II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A) – Lectio divina
At 4,32-35 Sal 117 1Gv 5,1-6

Signore Dio nostro,
che nella tua grande misericordia
ci hai rigenerati a una speranza viva,
accresci in noi la fede nel Cristo risorto,
perché credendo in lui
abbiamo la vita nel suo nome.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dagli Atti degli Apostoli (At 2,42-47)
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune.
[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.
Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.
Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
Le quattro perseveranze della Chiesa
In At 2, 42 si parla di quattro «perseveranze»: nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione (koinonía), nella frazione del pane e nelle preghiere. Fin dalle origini del cristianesimo si è infatti capito che la sequela Christi non è questione di un’ora né di una stagione: nella vita cristiana l’essenziale è perseverare, durare nel tempo, dare continuità, mediante un’obbedienza costantemente rinnovata, alla scelta iniziale. Non a caso Gesù ha affermato: «Chi persevera fino alla fine, questi sarà salvato» (Mt 10, 22; 24, 13; Mc 13, 13), oppure, nella versione lucana: «Con la vostra perseveranza guadagnerete le vostre vite» (Lc 21, 19). La forma vitae descritta in At 2, 42-45 esemplifica dunque lo stato di conversione, mediante un comportamento capace di dare continuità al mutamento intrapreso con il battesimo.
Il soggetto principale è il Signore che aggiunge alla comunità dei credenti gli uomini che salva. Il battesimo nello Spirito Santo è il passare dalla riva dell’individualismo a quella della comunione. È dunque un continuo cammino di conversione e di perseveranza. Il termine perseveranza dice il “rimanere in”, “insistere in”, per sottolineare la continuità e la tenacia imperterrita dei discepoli.
La didaché, l’insegnamento è la base della dottrina e della disciplina cristiana, costruita sulle parole e le azioni di Gesù stesso e sulle istruzioni comunicate agli apostoli e a quei seguaci destinati ad essere suoi testimoni autentici (cf. At 1,1-2s). E’ l’insegnamento di coloro che sono sempre discepoli, in ascolto della voce dello Spirito attraverso il quale Gesù continua a essere presente con la sua forza salvifica e sanante. L’ombra di Pietro è l’immagine usata per dire la potente e misteriosa presenza che opera attraverso l’apostolo. L’insegnamento degli apostoli non è semplice comunicazioni di dati o nozioni, norme di comportamento, ma è l’esperienza della comunione e continuità con quella prima comunità apostolica che funge da fondamento per il proprio cammino di fede.
La chiesa che nasce a Pentecoste ha un’identità ben precisa, riassumibile nella perseverante koinonía, esperita nella radicale condivisione dei beni: «tenevano ogni cosa in comune (ápanta koiná)» (At 2, 44).
Occorre esplorare la realtà della koinonía in tutta la ricchezza con cui essa è presentata nel Nuovo Testamento:
• la koinonía è innanzitutto l’inaudita possibilità di partecipare della vita divina (cf. 2Pt 1, 4), apertaci dal Padre, nella sua infinita misericordia, attraverso il Figlio (cf. Ef 2, 4-5);
• la koinonía è comunione al corpo e al sangue di Cristo (cf. 1Cor 10, 16-17), segno della partecipazione del credente a tutta la vita del Figlio, riassunta nella sua passione, morte e resurrezione (cf. Fil 3, 10-11);
• la koinonía è «comunione dello Spirito Santo» (2Cor 13, 13), attraverso la quale il cristiano «si dispone ad abitare con Dio» [ Basilio, Lo Spirito santo 62,23-24.];
• da questa koinonía alla vita trinitaria (cf. 1Gv 1,3) discende per il credente la possibilità di fare della propria vita una parabola capace di narrare la «comunione all’Evangelo» (cfr. Fil 1, 5);
• la koinonía è infine la colletta in favore di chi si trova nel bisogno, il ministero svolto da Paolo a favore dei «poveri di Gerusalemme» (cf. Rm 15, 26-27; 1Cor 16, 1-3; 2Cor 8-9).
Se Luca, l’autore degli Atti, nel presentare la chiesa nascente di Gerusalemme sorta dopo la Pentecoste (cf. At 2, 1-13) avverte la necessità di redigere due testi diversi, lo fa con un’intenzione ben precisa. Egli vuole cioè insegnare ai cristiani che non esiste un modello unico di condivisione dei beni, da ripetersi o da imitare pedissequamente: spetta alla responsabilità delle comunità cristiane, disseminate nel tempo e nello spazio, trovare le forme per tradurre adeguatamente in pratica l’esigenza evangelica della koinonía.
«Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune» (At 2, 44). Con la parola «insieme» viene resa l’espressione greca epì tò autó (cf. At 1, 15; 2, 1.47; 4, 26), che può significare sia «nello stesso luogo» sia «insieme, comunitariamente» (Cf., per es., Sal 133 (132),1: «Ecco, com’è bello, com’è dolce vivere come fratelli insieme!»). Una traduzione più libera, ma pienamente fedele al senso complessivo della frase potrebbe dunque essere: «Tutti coloro che erano diventati credenti formavano una comunità» (nella versione dei LXX questa locuzione traduce l’avverbio ebraico jahad; ebbene, nei testi di Qumran questa parola viene utilizzata quale sostantivo per designare quella particolare comunità che, negli anni in cui la koinonía cristiana muoveva i primi passi, da oltre un secolo viveva sulle rive del Mar Morto, non molto distante da Gerusalemme).
Luca ricorda certamente l’esempio della primissima comunità, quella itinerante formata da Gesù insieme a una decina di uomini e ad alcune donne: era una comunità fondata su una radicale comunione di vita e di beni, tanto che in essa vi era addirittura una cassa comune (cf. Gv 12, 6; 13, 29). Coloro che erano chiamati dal rabbi di Nazaret, vendevano i beni, li donavano ai poveri ed entravano a fare parte della comunità, come testimoniano alcune parole di Gesù riportate dal terzo vangelo: Vendete i vostri beni e dateli in elemosina (Lc 12, 33); Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi beni, non può essere mio discepolo (Lc 14, 33); Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi (Lc 18, 22; cf. Mt 19, 21; Mc 10, 21).
Vita in comune, beni in comune: siamo di fronte al radicalismo vissuto da quanti hanno condiviso la vicenda storica di Gesù, i quali «lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5, 11; cf. anche Lc 5, 28; 18, 28). Il primo sommario degli Atti riecheggia tutto questo con l’intenzione di mostrare che la comunità cristiana di Gerusalemme – formata dai Dodici, da Maria, da alcune donne (cf. At 1, 12-14.26), e da altri che «il Signore ogni giorno aggiungeva» (At 2, 47) – praticava questo stesso stile di vita, eccezion fatta per una differenza pratica: «nel tempo di Gesù, il discepolo rinuncia alla proprietà per seguire Gesù, nel tempo della chiesa i cristiani praticano la condivisione dei propri beni per venire incontro ai bisognosi» (B. Papa, «”La comunità dei credenti era un cuore e un’anima sola…” (At 4,32)», in Parola, Spirito e Vita 11 (1985), p. 155). L’esigenza delineata è quella di un autospogliamento libero, gratuito e risoluto, il cui approdo consiste nella radicale comunione dei beni: «chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2, 45).
Salmo responsoriale Sal 117
Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria
nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto prodezze.
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo!
“Il suo amore è per sempre”: canto pasquale della comunità salvata
Il Salmo 117 (118 secondo la numerazione ebraica) appartiene al genere degli inni di ringraziamento comunitario ed è inserito nella grande raccolta dell’Hallel (Sal 113–118), cantato nelle feste di Israele, in particolare nella Pasqua. È un salmo liturgico, probabilmente proclamato nel tempio, in cui il popolo celebra l’intervento salvifico del Signore dopo un’esperienza di pericolo e di liberazione. Il ritornello «Il suo amore è per sempre» scandisce una memoria condivisa, quasi una litania che coinvolge tutto il popolo – Israele, la casa di Aronne, i timorati di Dio – in un’unica confessione di fede. È il canto di una comunità che riconosce di essere stata salvata.
Nel suo contesto originario, il salmo sembra evocare una situazione di assedio, prova e liberazione: «Mi avevano spinto con forza per farmi cadere… ma il Signore è stato il mio aiuto». L’esperienza della salvezza diventa così fondamento della lode. Dio è colui che trasforma la caduta in vittoria, la paura in canto, la minaccia in vita.
Il versetto centrale – «La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo» – assume una forza simbolica straordinaria: ciò che è rifiutato diventa fondamento. Nella tradizione cristiana, questo versetto è stato letto alla luce del mistero pasquale di Cristo, ma già nel suo contesto originario esprime la logica sorprendente di Dio, che capovolge i criteri umani.
In collegamento con la prima lettura (At 2,42-47), il salmo risuona come il canto della Chiesa nascente. La comunità descritta negli Atti vive nella gioia, nella semplicità del cuore, nella lode continua; è la realizzazione concreta di quel «giorno che ha fatto il Signore». La perseveranza nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere è la forma storica di questa lode.
Se il salmo canta la liberazione operata da Dio, gli Atti mostrano una comunità che vive da salvata: una comunità pasquale, edificata proprio su quella “pietra scartata” che è Cristo crocifisso e risorto.
Così il ritornello «Il suo amore è per sempre» non è solo memoria, ma diventa stile di vita: è l’amore ricevuto che si fa comunione, condivisione e fraternità.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 1,3-9)
Ci ha rigenerati per una speranza viva, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti.
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo.
Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.
La speranza dei vivi
Risorgendo dai morti, Gesù ci dona lo Spirito grazie al quale da moti, per il peccato, diventiamo viventi. Egli, infatti ci fa partecipi della eredità che Lui stesso ha ricevuto dal Padre. Proprio perché riceve dal Padre lo Spirito, che dà la vita, Egli può a sua volta effonderlo sugli uomini rendendoli figli di Dio. Questa dignità è un dono gratuito che riceviamo per la bontà di Dio ma è anche ciò che orienta le nostre scelte di vita affinché questa speranza si compia in pienezza. A cosa tende l’uomo che accoglie lo Spirito Santo da Gesù risorto? Ad abitare nella Casa del Signore, ovvero fare famiglia con Lui nella piena comunione. La vita terrena dell’uomo è posta tra la Pasqua del Battesimo, quando è posto nel cuore il seme della santità, è la Pasqua finale con la quale si fa ingresso nella vita eterna. In mezzo c’è il cammino della fede nel quale lo Spirito santo guida il battezzato all’apprendimento della volontà di Dio e lo sostiene affinché, attraverso le prove della vita, possa aderirvi in piena libertà. La vocazione alla santità richiede che si affermi ogni giorno il proprio amen a Dio. Anche se non si ha un’esperienza sensibile di Dio, la fede, quanto più si purifica dalle illusioni e aspettative mondane, tanto più aiuta il credente ad amarLo, ad occhi chiusi ma con cuore e mente aperta. Amare non significa cercare prove, ma desiderare di incontrare Dio per accoglierlo e donarsi a Lui. Anche se i sensi devono abbandonare la pretesa di afferrare un mistero che trascende le umane capacità di comprensione, tuttavia, il cuore che cerca il volto di Dio lo trova nei fratelli verso i quali riversa lo stesso amore con cui vorrebbe toccare il Signore.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)
Otto giorni dopo venne Gesù.
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Lectio
Il brano evangelico di Giovanni 20,19-31 si colloca al culmine del quarto Vangelo e ne raccoglie, in forma intensissima, i temi maggiori: la rivelazione di Gesù come inviato del Padre, il compimento dell’“ora” della croce, il dono dello Spirito, la nascita della comunità dei discepoli, la fede pasquale come passaggio dalla vista esteriore al riconoscimento del Signore vivente. Non siamo di fronte soltanto al racconto di alcune apparizioni del Risorto, ma a una vera pagina di fondazione ecclesiale, nella quale l’evangelista mostra come dalla Pasqua del Signore scaturisca la Chiesa e quale sia il suo volto più autentico.
Il contesto immediato del capitolo è importante per comprenderne la portata. Tutto comincia “il primo giorno della settimana”, quando Maria di Màgdala si reca al sepolcro “quando era ancora buio” (Gv 20,1). Nelle pagine giovannee il buio è spesso la condizione dell’uomo che ancora non ha accolto pienamente la luce di Cristo. La tomba vuota, i teli posati, il sudario ripiegato, i passi affrettati dei discepoli, il pianto di Maria, il suo non riconoscere subito Gesù: tutto manifesta che la risurrezione non si impone come una evidenza automatica. Il sepolcro è aperto, ma il cuore dell’uomo resta ancora chiuso; i segni sono presenti, ma senza la luce della Scrittura e senza la chiamata personale del Signore essi non bastano a generare la fede. È il dinamismo che attraversa tutto il capitolo; dal segno alla parola, dalla parola al riconoscimento, dal riconoscimento alla missione.
Nel racconto di Maria Maddalena, che precede la nostra pericope, il Risorto si fa riconoscere chiamandola per nome: “Maria!” (Gv 20,16). È un particolare di grande rilievo, perché mostra che la Pasqua non inaugura un rapporto impersonale con Cristo, ma una relazione nuova, più profonda, in cui il discepolo è raggiunto nell’intimo della sua identità. Maria vorrebbe trattenere Gesù, ma il Signore le indica un cammino diverso, non possederlo, bensì annunciarlo; non fermarsi al passato, ma comprendere che egli “sale al Padre suo e Padre vostro” (cf. Gv 20,17). La risurrezione, per Giovanni, non è semplicemente il ritorno alla vita terrena, ma il compimento del passaggio di Gesù al Padre, nel quale i discepoli vengono coinvolti. Il Risorto non torna indietro, ma apre una via; non viene per ripristinare una situazione precedente, ma per introdurre i suoi in una condizione nuova.
Quando la scena si sposta alla sera di quello stesso giorno, il lettore si trova improvvisamente davanti a una comunità raccolta, ma non ancora veramente radunata. I discepoli sono insieme nello stesso luogo, e tuttavia questa prossimità non basta ancora a fare di loro la Chiesa nel senso pieno del termine. L’evangelista annota che le porte sono chiuse “per timore dei Giudei” (Gv 20,19). La chiusura non è soltanto materiale, è spirituale, interiore, esistenziale. I discepoli portano dentro di sé il trauma della passione, lo scandalo della croce, il peso del fallimento, la vergogna della fuga, l’incertezza sul futuro. Si trovano nello stesso luogo, ma sono ancora segnati dalla paura. La prima immagine che Giovanni offre della comunità pasquale è dunque quella di una fraternità ferita, fragile, incompiuta; e proprio per questo essa è vera. La Chiesa nasce non dalla forza degli uomini, ma dalla visita del Risorto.
“Venne Gesù, stette in mezzo”. In queste poche parole è racchiusa un’intera ecclesiologia. Gesù non viene evocato dalla comunità; è lui che prende l’iniziativa. Non entra perché qualcuno gli apre, ma perché la sua presenza non dipende dai calcoli, dai meriti o dalle possibilità dei discepoli. Egli viene anche a porte chiuse. Nessuna paura, nessun fallimento, nessuna barriera può impedirgli di raggiungere i suoi. E, una volta venuto, “stette in mezzo”: occupa il centro, il luogo che solo lui può occupare. La Chiesa è tale quando Cristo sta in mezzo ad essa perché l’unità ecclesiale non nasce anzitutto dalla convergenza degli uomini, ma dalla centralità del Signore vivente. La prima parola che Gesù pronuncia è: “Pace a voi!”. Non è un semplice saluto convenzionale. Nella trama del Vangelo questa parola richiama la promessa fatta durante i discorsi di addio: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27). Ora quella promessa si compie. È la pace messianica, il dono dei tempi nuovi, la riconciliazione che scaturisce dalla Pasqua. Non è soltanto la fine del turbamento psicologico, ma l’inizio di una condizione nuova in cui l’uomo viene rimesso in rapporto giusto con Dio, con sé stesso, con i fratelli. Per questo Gesù offre la pace prima ancora di ogni rimprovero e di ogni spiegazione. I discepoli lo hanno abbandonato, ma il Risorto non viene per rinfacciare; viene per ricostruire. La sua prima parola non riapre il processo della colpa, ma inaugura il tempo della misericordia. Subito dopo, Gesù mostra le mani e il fianco. Il gesto è semplice ed essenziale. Il Risorto non è un puro spirito, né una figura indistinta, né un’apparizione evanescente. È il Crocifisso vivente. La continuità tra il Gesù della passione e il Signore risorto è attestata dalle ferite. La gloria pasquale non annulla la storia dell’amore crocifisso, ma la porta a compimento. Il corpo glorioso conserva i segni della passione come memoria permanente del dono totale di sé. In Giovanni, inoltre, il riferimento al fianco ha un rilievo particolare, perché rinvia a Gv 19,34: dal costato trafitto erano usciti sangue e acqua. Già ai piedi della croce l’evangelista aveva contemplato, in quel segno, il mistero di una fecondità nuova. La morte di Gesù non è sterile perchè dal suo corpo offerto sgorga la vita. Qui, nel cenacolo, il Risorto mostra quel fianco e quelle mani quasi a dire che la pace donata alla Chiesa nasce precisamente lì, nelle ferite dell’amore. Non sorprende allora che i discepoli “gioirono al vedere il Signore”. La gioia è il frutto dell’incontro. Anche questa era stata promessa da Gesù nei discorsi di addio: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà” (Gv 16,22). La gioia pasquale è la certezza che la morte non ha vinto, che l’amore del Padre si è rivelato più forte del peccato e della violenza, che il Crocifisso vive. È una gioia che nasce dal vedere il Signore, cioè dal riconoscere nella storia concreta del Crocifisso il volto della gloria di Dio. Ma il movimento del testo non si arresta alla consolazione. Gesù ripete: “Pace a voi!”, e questa seconda volta la pace diventa immediatamente fondamento della missione: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20,21). La comunità pasquale non è radunata per chiudersi nella dolcezza dell’incontro, ma per essere inviata. Il “come” è densissimo: i discepoli vengono introdotti e resi partecipi della stessa dinamica missionaria del Figlio. Come Gesù è stato inviato dal Padre per rivelarne il volto e portare nel mondo la vita, così la Chiesa viene inviata come prolungamento sacramentale della sua presenza. Non si tratta di sostituirsi a Cristo, ma di lasciarlo operare in sé e attraverso di sé. La missione ecclesiale è radicata nell’invio del Figlio e ne partecipa lo stile, il contenuto, la finalità. A questo punto l’evangelista introduce uno dei gesti più solenni dell’intero racconto: “Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). Il verbo usato richiama il soffio creatore di Dio nella Genesi, quando il Signore plasmò l’uomo dalla polvere del suolo e gli soffiò nelle narici un alito di vita (Gen 2,7). La Pasqua appare così come nuova creazione. L’umanità ferita, dispersa, incapace di corrispondere pienamente alla sua vocazione, viene rigenerata dal soffio del Risorto. Quel gesto richiama anche la visione di Ez 37, quando il soffio di Dio entra nelle ossa aride e le fa rivivere. La comunità impaurita del cenacolo è come un’umanità senza respiro: solo il soffio del Risorto la trasforma in corpo vivente. La Chiesa nasce dunque dallo Spirito come creatura pasquale. Il dono dello Spirito è immediatamente collegato al perdono dei peccati: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati…” (Gv 20,23). Questo passaggio va compreso alla luce dell’intero Vangelo. Gesù è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29); è colui che non è venuto per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3,17). Ora questa missione salvifica viene partecipata ai discepoli. Il centro della loro missione non è l’esercizio di un potere umano, ma il ministero della misericordia. La Chiesa riceve lo Spirito perché diventi nel mondo segno e strumento del perdono di Dio. Là dove il peccato chiude, divide, irrigidisce, spezza la comunione, il perdono rimette in piedi, riconcilia, ricrea, restituisce vita. La comunità nata dal fianco trafitto del Signore diventa così grembo fecondo che genera figli alla vita nuova. L’evangelista introduce poi la figura di Tommaso, assente alla prima apparizione. La sua mancanza non è un semplice dettaglio narrativo. Essa mostra che la comunità apostolica, pur visitata dal Risorto, resta segnata da assenze che pesano. C’è una ferita ancora aperta nella fraternità: non tutti sono presenti, non tutti condividono la stessa esperienza nello stesso momento. Tommaso ascolta la testimonianza degli altri — “Abbiamo visto il Signore!” — ma non gli basta. La sua reazione è netta, quasi dura: se non vedrà e non toccherà, non crederà. Le sue parole, così concrete e insistenti, esprimono certamente fatica, resistenza, bisogno di verifica. E tuttavia non bisogna leggerle come semplice ostinazione. In Tommaso emerge il desiderio di un incontro reale, non di una fede di seconda mano. Egli non si accontenta del racconto altrui; vuole essere raggiunto personalmente dal Signore. Otto giorni dopo, nel ritmo che ormai richiama chiaramente la domenica cristiana, i discepoli sono di nuovo in casa e questa volta Tommaso è con loro. Ancora una volta le porte sono chiuse, ancora una volta Gesù viene e si pone in mezzo, ancora una volta la sua prima parola è: “Pace a voi!”. Il Risorto non cambia stile. Ritorna, paziente, fedele, rispettoso dei tempi interiori di ciascuno. Non umilia Tommaso, non lo espone al giudizio della comunità, non lo rimprovera per la sua durezza. Gli offre invece esattamente ciò che egli aveva chiesto, mostrando una condiscendenza misericordiosa che è rivelazione della pazienza divina. La fede viene suscitata da una presenza che si lascia incontrare.
“Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv 20,27). Gesù conduce Tommaso dentro il mistero delle sue ferite. Non gli offre una dimostrazione astratta della risurrezione; gli offre il suo corpo segnato dall’amore. È come se la fede fosse introdotta non tanto attraverso un ragionamento, quanto attraverso il contatto con l’amore crocifisso e glorificato. La vera svolta non avviene quando Tommaso verifica un fatto, ma quando si arrende alla presenza del Signore e si lascia raggiungere da essa. La sua confessione — “Mio Signore e mio Dio!” — è il vertice cristologico del quarto Vangelo. Colui che all’inizio del libro era proclamato come il Verbo che era presso Dio e che era Dio (Gv 1,1), ora viene riconosciuto nella carne ferita del Risorto. La fede pasquale giunge qui al suo compimento: il Crocifisso è il Signore, il Figlio è veramente Dio, e questo riconoscimento non resta teorico ma si esprime nella forma personale del possesso amoroso: “mio”. Gesù conclude con una beatitudine che allarga l’orizzonte ben oltre il cerchio dei presenti: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv 20,29). Non è un rimprovero contro Tommaso, ma una parola rivolta alla Chiesa futura. I credenti delle generazioni successive non avranno il privilegio della visione sensibile, e tuttavia non saranno svantaggiati; la loro fede sarà resa possibile dalla testimonianza apostolica custodita nella Scrittura e dalla presenza viva del Risorto nella comunità. Proprio per questo l’evangelista aggiunge la nota conclusiva sui segni scritti “perché crediate… e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31). Il Vangelo non è cronaca neutrale, ma testimonianza scritta ordinata alla fede e alla vita. La finalità non è soltanto informare sul Risorto, ma introdurre alla comunione con lui.
L’intera pagina, letta nel suo insieme, consegna alla liturgia della II Domenica di Pasqua una visione luminosa della Chiesa. Essa nasce nel primo giorno della settimana, là dove il Risorto viene a radunare i suoi. Porta in sé ancora la fatica della paura e il limite delle porte chiuse, ma non per questo è abbandonata. Cristo entra, si colloca al centro, dona la pace, mostra le sue ferite, effonde lo Spirito, affida la missione del perdono, educa la fede dei discepoli, trasforma l’incredulità in confessione. In questo modo il cenacolo diventa davvero il grembo fecondo della Chiesa; luogo chiuso che, visitato dal Risorto, si apre al mondo; luogo di paura che diventa luogo di pace; luogo di ferite che si trasforma in sorgente di misericordia; luogo di incredulità che si converte in professione di fede; luogo in cui uomini fragili diventano testimoni e ministri della vita nuova.
Meditatio
La liturgia della II Domenica di Pasqua ci conduce nel cuore del mistero ecclesiale e, insieme, nel cuore del mistero dell’uomo redento. Il Risorto non si manifesta in uno spazio neutrale, ma in una casa chiusa; non si rivolge a uomini forti, ma a discepoli feriti; non fonda la comunità a partire dalla perfezione dei suoi membri, ma a partire dalla sovrabbondanza della sua misericordia. È questa la prima grande parola spirituale che il Vangelo consegna alla Chiesa: noi non siamo la comunità dei riusciti, ma la comunità dei visitati. La nostra speranza non nasce dalla compattezza delle nostre decisioni, dalla coerenza della nostra vita o dall’assenza di fragilità, ma dal fatto che il Signore viene e sta in mezzo. Le porte chiuse del cenacolo descrivono, in modi diversi, anche la nostra esperienza. Ogni credente conosce la tentazione della chiusura: ci si difende per paura di essere feriti, si trattiene il cuore per non esporsi, si riduce la fede a un’abitudine religiosa che non coinvolge tutta la vita, si custodiscono gelosamente le proprie ferite senza lasciarle attraversare dalla luce della Pasqua. Anche le comunità cristiane possono vivere così: raccolte, organizzate, perfino fedeli a molti gesti, ma interiormente contratte, più preoccupate di sopravvivere che di lasciarsi rinnovare dal Signore. Il Vangelo, però, più che consegnarci una diagnosi pessimistica, ci annuncia che proprio lì, dentro quella situazione, il Risorto entra. La pace che Gesù dona è allora molto più di una serenità interiore. È il segno che, mediante la sua Pasqua, il mondo è stato visitato dalla riconciliazione. La liturgia di questa domenica, che la tradizione recente chiama anche Domenica della Divina Misericordia, invita a contemplare la pace come il volto storico della misericordia di Dio. Il Crocifisso risorto non cancella il male; lo vive sulla sua pelle e lo vince dall’interno con l’amore. La pace pasquale è il frutto delle sue ferite. Non nasce da una rimozione del dolore, ma dalla sua trasfigurazione. Non è un equilibrio fragile, ma la comunione ristabilita tra Dio e l’uomo. Qui la Chiesa riconosce la propria origine più profonda. Essa nasce dal costato aperto del Signore, come la nuova Eva dal nuovo Adamo addormentato nel sonno della morte. I Padri della Chiesa hanno contemplato spesso questo mistero. Sant’Agostino vede nel fianco trafitto di Cristo la porta della vita da cui sgorgano i sacramenti della Chiesa; san Giovanni Crisostomo paragona quel costato alla sorgente da cui nasce il popolo nuovo, come Eva fu tratta dal fianco di Adamo. In questa prospettiva, il cenacolo non è solo il luogo di una apparizione, ma il luogo in cui viene rivelata la fecondità della Pasqua: la Chiesa esiste perché il corpo del Signore è stato donato, ferito, aperto, vivificato. Essa non vive di una propria energia religiosa, ma di una vita ricevuta. Il gesto del Risorto che soffia sui discepoli sviluppa ulteriormente questa verità. La Chiesa è generata dallo Spirito. Non è una semplice associazione di persone che condividono idee o valori; è un corpo vivente animato dal respiro del Signore. Il soffio ricevuto nel cenacolo richiama l’alito creatore di Genesi e inaugura l’umanità nuova. Là dove il peccato aveva introdotto divisione, sospetto, paura, chiusura, lo Spirito genera comunione, fiducia, libertà filiale, capacità di perdono. Per questo il legame tra Spirito e remissione dei peccati è così stretto: soltanto l’uomo ricreato può essere uomo riconciliato, e soltanto una comunità riconciliata può diventare segno credibile del Vangelo. La misericordia, allora, non è una semplice qualità morale della Chiesa; è la sua forma pasquale. La comunità dei discepoli riceve il potere di rimettere i peccati non come privilegio separante, ma come partecipazione alla missione stessa di Gesù. Il Figlio era stato mandato dal Padre per salvare ciò che era perduto, per cercare l’uomo ferito, per spezzare la logica della condanna. Ora questo stesso dinamismo è consegnato alla Chiesa. Essa tradisce sé stessa ogni volta che dimentica di essere stata costituita come casa del perdono, grembo che genera, madre che rialza, luogo in cui il peccatore può incontrare non una freddezza giudicante ma la verità misericordiosa di Dio. Non si tratta di attenuare la gravità del male, ma di credere che la grazia del Risorto è più grande del peccato. Anche la figura di Tommaso, in questa prospettiva, acquista un rilievo teologico e spirituale straordinario. Egli non è semplicemente il discepolo dubbioso da contrapporre agli altri. In realtà, la liturgia lo pone davanti a noi come specchio del cammino della fede. C’è in lui qualcosa di profondamente umano e per questo profondamente vicino a noi: la fatica di aderire a una parola che supera le evidenze immediate, il bisogno di una esperienza concreta, la resistenza a una fede ridotta a racconto altrui. La sua richiesta di vedere e toccare può apparire ruvida, ma svela anche il desiderio di una relazione vera. Tommaso non vuole accontentarsi di formule; cerca il Signore stesso. I Padri hanno colto bene la fecondità di questa figura. San Gregorio Magno arriva a dire che l’incredulità di Tommaso ha giovato alla nostra fede più della fede degli altri discepoli, perché proprio attraverso la sua esitazione il Risorto ha voluto offrire alla Chiesa una testimonianza più tangibile della verità del suo corpo glorioso. Dio non disprezza il cammino faticoso di chi cerca sinceramente. Non benedice la chiusura orgogliosa, ma accompagna pazientemente la lentezza di chi desidera giungere a una fede piena. Tommaso è cercato da Cristo nel punto stesso della sua resistenza. Gesù non gli chiede di negare il proprio travaglio interiore; lo conduce dentro il mistero delle sue ferite. La fede cristiana non nasce anzitutto da una teoria sulla risurrezione, ma dall’incontro con le ferite gloriose del Signore. Il Risorto non si manifesta cancellando i segni della passione, perché proprio lì si rivela l’identità di Dio. Le ferite non sono un residuo del passato, ma la forma permanente dell’amore. Per questo Tommaso giunge alla fede quando viene posto davanti al costato e alle mani del Risorto: egli riconosce che la gloria di Dio non è estranea alla croce, ma vi si manifesta in pienezza. “Mio Signore e mio Dio” è il riconoscimento che il Dio vero è colui che ha amato fino alla fine, colui che ha portato nel proprio corpo il dramma dell’uomo e lo ha trasformato in luogo di salvezza. La liturgia invita la comunità cristiana a riconoscere nella domenica il luogo ordinario di questo incontro. Non è un caso che il brano insista sul ritmo del primo giorno e dell’ottavo giorno. La domenica è il tempo in cui il Risorto viene e sta in mezzo ai suoi, dona la pace, parla attraverso la Scrittura, si lascia riconoscere nello spezzare il pane, soffia il suo Spirito, fa della Chiesa una comunità missionaria. La Chiesa vive davvero della domenica, non soltanto perché vi adempie un precetto, ma perché in essa riceve continuamente la forma pasquale della propria esistenza. Con la domenica, continuamente visitata dal Signore, essa ritrova il proprio centro.
La fede, dunque, non può ridursi né a sentimento momentaneo né a puro esercizio intellettuale. La gioia dei discepoli non è entusiasmo collettivo, e l’esigenza di Tommaso non è semplice razionalismo. Entrambi sono ricondotti a un incontro che coinvolge tutta la persona. Il credente autentico non è colui che accumula emozioni religiose né colui che controlla tutto con la mente, ma colui che si lascia raggiungere dal Cristo vivente e si consegna a lui. La fede è sempre personale, ma non individualista; ecclesiale, ma non anonima. Matura nella comunità, ma domanda un “mio” irriducibile, come nella confessione di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”. È la formula della Chiesa intera, ma deve diventare anche la parola del singolo cuore.
Infine, il Vangelo conduce a contemplare la vocazione missionaria che scaturisce dalla Pasqua. Una comunità che ha ricevuto pace, Spirito e perdono non può trattenere questi doni per sé. Essa è inviata nel mondo perché altri possano entrare nella stessa esperienza di riconciliazione e di vita. La Chiesa è feconda non quando si limita a custodire sé stessa, ma quando genera figli alla fede, quando accompagna i lontani, quando fascia le ferite dell’uomo, quando offre nel nome di Cristo la misericordia che ha ricevuto. È grembo perché accoglie; è feconda perché dona vita; è madre perché attraverso la Parola, i sacramenti e la carità rende possibile l’incontro con il Risorto. In questa luce, la Divina Misericordia non appare come un tema devozionale aggiunto dall’esterno al Vangelo della domenica, ma come una sua sintesi profondamente evangelica. La misericordia è il nome della Pasqua vissuta dalla Chiesa. È il Risorto che entra a porte chiuse senza essere fermato dai nostri limiti. È la pace data a chi aveva tradito. È il costato aperto come sorgente di vita. È lo Spirito che ricrea ciò che il peccato aveva deformato. È la pazienza con cui Gesù attende Tommaso e lo conduce alla fede. È la beatitudine concessa a quanti, senza vedere, si affidano alla testimonianza apostolica. È, infine, la possibilità offerta a ciascuno di noi di rinascere continuamente come figli di Dio e fratelli tra noi.
La Parola interpella la vita
Quali sono oggi le “porte chiuse” della mia vita che impediscono al Signore di entrare e portare la sua pace?
La mia fede è solo convinzione mentale o esperienza viva di incontro personale con Cristo?
In che modo, concretamente, sono chiamato a essere testimone della misericordia nella mia comunità e nella mia vita quotidiana?
Oratio
Signore Gesù,
che vieni a visitare i tuoi fratelli
per portare loro la pace,
entra anche nel mio cuore indurito dalla paura
e guariscilo con il dono del tuo Spirito.
Grazie per la delicatezza con cui ti fai presente,
ospite dolce e discreto dei miei giorni.
Sii tu il centro del mio tempo
e la tua parola sia luce delle mie scelte.
Le ferite del tuo corpo
sono il sigillo del tuo amore per me:
in esse trovo rifugio e forza per ricominciare.
Purifica la mia fede,
conquistami con il tuo amore.
Vieni, Signore Gesù,
nelle nostre case chiuse e nei cuori divisi,
vieni e dona la pace a noi
ricchi di orgoglio e poveri d’umiltà.
Mostrami il volto del mio peccato
perché sia spezzato ogni inganno
e il mio cuore ritorni a te.
Spirito Santo,
olio di letizia e forza della missione,
scendi su di noi e consacraci
testimoni della misericordia.
Fa’ della nostra vita un’offerta gradita,
perché, amando senza finzione,
diventiamo collaboratori della gioia dei fratelli
e segno vivo della tua presenza nella Chiesa.
Amen.

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