e accolta, genera una sicurezza nuova, che non nasce dalle circostanze esterne ma dalla presenza di Dio nel cuore della storia e della vita.
Il legame con la prima lettura è rappresentato anche dall’immagine dell’acqua. In Isaia 55 l’acqua è dono gratuito che sazia la sete più profonda dell’uomo; qui essa è già sorgente a cui attingere. La Parola che scende come pioggia e feconda la terra diventa sorgente stabile, accessibile, inesauribile. È il dinamismo della rivelazione che da dono offerto diviene vita ricevuta e condivisa.
Infine, il canto si apre alla dimensione missionaria: «proclamate fra i popoli le sue opere». La salvezza non è mai solo personale, ma tende a diffondersi, a raggiungere tutti. L’alleanza eterna annunciata dal profeta si manifesta così come una realtà universale, destinata a tutte le genti.
Il credente riconosce che la vera gioia nasce dall’incontro con Dio che salva. Attingere alle sorgenti significa lasciarsi nutrire dalla sua Parola e dal suo Spirito, entrando in una relazione che disseta e trasforma. E allora la vita stessa diventa canto, ovvero testimonianza viva che Dio è vicino, che Dio salva, che Dio dona vita in abbondanza.

Orazione
Dio onnipotente ed eterno, unica speranza del mondo,
che mediante l’annuncio dei profeti
hai rivelato i misteri che oggi celebriamo,
ravviva la nostra sete di te,
perché soltanto con l’azione del tuo Spirito
possiamo progredire nelle vie del bene.
Per Cristo nostro Signore.

Sesta lettura

Dal libro del profeta Baruc Bar 3,9-15.32 – 4,4
Cammina allo splendore della luce del Signore

Ascolta, Israele, i comandamenti della vita,
porgi l’orecchio per conoscere la prudenza.
Perché, Israele? Perché ti trovi in terra nemica
e sei diventato vecchio in terra straniera?
Perché ti sei contaminato con i morti
e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?
Tu hai abbandonato la fonte della sapienza!
Se tu avessi camminato nella via di Dio,
avresti abitato per sempre nella pace.
Impara dov’è la prudenza,
dov’è la forza, dov’è l’intelligenza,
per comprendere anche dov’è la longevità e la vita,
dov’è la luce degli occhi e la pace.
Ma chi ha scoperto la sua dimora,
chi è penetrato nei suoi tesori?
Ma colui che sa tutto, la conosce
e l’ha scrutata con la sua intelligenza,
colui che ha formato la terra per sempre
e l’ha riempita di quadrupedi,
colui che manda la luce ed essa corre,
l’ha chiamata, ed essa gli ha obbedito con tremore.
le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia
e hanno gioito;
egli le ha chiamate ed hanno risposto: «Eccoci!»,
e hanno brillato di gioia per colui che le ha create.
Egli è il nostro Dio,
e nessun altro può essere confrontato con lui.
Egli ha scoperto ogni via della sapienza
e l’ha data a Giacobbe, suo servo,
a Israele, suo amato.
Per questo è apparsa sulla terra
e ha vissuto fra gli uomini.
Essa è il libro dei decreti di Dio
e la legge che sussiste in eterno;
tutti coloro che si attengono ad essa avranno la vita,
quanti l’abbandonano moriranno.
Ritorna, Giacobbe, e accoglila,
cammina allo splendore della sua luce.
Non dare a un altro la tua gloria
né i tuoi privilegi a una nazione straniera.
Beati siamo noi, o Israele,
perché ciò che piace a Dio è da noi conosciuto.

Via che riconduce al Padre e introduce nella vera vita
L’incipit della sesta lettura, tratta dal profeta Baruc, fa eco a Dt 4,1.6; 6,4 in cui si invita all’ascolto della Parola, i comandamenti di Dio, la Sapienza contenuta nella rivelazione. L’oracolo profetico, attraverso delle domande, provoca la riflessione sull’origine della propria condizione di sofferenza e morte. Israele si trova in esilio in terra straniera. Come i morti contaminano con il loro contatto, anche mediato, similmente vivere in terra straniera significa essere come morti. Tuttavia, questa condizione non è definitiva perché Dio apre la strada del ritorno, come l’aveva tracciata nel deserto per condurre alla terra promessa. Questa via sono i comandamenti che introducono nel riposo della pace. Ogni uomo desidera la pace ma sbaglia il modo di cercarla e fallisce il tentativo di trovarla se percorre strade alternative ai comandamenti. Esse, infatti, portano ad un deserto senza via d’uscita. L’autore segue Gb 28 che presenta la sapienza come il tesoro nascosto da cercare e trovare in una terra ancora sconosciuta. Dio è il detentore della Sapienza perché ne è anche l’origine. La creazione è eco dell’efficacia della parola di Dio a cui risponde ogni elemento della creazione che obbedisce al suo comando e partecipa al suo progetto di vita. Al termine dell’itinerario di iniziazione cristiana il catecumeno è profondamente penetrato da tale saggezza. Il profeta invita a considerare la legge, la delimitazione dello spazio delle giuste relazioni con sé, con Dio e con i fratelli, come legge per la vita. L’umanità tutta è invitata alla sua conoscenza e accoglienza, per ricevere in dono la vita e per avere la liberazione dall’oppressione e dalla morte. Ciò che l’uomo non può acquistare né comprare, Dio glielo regala; ciò che non può capire, Dio glielo insegna. In Gesù Dio ci comunica la sua sapienza: invisibile, ora in lui si lascia vedere, inaccessibile, un tempo, ora nel Figlio si fa prossimo e condivide la nostra vita, per donare la sua.

Salmo responsoriale Sal 18
Signore, tu hai parole di vita eterna.

La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,
di molto oro fino,
più dolci del miele
e di un favo stillante.

luce che dona vita
Il Salmo 18 appartiene al genere sapienziale e celebra la legge del Signore non come un insieme di precetti esteriori, ma come dono vitale che illumina, guida e trasforma l’esistenza. È un inno alla Parola di Dio nella sua funzione normativa e insieme generativa: essa apre alla vita, rinfranca e rende sapienti.
Nel profeta Baruc risuona l’invito accorato: «Ascolta, Israele… tu hai abbandonato la fonte della sapienza»; nel Salmo si contempla la bellezza ritrovata di quella sapienza accolta e custodita. Il salmo diventa così la risposta di chi ha compreso che la legge del Signore è la via che riconduce alla vita e alla pace.
La legge «rinfranca l’anima», «rende saggio il semplice», «fa gioire il cuore», «illumina gli occhi». È un movimento integrale che coinvolge tutta la persona. Ciò che Baruc presenta come via da ritrovare, il salmo lo descrive come esperienza già gustata: la Parola non è solo vera, ma è buona, desiderabile, dolce.
Il nesso con la prima lettura emerge soprattutto nell’immagine della luce. Baruc invita a «camminare allo splendore della sua luce»; il salmo proclama che il comando del Signore «illumina gli occhi». La sapienza di Dio non è un sapere astratto, ma una luce concreta che orienta il cammino e permette di discernere la via della vita in mezzo alle tenebre dell’esilio e della confusione.
Infine, la conclusione del salmo – «più dolci del miele» – rivela il cuore della relazione con Dio; non si tratta solo di obbedienza, ma di gusto, di attrazione, di amore. La legge è dolce perché è espressione della volontà di un Dio che desidera la vita dell’uomo.
Così il credente a riscopre la Parola come dono prezioso e necessario. Essa è la vera ricchezza che non si consuma e la luce che non si spegne. Accoglierla significa ritornare alla fonte della sapienza e camminare verso la pienezza della vita, nella gioia di chi ha trovato ciò che davvero sazia il cuore.

Orazione
O Dio, che accresci sempre la tua Chiesa
chiamando nuovi figli da tutte le genti,
custodisci nella tua protezione
coloro che fai rinascere dall’acqua del Battesimo.
Per Cristo nostro Signore.

Settima lettura

Dal libro del profeta Ezechièle Ez 36,16-17a.18-28
Vi aspergerò con acqua pura e vi darò un cuore nuovo

Mi fu rivolta questa parola del Signore:
«Figlio dell’uomo, la casa d’Israele, quando abitava la sua terra, la rese impura con la sua condotta e le sue azioni. Perciò ho riversato su di loro la mia ira per il sangue che avevano sparso nel paese e per gli idoli con i quali l’avevano contaminato. Li ho dispersi fra le nazioni e sono stati dispersi in altri territori: li ho giudicati secondo la loro condotta e le loro azioni.
Giunsero fra le nazioni dove erano stati spinti e profanarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: “Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese”. Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che la casa d’Israele aveva profanato fra le nazioni presso le quali era giunta.
Perciò annuncia alla casa d’Israele: “Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni presso le quali siete giunti. Santificherò il mio nome grande, profanato fra le nazioni, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le nazioni sapranno che io sono il Signore – oracolo del Signore Dio -, quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi.
Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.
Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».

La creazione del cuore nuovo
La settima lettura è un oracolo che annuncia la nuova alleanza tra Dio e l’uomo che si realizza in primo luogo interiormente. Il punto di partenza è il racconto dei peccati commessi nella terra patria e in quella straniera. Il prologo dei peccati serve a presentare il punto di vista di Dio che si pone in dialogo non tanto con un popolo oppresso, ma con una casa ribelle. Nella terra promessa il popolo pecca e Dio lo scaccia da essa; nell’esilio il popolo diffama Dio e il Signore interviene per difendere il suo nome. Con il suo atteggiamento Israele non ha santificato il nome di Dio ma lo ha profanato. Nell’esilio il popolo legge l’atteggiamento di Dio sia come atto punitivo, sia come segno del suo disimpegno e impotenza. In tal modo, Dio stesso sarebbe l’artefice della profanazione del suo nome. Nella tradizione cultuale il passaggio dal castigo al perdono avviene attraverso il pentimento con la confessione delle colpe, con riti di espiazione o liturgie penitenziali. Ezechiele annuncia che nella preparazione della nuova alleanza l’elemento decisivo non sarà il rito o qualche azione dell’uomo, ma il motivo fondante e più stabile è il nome stesso di Dio, ovvero la sua identità che si rivela essere amore. Il popolo che vive in mezzo alle genti pagane vi costruisce la sua storia e «rappresenta» quella di Dio, che è storia di salvezza. In questo intreccio gli uomini sono narratori del nome di Dio che si manifesta nelle vicende della loro storia. Nel modo con cui l’umo interpreta la sua storia con Dio, profana o santifica il suo nome. Quando l’uomo fallisce, Dio s’inventa un nuovo atto, inaspettato, impressionante, che inizia con il ritorno in patria degli esiliati. Allora sarà chiara per tutti la santità del nome di Dio. L’oracolo di Ezechiele è la risposta alla richiesta del salmo 51 con il quale si confessa il proprio peccato e si supplica un rinnovamento totale. Purificazione radicale e un cuore nuovo che sia creazione di Dio; infine, si invoca il dono dello Spirito che porta a compimento l’azione trasformatrice. La nuova creazione è «pura grazia». Alle parole inefficaci dell’uomo fa seguito l’azione efficace di Dio: non si tratta più solo di curare il cuore malato, ma di estirpare ciò che è sclerotizzato e sostituirlo con uno vivo. Dio donerà all’uomo un cuore nuovo. Un cuore di carne, non di pietra, perché, instaurandosi una relazione di rinnovato amore fra Dio e popolo, questo abbia la pienezza della vita. Lo spirito nuovo è quello di Dio, perché procede da lui ed è lui che lo dona; è quello del principio vitale di una nuova esistenza. L’aspersione dell’acqua che purifica e del dono dello Spirito che santifica richiamano il sacramento del battesimo. La cresima porta a perfezione il dono spirituale e l’eucaristia diviene fonte e culmine del culto spirituale, che si attua nel dono di sé stesso, e in cui trova compimento la profezia: «voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Ez 36, 28).

Salmo responsoriale Sal 41
Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.

L’anima mia ha sete di Dio,
del Dio vivente:
quando verrò e vedrò
il volto di Dio?

Avanzavo tra la folla,
la precedevo fino alla casa di Dio,
fra canti di gioia e di lode
di una moltitudine in festa.

Manda la tua luce e la tua verità:
siano esse a guidarmi,
mi conducano alla tua santa montagna,
alla tua dimora.

Verrò all’altare di Dio,
a Dio, mia gioiosa esultanza.
A te canterò sulla cetra,
Dio, Dio mio.

Verso la sorgente della vita
Il Salmo 41 è una supplica individuale nella quale il desiderio di Dio è espresso con l’immagine viva e concreta della sete: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua…». È un grido dell’anima che sente la mancanza, l’assenza, la distanza. È il salmo di chi è in esilio, lontano dal tempio, e porta nel cuore la memoria della comunione perduta.
L’oracolo di Ezechiele promette: «Vi aspergerò con acqua pura… vi darò un cuore nuovo»; il Salmista manifesta la sua sete di quella stessa acqua che può purificare e ridare vita. La promessa divina e il desiderio umano si incontrano; ciò che Dio vuole donare corrisponde alla più profonda attesa del cuore. La sete del salmista è sete del «Dio vivente», sete di vedere il suo volto, di entrare nuovamente nella sua presenza. Questo desiderio rivela che il cuore umano è fatto per la relazione con Dio e soffre quando ne è separato. È proprio questo cuore, ferito e assetato, che Dio promette di trasformare. Non più un cuore di pietra, chiuso e indurito, ma un cuore di carne, capace di desiderare, di accogliere, di amare.
Il versetto «Manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarmi» illumina il cammino della conversione. Occorre lasciarsi guidare da Dio verso la sorgente. È Lui che conduce, che raduna, che riporta alla “santa montagna”, cioè alla comunione ristabilita. Così la sete diventa strada, e la mancanza si trasforma in attesa fiduciosa.
Così la liturgia educa il credente a riconoscere la propria sete come luogo di incontro con Dio, spazio aperto alla grazia. Il cuore nuovo nasce proprio lì, dove l’uomo smette di bastare a se stesso e torna ad anelare a Dio. E allora il cammino conduce all’altare, alla presenza viva del Signore, dove la sete si placa e la vita rinasce.

Orazione
O Dio, potenza immutabile e luce che non tramonta,
guarda con amore al mirabile sacramento di tutta la Chiesa
e compi nella pace l’opera dell’umana salvezza
secondo il tuo disegno eterno;
tutto il mondo riconosca e veda
che quanto è distrutto si ricostruisce,
quanto è invecchiato si rinnova,
e tutto ritorna alla sua integrità,
per mezzo di Cristo, che è principio di ogni cosa.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Colletta
O Dio, che illumini questa santissima notte
con la gloria della risurrezione del Signore,
ravviva nella tua Chiesa lo spirito di adozione filiale,
perché, rinnovati nel corpo e nell’anima,
siamo sempre fedeli al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Epistola

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 6,3-11
Cristo risorto dai morti non muore più.

Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

Vivi perché risorti con Cristo
Con la lettera ai Romani si passa dalla promessa alla realtà. È il battesimo, per mezzo del quale «siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). La liberazione che si era resa necessaria a causa del peccato, per la quale Dio ha operato fin dalla liberazione di Israele dall’Egitto, perché quest’ultimo fosse occasione di benedizione per tutti i popoli e perché dunque potesse diventare liberazione più profonda e per l’umanità intera, in Cristo morto e risorto giunge alla sua pienezza: è liberazione dal peccato e dalla morte.

Salmo responsoriale Sal 117
Alleluia, alleluia, alleluia.

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

La gioia della vita nuova
Il Salmo 117 è un inno di rendimento di grazie e di vittoria, appartenente alla tradizione liturgica pasquale di Israele. È il canto di chi, attraversata la prova, riconosce l’intervento potente di Dio che salva e restituisce alla vita. Non è solo un’esperienza individuale, ma la proclamazione di una salvezza che coinvolge tutto il popolo.
Se Paolo annuncia che nel battesimo siamo morti e risorti con Cristo, il salmo dà voce alla coscienza nuova di chi è passato dalla morte alla vita: «Non morirò, ma resterò in vita». Non è solo una speranza futura, ma una realtà già iniziata nel presente del credente.
Il cuore del salmo è l’affermazione: «Il suo amore è per sempre». È questa fedeltà di Dio che rende possibile la vittoria sulla morte. La risurrezione di Cristo, di cui parla Paolo, è la manifestazione definitiva di questo amore che non viene meno. La morte non ha più potere su di lui, e in lui perde il suo dominio anche su di noi.
L’immagine della «pietra scartata» che diventa «pietra d’angolo» illumina profondamente il mistero pasquale. Ciò che è rifiutato, fallito, scartato – la croce – diventa il fondamento di una vita nuova. È il rovesciamento operato da Dio: la morte diventa passaggio, il rifiuto si trasforma in elezione, la fine si apre alla pienezza.
Il battesimo inserisce il credente in questo dinamismo di morte e risurrezione. Non si tratta solo di imitare Cristo, ma di essere uniti a lui, partecipando realmente alla sua vita nuova. Il salmo diventa così il canto dei battezzati, che riconoscono nella propria storia le “prodezze” del Signore.
Così la liturgia educa a vivere la Pasqua non solo come memoria, ma come esperienza attuale. Rendere grazie significa riconoscere che la vita nuova è già iniziata, che il peccato e la morte non hanno più l’ultima parola. E allora il credente può proclamare con gioia: ciò che il Signore ha compiuto è davvero una meraviglia ai nostri occhi.