III Domenica di Pasqua (Anno A) – Lectio divina
At 2,14.22-33 Sal 15 1Pt 1,17-21

O Dio, che in questo giorno santo
raduni la tua Chiesa pellegrina nel mondo,
donaci di riconoscere il Cristo crocifisso e risorto
che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture
e si rivela a noi nello spezzare il pane.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dagli Atti degli Apostoli (At 2,14.22-33)
Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere.
[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:
«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.
Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”.
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”.
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».
Signore Dio, non mi abbandoni… mi guidi sul sentiero della vita
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».
Il giorno di Pentecoste Pietro, che era insieme con gli altri apostoli e Maria nel Cenacolo, è riempito di Spirito Santo. Essi, che erano ancora chiusi nelle loro paure e in attesa di ricevere il dono promesso da Gesù risorto, finalmente escono e iniziano a proclamare il vangelo. Non si tratta di narrare una storia, ma di annunciare l’accadimento di un evento straordinario che li sconvolge ma anche li coinvolge. Si tratta della Pasqua di Gesù, la sua morte e la risurrezione. Nell’annuncio di Pietro il soggetto è Dio Padre che agisce per mezzo del suo Figlio, Gesù di Nazaret. Quell’uomo, proveniente dalla periferia d’Israele, con miracoli, segni e prodigi, aveva iniziato a mostrare quanto Dio fosse prossimo ad ogni uomo, soprattutto ai malati, per guarirli e farli membri del suo Regno. In questo progetto Dio aveva previsto anche il drammatico mistero del rifiuto e della morte, che non ha segnato il fallimento della sua missione, ma un passaggio necessario per affermare la vittoria dell’Amore sulla morte. Essa infatti è stata privata del potere di avere l’ultima parola sulla vita dell’uomo.
Pietro, citando il Salmo 16, dimostra che la promessa di Dio si compie in Gesù. La preghiera del salmo, attribuito a Davide, anticipa quella di Gesù che attraversa la morte: … non mi abbandonerai negli inferi. Dio Padre guida suo figlio, attraverso la morte, alla libertà sciogliendolo dalle catene del dolore, impedendo che il virus della rabbia e della paura corrompa il dono di amore che Gesù fa di Sé.
Lo Spirito Santo impedisce che il processo della morte, avviato dal dolore, si compia con la corruzione del corpo e la distruzione delle relazioni.
Colui che non è abbandonato nella prova della morte, in essa viene crismato, unto con l’olio profumato dello Spirito Santo per rinascere a vita nuova. Gesù diventa il Cristo che effonde il crisma dello Spirito Santo. Ci viene donato perché anche noi, come Gesù dal profondo della prova, possiamo pregare con lui: non abbandonarci nella tentazione, ma liberaci dal maligno; preghiamo affinché venga donato anche a noi lo Spirito Santo, che ci liberi dal peso del dolore per essere datori di vita.
Salmo responsoriale Sal 15
Mostraci, Signore, il sentiero della vita.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.
Il sentiero della vita: fiducia che attraversa la morte
Il Salmo 15 (16) appartiene al genere dei salmi di fiducia, preghiere intime in cui il credente affida totalmente la propria vita a Dio, riconoscendolo come unico bene e rifugio. Non è un lamento né una supplica angosciata, ma una confessione serena e profonda: anche quando la notte avvolge l’esistenza, il cuore resta saldo perché il Signore è “alla destra” e sostiene il cammino. Le parole del salmista, nate dall’esperienza personale di un uomo che si affida a Dio, diventano profezia della vittoria sulla morte.
L’annuncio di Pietro (At 2) interpreta questo salmo come parola che trova in Gesù la sua pienezza. “Non abbandonerai la mia vita negli inferi” non è solo il grido fiducioso di Davide, ma diventa la certezza pasquale del Cristo, che attraversa la morte senza esserne vinto. Il sentiero della vita di cui parla il salmo è ormai aperto definitivamente: non è più soltanto una promessa, ma una via tracciata nella carne risorta di Gesù.
Così, pregando questo salmo, anche noi impariamo a consegnare la nostra vita nelle mani del Padre, sapendo che la comunione con Lui è più forte della morte. La gioia promessa non è evasione dal dolore, ma presenza che lo attraversa e lo trasfigura: “gioia piena alla tua presenza” è il dono dello Spirito, effuso dal Risorto, che ci guida passo dopo passo sul sentiero della vita.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 1,17-21)
Foste liberati con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.
Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.
Il riscatto che garantisce la libertà dei figli di Dio
Il credente vive la fede in Dio comportandosi da figlio suo con rispetto e riconoscenza. È stato reso tale da Gesù che, come agnello sacrificale, ha versato il suo sangue affinché i peccatori potessero essere riconciliati con Dio. Ogni uomo porta con sé la tara del peccato che influisce sulla sua condotta malvagia. L’egoismo è la pesante eredità che riceviamo dai padri, ma Dio ci offre la possibilità di riscattarci donando lo Spirito Santo mediante Gesù che è vivo e intercede per noi. Cristo Gesù, il Figlio di Dio, è il modello della nuova creazione di Dio. Rinati nel Battesimo cresciamo nella fede per conformarci a Lui. Se la fede è la docilità con la quale permettiamo alla potenza di Dio di plasmarci, la speranza è la forza interiore che orienta la nostra libertà di scelta affinché possiamo compiere la volontà di Dio e giungere alla piena comunione con lui nella vita eterna.

Dal Vangelo secondo Luca Lc 24,13-35
Lo riconobbero nello spezzare il pane.
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Lectio
L’Eucaristia, incontro con il Signore che cambia la vita
La pagina del vangelo di Luca ci riporta ancora una volta al giorno di Pasqua, collocandoci nel cuore del capitolo 24, là dove l’evangelista raccoglie le narrazioni pasquali e apre già lo sguardo verso la vita della Chiesa nascente. Il racconto dei discepoli di Emmaus, infatti, non è solo memoria di un evento, ma un vero paradigma del cammino cristiano: dalla fuga alla comunione, dall’incomprensione alla fede, dall’isolamento alla missione.
Due discepoli stavano raggiungendo Emmaus, distante pochi chilometri da Gerusalemme. Conversavano tra loro animatamente nel tentativo di trovare un senso agli ultimi fatti accaduti. Ormai orfani del loro maestro il loro cammino solitario diventa occasione per riflettere. Dove li condurrà quella riflessione? Essi, tristi e delusi, hanno scelto di isolarsi dal resto della comunità. La strada verso Emmaus è quella del tramonto delle loro speranze che mette la parola fine all’esperienza già compromessa con la morte di Gesù.
In questa prima parte del racconto si apre il movimento narrativo dell’allontanamento: i discepoli si separano da Gerusalemme, luogo della comunità e della rivelazione, e intraprendono un cammino regressivo. Il verbo del camminare diventa così simbolo dell’esistenza credente, mentre il loro volto triste e i loro occhi incapaci di riconoscere rivelano una cecità interiore che non è fisica, ma spirituale.
Reagiscono cominciando un cammino solitario che li riporta indietro. Mentre essi si allontanano dalla comunità, Gesù in persona si avvicina. La tristezza, che vela il loro volto, impedisce di riconoscerlo. Gesù, interpretando la parte del forestiero che non sa cosa sia accaduto a Gerusalemme, è per loro un estraneo.
Oh uomo, sembra dire Cleopa, sei stato veramente distratto e superficiale da non renderti conto di ciò che è accaduto? Questo gioco delle parti fa emergere una domanda: in verità, chi è più estraneo alla vicenda, Gesù o i suoi discepoli? Con quali occhi essi hanno osservato Gesù e gli eventi che lo hanno visto protagonista?
Nel loro resoconto i verbi al passato indicano che la storia di Gesù, e il loro cammino di discepolato dietro di Lui, è ormai un’esperienza chiusa da archiviare. I due discepoli erano stati testimoni dei segni compiuti da lui e delle parole di grazia uscite dalla sua bocca. Il loro cuore aveva gioito nel credere che fosse lui il profeta inviato da Dio a liberare Israele. Ma quando hanno assistito impotenti alla sua condanna e crocifissione nel loro cuore la speranza ha lasciato il posto allo sconcerto.
Essi parlano di Gesù, il Nazareno, come di un vero profeta, un grande uomo di Dio, che però non è riuscito a portare a termine la sua missione. È la crisi della fede, che nasce quando si interpreta la realtà solo sul piano storico e umano, senza accedere al livello più profondo del mistero di Dio.
Il racconto che fa Cleopa diviene così una verifica del loro cammino: essi sanno bene chi Gesù è stato, ma non chi egli è. La croce segna una frattura tra passato e presente, e li lascia prigionieri di una memoria senza speranza.
L’intervento di Gesù introduce la seconda grande dinamica del racconto: la rivelazione attraverso la Parola. Il forestiero, ritenuto ignorante dei fatti, si rivela invece interprete sapiente delle Scritture e conoscitore del cuore umano. Egli rimprovera la loro lentezza nel credere e li conduce a rileggere gli eventi secondo il disegno di Dio: non era necessario che il Cristo patisse per entrare nella gloria?
Attraverso le Scritture, da Mosè ai Profeti, Gesù illumina il senso della sua Pasqua. La narrazione passa così dal piano storico a quello teologico: gli eventi non sono più un fallimento, ma un compimento. In questo passaggio il cuore dei discepoli comincia a trasformarsi: non vedono ancora, ma iniziano a sentire. È il cuore che arde mentre la mente viene educata.
La conversazione durante il cammino ha permesso ai due discepoli di rivivere momenti d’intimità con il Maestro e ha fatto nascere in loro il bisogno di stare con lui. Il desiderio si fa invocazione: «Resta con noi!».
Si apre qui la terza tappa narrativa: la rivelazione nel gesto del pane. Gesù entra come ospite e diventa colui che presiede la mensa. Nel gesto dello spezzare il pane si compie la rivelazione: i loro occhi si aprono. Il verbo si capovolge: da occhi impediti a occhi aperti.
Il gesto eucaristico diventa così il luogo del riconoscimento: ciò che era stato scandalo (la croce) si rivela ora come dono d’amore. La frazione del pane è la chiave interpretativa dell’intera vicenda di Gesù.
Ma subito Gesù scompare: la sua presenza non è più legata alla visione, ma al segno. I discepoli comprendono allora ciò che avevano vissuto: «Non ardeva forse il nostro cuore?». Il cuore ardente diventa il segno della presenza del Risorto.
Infine, si compie l’ultima tappa: il ritorno alla comunità. I due discepoli si alzano e ritornano a Gerusalemme. Il cammino si inverte: non più fuga, ma missione. Non più isolamento, ma comunione.
Essi diventano testimoni: raccontano ciò che è accaduto lungo la via e come lo hanno riconosciuto nello spezzare il pane. Così l’esperienza personale si trasforma in annuncio ecclesiale. Non sono più estranei, ma familiari di Dio.

Meditatio
Compagno di viaggio, compagno di vita
Gli eventi della Pasqua hanno profondamente scosso la comunità dei discepoli di Gesù. Alcuni di essi hanno deciso di lasciare Gerusalemme e di fare ritorno a casa; tra questi vi sono i due discepoli di Emmaus. Essi sono tristi e delusi, perché le speranze di riscatto che avevano riposto in Gesù di Nazaret si sono infrante contro il dramma della sua morte, e di una morte umiliante, violenta, ingiusta. Altro che gloria, liberazione, festa. Lungo la strada lasciano affiorare l’amarezza che portano nel cuore, e quella ferita interiore si legge persino sul loro volto. Un forestiero si accosta a loro e chiede di essere reso partecipe dei loro discorsi; essi non si accorgono che è Gesù in persona.
Il loro racconto è preciso, quasi puntuale, perché nasce dagli occhi di chi ha visto e dal cuore di chi è rimasto ferito. E tuttavia, pur nella precisione dei fatti, esso rimane incapace di coglierne il senso. È il racconto di testimoni oculari che conoscono gli eventi, ma non riescono ancora a penetrarne il mistero. Qui si coglie una verità spirituale profonda: non basta aver visto Gesù, non basta aver ascoltato le sue parole o aver assistito ai suoi segni, se il cuore non viene illuminato interiormente. Sant’Agostino osserva che i due discepoli camminano con Cristo, parlano con lui, lo ascoltano, eppure non lo riconoscono; segno che la presenza del Signore può essere reale e vicinissima, anche quando l’uomo, chiuso nel proprio dolore, non riesce ancora a vederla. Essi hanno davanti agli occhi Gesù vivo, ma dentro di loro la vicenda del Maestro è già archiviata come una storia conclusa.
Nel loro cuore rimane un interrogativo che non trova risposta: come è possibile che un profeta, un uomo di Dio, uno che ha parlato e operato il bene con potenza, si sia lasciato consegnare alla condanna e alla croce? Perché non ha reagito? Perché non ha fatto valere quella stessa forza con cui aveva guarito i malati, liberato gli oppressi, ridato speranza agli ultimi? Forse, in modo più o meno confessato, essi covavano dentro di sé il pensiero amaro di essersi lasciati trascinare da un entusiasmo senza fondamento, come se alla fine tutto si fosse rivelato un’illusione. È qui che il forestiero mette il dito nella piaga. Gesù non si limita a raccogliere il loro sfogo, ma raggiunge il punto più profondo della loro crisi. Il problema vero non è soltanto l’accaduto, ma il cuore con cui essi hanno guardato l’accaduto. È il cuore, cioè il centro delle attese, delle immagini di Dio, dei desideri e dei criteri con cui si interpreta la realtà.
La fede, infatti, va di pari passo con la maturazione del cuore. Essa deve passare dall’innamoramento all’amore, dall’ammirazione alla meraviglia, dalla ricerca di un Dio che corrisponda alle nostre attese all’accoglienza del Dio che si rivela nella libertà del suo mistero. Finché il discepolo ama in Gesù il compimento dei propri desideri, la sua adesione resta fragile. Quando invece, attraversando la prova, impara a lasciarsi sorprendere da un amore più grande delle proprie misure, allora il cuore comincia davvero a credere. In questo senso Gregorio Magno legge la pedagogia del Risorto come una pedagogia del desiderio: Cristo si rende presente, ma non subito riconoscibile, perché i discepoli siano condotti oltre una conoscenza superficiale e imparino a cercarlo più profondamente. Il Signore sembra sottrarsi, ma in realtà sta educando. Si vela per non essere posseduto secondo la carne; si nasconde per essere accolto nella fede.
La morte di Gesù segna così un punto di svolta nel processo di maturazione dell’amore e della fede. Essa spezza le immagini troppo umane del Messia e smaschera le attese religiose costruite a misura dei bisogni dell’uomo. Ma questo passaggio non può avvenire se il discepolo rifiuta di lasciarsi accompagnare. I due di Emmaus ci insegnano che nelle fasi cruciali della vita, quando i criteri abituali non bastano più e tutto sembra crollare, diventa decisivo accogliere la presenza di qualcuno che si faccia compagno di cammino. Cristo risorto si accosta, ascolta, interroga, interpreta, accompagna. Origene ha colto questo movimento, mostrando che il Signore conduce i suoi dapprima all’intelligenza delle Scritture e poi al riconoscimento sacramentale. Prima apre la mente, poi apre gli occhi; prima riscalda il cuore con la Parola, poi si lascia riconoscere nel pane spezzato.
Gesù, infatti, spiega loro la Scrittura. Ma non si tratta di una lezione fredda o di una dimostrazione erudita. Egli non riempie la testa dei due discepoli di concetti; piuttosto, parlando di Dio e del suo amore, ridesta in loro un fuoco interiore. Le Scritture, illuminate da lui, non diventano un archivio di testi da interpretare, ma il luogo in cui la vicenda della croce si lascia comprendere come compimento e non come fallimento. Il loro cuore comincia ad ardere, perché la Parola di Dio, quando è ascoltata nella compagnia del Risorto, non informa soltanto, ma trasforma interiormente. Non aggiunge semplicemente una spiegazione; genera un nuovo modo di abitare la realtà. La Parola autenticamente accolta non chiude l’uomo in se stesso, ma lo apre. Lo apre all’ospitalità, alla fraternità, alla comunione.
Per questo il cammino sfocia nella casa e la conversazione diventa invocazione: “Resta con noi”. L’ascolto della Parola genera il desiderio della presenza. Il cuore istruito dalle Scritture sente il bisogno della comunione. E quando Gesù prende il pane, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo dona, i due discepoli finalmente lo riconoscono. Sant’Ambrogio, leggendo questa pagina, vede proprio qui il movimento fondamentale della vita ecclesiale: la Parola prepara, il Pane rivela; l’ascolto dispone, l’Eucaristia compie. Nello spezzare il pane Gesù si fa riconoscere, ma subito scompare alla vista, perché ormai la sua presenza non deve più essere cercata in un possesso esteriore, bensì in una comunione interiore e sacramentale. Il Risorto non si lascia trattenere dagli occhi del corpo, perché vuole essere riconosciuto con gli occhi della fede.
E tuttavia questa presenza eucaristica non chiude i discepoli in una devozione intimistica. Al contrario, li trasforma in uomini nuovi. Se prima erano in fuga, ora si rialzano; se prima si allontanavano dalla comunità, ora vi ritornano; se prima erano prigionieri della delusione, ora diventano testimoni. Anche Agostino insiste su questo punto: il Cristo riconosciuto nel pane spezzato continua a rendersi presente nella vita della Chiesa e nel vincolo della carità. Per questo si può dire che egli “sparisce” agli occhi solo per diventare visibile in modo più profondo nella comunione fraterna. La sua presenza si rende percepibile non solo nell’Eucaristia celebrata, ma anche nei quotidiani gesti di carità, di accoglienza, di condivisione, nei quali il pane spezzato prolunga la sua forza nella carne della vita.
L’incontro con Gesù, dunque, non è l’approdo conclusivo del cammino, ma l’inizio di una nuova condotta di vita. Nasce dall’esperienza di ascolto e di comunione con lui, e si sviluppa nell’ascolto e nella comunione con i fratelli. Emmaus diventa così la figura di ogni itinerario cristiano: l’uomo parte con il cuore ferito, attraversa la notte del disorientamento, si lascia istruire dalla Parola, riconosce il Signore nel Pane e ritorna alla comunità portando la gioia dell’annuncio. Il compagno di viaggio si rivela allora come il Signore della vita, e il cuore, che prima era chiuso nel lutto e nella delusione, si apre finalmente alla speranza pasquale.

La Parola interpella la vita
In quale momento della mia vita sto camminando “lontano da Gerusalemme”?
Quale immagine di Dio deve essere purificata alla luce della croce e della risurrezione?
Dove oggi riconosco il Signore: nella Parola, nell’Eucaristia, nei fratelli?
Oratio
Signore Gesù, compagno di strada,
che ti avvicini al mio cammino ferito
e accogli il racconto delle mie delusioni,
ascolta la voce del mio cuore senza respingerla.
Quando la mia speranza si spegne
e il peso del fallimento mi confonde,
donami la luce della tua Parola
per rileggere la mia vita nella volontà di Dio.
Guidami, Signore, nel cammino interiore,
dalla mia mente inquieta al tuo cuore fedele;
fa’ ardere in me il fuoco del tuo amore
che trasforma la paura in fiducia.
Rendimi, o Cristo, tuo discepolo e fratello,
capace di camminare con gli altri,
per condurli all’incontro con te,
vivente e presente nella Chiesa del Risorto. Amen.

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