Basilica Cattedrale di Matera
Mercoledì 1° aprile 2026
Cari fratelli e sorelle, carissimi sacerdoti!
Con gioia celebro questa sera insieme a voi la prima Messa crismale come vostro Vescovo. Con gioia e trepidazione ci accingiamo a rinnovare le nostre promesse sacerdotali. Vi ringrazio per essere qui! Voi, Popolo di Dio, comprenderete se oggi rivolgo la mia omelia soprattutto ai sacerdoti.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato è incentrata sul Servo di Jahveh, sul quale è sceso lo Spirito del Signore e lo ha unto; la Parola ci parla quindi di unzione, di unti e di “untori”; e noi oggi benediciamo gli oli che serviranno per le varie unzioni dei sacramenti.
Innanzitutto l’unzione. È un atto in cui si versa dell’olio sulla persona, sul marmo, sulla pietra, per impregnarlo in modo indelebile. Non è solo un gesto esteriore e simbolico che può essere cancellato facilmente, bensì una compromissione reciproca, una compenetrazione reciproca, per creare unità e unione, tra la materia di due sostanze. Sono due spessori differenti, due realtà differenti: l’olio della grazia e l’umanità. Eppure, ecco, l’Eterno sceglie il suo servo e lo consacra per una missione; Dio, l’Eterno, desidera unirsi al suo servo.
Ecco, carissimi, la prima conseguenza: la verità fondante di questo gesto è il fatto che noi siamo totalmente “compromessi” con il Signore, Lui si è compromesso con noi e ci ha resi suoi in modo stabile. Siamo suoi e questa non è una verità, una realtà passeggera da tirare fuori all’occorrenza come si tira fuori un vestito dall’armadio, bensì un’appartenenza totale e definitiva.
Unti. Il servo è consapevole di avere avuto questo dono dell’unzione, che ha un significato ed un’azione benefica innanzitutto su di sé. Le ferite del servo sono sanate dall’unzione, il suo dolore è alleviato, le sue durezze sono rese più morbide, la sua umanità è sanata; il servo, il ministro, altro non è che un salvato che annuncia la salvezza, uno che ha sperimentato e sperimenta la sovrabbondanza della grazia e poi la annuncia. La missione è conseguenza dell’esperienza spirituale personale, altrimenti è solo un cembalo che tintinna.
Carissimi, la nostra unzione, accolta e vissuta ogni giorno con grata memoria, è la vera forza della nostra vita. È il ricordo riconoscente e consapevole di ciò che abbiamo ricevuto a tenerci ancorati al Signore, preservandoci dal protagonismo individuale. Se dimenticassimo la gratitudine, rischieremmo di trasformare la nostra vocazione in una mera recitazione di ruoli sacri; rischieremmo di dimenticare che siamo stati scelti e benedetti gratuitamente, senza alcun merito, scivolando nella presunzione di essere speciali di per sé e riponendo fiducia solo nella nostra fragile umanità. Quanto è buono, invece, il Signore, che si è chinato su di noi, amandoci non per i nostri meriti, ma per pura gratuità della sua grazia.
Tra poco rinnoveremo le promesse del nostro sacerdozio: rinnoviamo insieme la gratitudine per la Sua opera in noi! Un esercizio spirituale sano e fecondo per la nostra vita quotidiana è ringraziare ogni giorno il Signore per il dono del sacerdozio, per l’intreccio tra la nostra fragile umanità e la Sua Grazia.
Dall’inestimabile dono dell’unzione nasce la responsabilità della missione. Siamo unti per essere untori! Il Signore unge il suo Servo perché risponda con un’apertura e una disponibilità totali, diventando egli stesso portatore di unzione. Le immagini e le categorie citate nel libro del profeta Isaia e riprese dal Signore nella sinagoga di Nazareth hanno un elemento in comune: descrivono persone segnate dalla vita, oppresse dagli affanni e dai dolori della vita. Poveri, prigionieri, ciechi, tutti attendono una buona notizia che possa cambiare la loro vita, che possa alleviare i dolori della loro esistenza. Tutti attendono la vicinanza del Signore! È qui che deve concentrarsi la nostra missione sacerdotale, la ragione stessa della nostra unzione, che non è un profumo per il nostro comfort personale, ma un balsamo da spargere su tutte le persone che incontriamo. Quante folle oggi vivono in deficit di speranza e gioia! Quante persone aspettano che qualcuno dica loro che la vita non è perduta, né priva di senso!
La nostra gente, che lotta quotidianamente per sbarcare il lunario e per far fronte a tutte le sollecitazioni della vita, cerca in noi sacerdoti una luce che ridoni speranza, persone capaci di restituire il buon profumo della gioia di vivere e di testimoniare che, nonostante le fatiche, vale sempre la pena dare il meglio di sé.
Carissimi sacerdoti, non dimentichiamo che siamo chiamati a consolare con la stessa consolazione ricevuta da Dio. La nostra gente cerca in noi la consolazione del Signore. Anche quando le loro richieste sembrano inopportune e insistenti, non tiriamoci indietro, perché sono affidati a noi, che abbiamo l’olio della consolazione che loro cercano.
L’olio che noi abbiamo è come quello della vedova di Sarepta: non si esaurisce mai, si rinnova continuamente. Non custodiamolo gelosamente, perché non è nostro, ma del Signore. Evitiamo che si irrancidisca, rendendoci sacerdoti tristi, acidi e insoddisfatti. Al contrario distribuiamolo. Più lo distribuiamo, più si moltiplica e diventa migliore. Non lesinate vicinanza, tenerezza, misericordia e consolazione! Andate incontro alle persone, non aspettate che arrivino, specialmente ora che sono sempre meno. Visitate le famiglie, i malati, gli anziani e i giovani, portate a tutti la grazia e la consolazione del Signore!
Usciamo, senza paura, per portare la grazia nelle periferie umane ed esistenziali, distribuendola a piene mani! I nostri prediletti siano coloro che il Signore Gesù ci indica, affinché sperimentino OGGI il compimento della sua grazia.
Oggi chiedo per tutti noi una grazia particolare: che il nostro cuore trovi pace solo restando vicino alle persone che la Parola oggi ci indica, e provi inquietudine ogni volta che le nostre scelte sono dettate dalla comodità o dal vantaggio personale.
E… citando il venerabile Mons. Delle Nocche, e dal quale dobbiamo rinnovare l’ispirazione ed il modello, aggiungo: “L’evangelizzazione di questa regione è tale uno scopo sublime che richiede l’abnegazione perfetta. …il Signore accresca in me questo amore e mi faccia corrispondere alla grazia che Egli mi fa … e il giorno in cui dovessi adattarmi all’ambiente e cessare dall’operare il bene, unicamente per la sua gloria, mi chiamasse a sé e non permettesse mai che io avessi ad essere ostacolo per le anime che Lui mi ha affidate”.
E voi, Popolo santo di Dio, pregate sempre per i sacerdoti, ministri della grazia e della consolazione; non lesinate loro il sostegno spirituale e chiedete loro sempre la pienezza della benedizione del Signore!
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