XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – Lectio divina
Is 55,1-3 Sal 144 Rm 8,35.37-39

O Padre, che apri la tua mano
e sazi ogni vivente,
fa’ che nulla mai ci possa separare dal tuo amore,
pane che nutre le profondità della vita
e comunione con ogni creatura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Isaìa Is 55,1-3
Venite e mangiate.
Così dice il Signore:
«O voi tutti assetati, venite all’acqua,
voi che non avete denaro, venite;
comprate e mangiate; venite, comprate
senza denaro, senza pagare, vino e latte.
Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro guadagno per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti.
Porgete l’orecchio e venite a me,
ascoltate e vivrete.
Io stabilirò per voi un’alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide».
La Parola, messaggero di Dio che attiva processi di salvezza
La lettura presenta il banchetto a cui Dio invita, ove il nutrimento offerto è la sua parola sotto le immagini dell’acqua e del pane. L’araldo adotta lo stile di un banditore ambulante (come la sapienza in Pr 1,20 e 8,1). Offre una mercanzia abbondante ed eccellente: i beni fondamentali della vita e la vita stessa. La mercanzia è il suo stesso messaggio, la promessa che genera la speranza. Acqua e pane del primo esodo, latte della terra promessa, vino del banchetto. Sono i simboli della festa che Dio prepara per chi ritorna a lui, e dell’alleanza nuova che sta per iniziare e che non avrà fine. Ad essa sono invitati tutti i popoli. Nella liturgia della veglia pasquale l’interpretazione unisce il cibo della parola di Dio e il cibo dell’eucaristia. Parola e cammino caratterizzano l’annuncio profetico che risulta a volte «incredibile» e paradossale, come nel caso della figura del servo sofferente (Is 53). Solo se l’uomo accetta di superare la propria prospettiva e il suo piccolo orizzonte raso terra per entrare nella logica di Dio, può sperimentare la concretezza storica della Parola. Il popolo si trova alla vigilia del suo mettersi in cammino. Non si tratta di un semplice trasferimento geografico ma di un itinerario interiore di conversione che richiede il decentramento da sé e l’abbandono del peccato: così l’uomo risponde all’azione storica di Dio e la realizza in pienezza, dentro e fuori. La parola di Dio, paragonata prima al frumento, viene ora accostata alla pioggia: benedizione primaria di Dio, irrigazione che feconda e fa nascere. L’acqua attiva un processo di fecondità perché libera potenzialità e attività. Il tema dell’acqua poi richiama il sacramento del battesimo. Dio si offre per una relazione nella quale ama l’uomo gratuitamente e per una nuova alleanza che si estende a tutta l’umanità, superando i limiti del nazionalismo religioso. Il profeta ribadisce l’intervento di Dio per la liberazione dell’uomo per mezzo della sua Parola efficace. La parola che esce dalla bocca di Dio è il suo messaggero il cui dire e operare è rivelatore della sapienza e promotore della grazia del signore.
Salmo responsoriale Sal 144
Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa
e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.
Tu apri la tua mano
e sazi il desiderio di ogni vivente.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.
La mano aperta di Dio sazia ogni desiderio
Il Salmo 144 è un grande inno di lode che celebra la regalità universale di Dio, la sua misericordia e la sua provvidenza verso tutte le creature. Al centro non vi è un sovrano distante, ma un Padre che apre la mano, sostiene chi vacilla e offre a ogni vivente il nutrimento necessario. Tutta la creazione volge a lui lo sguardo, riconoscendolo come sorgente della vita e di ogni bene. Il salmo riprende e sviluppa l’invito del profeta Isaia: «Venite, comprate e mangiate senza denaro». Dio non vende i suoi doni, ma li offre gratuitamente a chi riconosce la propria fame e la propria sete. Il pane che sazia è anzitutto la sua Parola, accolta nell’ascolto e capace di nutrire il cuore, orientare il cammino e introdurre nell’alleanza eterna. L’uomo spesso consuma le proprie energie per ciò che non può colmare il desiderio profondo di vita. Il salmista invita invece ad attendere tutto dalla mano aperta del Signore e a invocarlo con sincerità. Dio è vicino a chi lo cerca e sazia non soltanto il bisogno materiale, ma la fame di amore, di comunione e di salvezza che abita ogni creatura.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 8,35.37-39
Nessuna creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo.
Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.
Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
Un amore a prova di dubbio
San Paolo fa sue le domande dubbiose dei credenti che la cui fede è messa in crisi dalle prove della vita ma anche da coloro che si spacciano per maestri ma sono degli impostori. Nella sofferenza e nella consapevolezza del proprio peccato sorge la domanda sull’effettivo perdono di Dio o, invece, guarda con occhi di sospetto. Rispondendo l’apostolo ribadisce il cuore del Vangelo: Dio Padre per amore ha donato suo Figlio per rendere giusto l’uomo e santificarlo. Egli, crocifisso e risorto, è il nostro protettore e intercessore. La potenza del suo sacrificio annienta la forza del peccato e ci ristabilisce nella relazione filiale con Dio nella quale troviamo la nostra gioia. Questo testo è una professione di fede pasquale: la croce non è l’ultima parola. Chi vive “in Cristo” è immerso in un amore che non può essere sconfitto, nemmeno dalla morte. Ogni credente è chiamato a fare propria la convinzione di Paolo: non c’è prova, solitudine o fallimento che possa recidere il legame con Dio. In Cristo, l’amore non è una fragile emozione, ma una realtà ontologica: ci tiene uniti al Cuore stesso di Dio. La vittoria non consiste nell’essere risparmiati dalla sofferenza, ma nel vivere le tribolazioni “in Cristo”, partecipando alla sua Pasqua. Il verbo hypernikaō (“più che vincitori”) indica una vittoria sovrabbondante: non solo resistere, ma trasformare la sconfitta in occasione di comunione con il Signore. È l’amore che trasfigura la prova. La vita cristiana diventa allora un continuo “affidarsi”, anche nel buio, a quell’amore che non viene mai meno. Il credente, come Paolo, può dire: tutto può crollare, ma l’amore di Dio rimane e porta oltre ogni separazione.
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)
Tutti mangiarono e furono saziati.
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Lectio
Il contesto: dal banchetto della morte al banchetto della vita
Il racconto della moltiplicazione dei pani è collocato da Matteo immediatamente dopo la narrazione del martirio di Giovanni Battista. Il versetto iniziale — «avendo udito» — stabilisce un legame diretto con quanto è appena accaduto nella reggia di Erode. Gesù apprende la notizia della morte del precursore e si ritira «in un luogo deserto, in disparte». La morte di Giovanni non è solamente una notizia dolorosa, ma è anche un annuncio profetico del destino che attende Gesù. Come il Battista è stato consegnato nelle mani dei potenti, anche il Figlio dell’uomo sarà consegnato, condannato e ucciso. Il ritiro di Gesù nasce dunque da un momento di dolore, di minaccia e di discernimento. Egli avverte tutta l’umana impotenza davanti alla violenza del male, ma non permette alla paura di trasformare la prudenza in chiusura o il bisogno di solitudine in isolamento.
Matteo pone così uno accanto all’altro due banchetti profondamente diversi. Il primo si svolge nel palazzo di Erode. È il banchetto dei potenti, dell’ostentazione, delle promesse avventate e delle relazioni corrotte. Il cibo è abbondante, ma la festa termina con una testa deposta su un vassoio. È un banchetto che produce morte. Il secondo si svolge nel deserto. Non vi sono tavole imbandite, denaro, servitori o scorte sufficienti. Vi sono solamente una folla affamata, cinque pani e due pesci. Tuttavia, poiché al centro vi è la compassione di Gesù, il deserto diventa il luogo della cura, della comunione e della vita sovrabbondante. Da una parte, Erode trattiene il potere e sacrifica l’innocente per difendere la propria immagine; dall’altra, Gesù consegna ciò che ha e coinvolge i discepoli affinché tutti ricevano gratuitamente. Il regno degli uomini difende sé stesso producendo vittime; il Regno di Dio si manifesta nel dono di sé che genera fratelli. La moltiplicazione dei pani è narrata da tutti e quattro gli evangelisti e, nella versione di Matteo, emerge in modo particolare il ruolo dei discepoli, chiamati a portare a Gesù ciò che possiedono e a distribuire alla folla ciò che ricevono dalle sue mani. Dopo il banchetto nel deserto, Matteo narrerà la traversata del lago, la tempesta e la manifestazione di Gesù che cammina sulle acque, al termine della quale i discepoli confesseranno: «Davvero tu sei Figlio di Dio» (Mt 14,33). La moltiplicazione dei pani costituisce dunque una tappa decisiva nella rivelazione dell’identità di Gesù e nella formazione dei suoi discepoli.
La struttura narrativa della pericope
Il racconto si sviluppa attraverso cinque movimenti.
Primo movimento: il ritiro e la compassione «Gesù partì di là… Sceso dalla barca, vide una grande folla» (vv. 13-14). Gesù cerca la solitudine, ma si lascia raggiungere dalla folla. Il suo ritiro non diventa separazione.
Secondo movimento: la sera e la proposta dei discepoli «Congeda la folla» (v. 15). Il bisogno della gente appare sproporzionato rispetto alle risorse disponibili. I discepoli suggeriscono una soluzione che allontani il problema.
Terzo movimento: il comando di Gesù «Voi stessi date loro da mangiare» (vv. 16-18). Gesù non accetta che la folla venga abbandonata e coinvolge i discepoli nella sua compassione.
Quarto movimento: i gesti di Gesù e il servizio dei discepoli «Prese… benedisse… spezzò… diede» (v. 19). I pani passano dalle mani dei discepoli alle mani di Gesù e dalle mani di Gesù ritornano a quelle dei discepoli, trasformati in dono per tutti.
Quinto movimento: la sazietà e la sovrabbondanza «Tutti mangiarono e furono saziati» (vv. 20-21). La povertà offerta diventa abbondanza condivisa. Il bisogno non è semplicemente attenuato: tutti sono saziati e rimangono dodici ceste piene.
Il movimento complessivo conduce dalla dispersione alla comunione, dalla paura alla fiducia, dalla scarsità al dono, dal possesso al servizio.
Esegesi
«Gesù si ritirò in un luogo deserto, in disparte»
Il verbo «ritirarsi» ricorre più volte nel Vangelo di Matteo quando Gesù si trova davanti a un pericolo o a un momento di svolta. Non si tratta di una fuga dettata dalla paura, ma di un discernimento che impedisce al male di stabilire tempi e modalità della sua missione. Gesù non affronta la morte di Giovanni con una reazione impulsiva. Cerca uno spazio di silenzio nel quale portare davanti al Padre il dolore, la minaccia e le domande che abitano il suo cuore. La solitudine cercata da Gesù non è vuoto, ma relazione; non è isolamento, ma intimità filiale. Anche nella vita del credente vi sono momenti nei quali è necessario ritirarsi. Non per sottrarsi alla responsabilità, ma per impedire che la paura, la rabbia o lo scoraggiamento decidano al nostro posto. Il ritiro spirituale è il tempo nel quale si cerca il volto del Padre per poter tornare a guardare i fratelli senza rancore e senza indifferenza. Il deserto, nella Scrittura, è un luogo ambivalente. È lo spazio della mancanza, della prova e della tentazione, ma anche il luogo dell’Esodo, dell’alleanza e della provvidenza. Nel deserto Israele sperimenta la fame, ma riceve la manna; conosce la sete, ma vede scaturire l’acqua dalla roccia; avverte la propria fragilità, ma impara che la vita non dipende soltanto dal pane, bensì dalla Parola che esce dalla bocca di Dio. Gesù entra nel deserto portando con sé la ferita provocata dalla morte del Battista. Proprio lì scoprirà ancora una volta che il Padre non lo chiama a difendersi dalla sofferenza, ma ad attraversarla amando.
Origene legge il deserto evangelico come il luogo nel quale giunge chi ha lasciato le sicurezze della città per seguire Cristo. La folla che raggiunge Gesù ha abbandonato, almeno temporaneamente, i propri luoghi abituali e le proprie garanzie. Essa non porta con sé sufficienti provviste; porta soltanto il desiderio di stare con lui. Chi sceglie Cristo si espone alla propria povertà, ma proprio in quella povertà riceve un nutrimento nuovo.
«Le folle lo seguirono a piedi dalle città»
La folla viene a sapere dove si trova Gesù e lo segue. Egli cerca il Padre nel deserto; la folla cerca Gesù. I due movimenti s’incontrano. La folla non rimane nelle città ad attendere che Gesù ritorni. Si mette in cammino. Non appare organizzata, preparata o autosufficiente. È composta da persone che portano infermità, bisogni e desideri. Esse non hanno nulla da offrire per meritare la cura di Gesù, ma hanno intuito che in lui vi è una possibilità di vita. In questo movimento si compie l’invito profetico: «O voi tutti assetati, venite all’acqua; voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate» (Is 55,1). La folla è costituita proprio da coloro che non possono comprare, restituire o pagare. La loro unica possibilità è accogliere gratuitamente. La gratuità, tuttavia, non significa passività. La folla cammina, cerca, lascia la città, affronta il deserto. Il dono di Dio è gratuito, ma suscita una risposta. Non si compra la grazia, ma ci si espone ad essa con il desiderio, la fiducia e la perseveranza.
«Vide una grande folla e sentì compassione»
Gesù scende dalla barca e vede. Il verbo «vedere» non indica una percezione superficiale. Lo sguardo di Gesù riconosce la storia, la fatica e il bisogno delle persone. Egli non vede una massa anonima, un problema sociale o un ostacolo al proprio riposo. Vede uomini e donne concreti, segnati dalla malattia e dalla precarietà. Lo sguardo di Gesù è illuminato dalla compassione. Il verbo greco usato da Matteo, splanchnízomai, rinvia alle viscere, al luogo più profondo dell’essere umano. Gesù non si limita a comprendere intellettualmente la condizione della folla: ne è interiormente toccato. La sofferenza degli altri entra nella sua vita e diventa appello. La compassione biblica non è semplice commozione. È una forza che conduce all’azione: «sentì compassione per loro e guarì i loro malati». La misericordia trasforma lo sguardo in vicinanza e la vicinanza in cura. Gesù aveva cercato il deserto per portare davanti al Padre il proprio dolore; nel deserto incontra il dolore degli altri. Non dimentica la morte di Giovanni, ma la comprende in una luce nuova. La sofferenza non lo richiude in sé stesso: lo rende ancora più solidale con coloro che soffrono.
Giovanni Crisostomo osserva che Gesù, pur avendo cercato un luogo appartato, non rimanda indietro quelli che lo hanno seguito. Non considera la loro presenza un’invasione, ma accoglie il loro desiderio e si prende cura della loro debolezza. La folla interrompe il progetto di Gesù, ma non interrompe il suo amore.
La compassione cristiana nasce sempre da un incrocio di sguardi: quello del povero che cerca aiuto e quello di Cristo che lo riconosce. Il discepolo impara a vedere quando permette allo sguardo di Gesù di purificare il proprio.
«Sul far della sera»
La sera non è solamente un’indicazione cronologica. È il momento nel quale la luce diminuisce, le energie si esauriscono e i bisogni non possono più essere ignorati. Durante il giorno i discepoli hanno visto Gesù curare i malati. Alla sera, però, devono fare i conti con una necessità che sembra coinvolgerli direttamente: la folla ha fame. La sera è il tempo dei bilanci. Ciò che durante il giorno poteva essere rimandato ora appare urgente. Le distanze sembrano più grandi, le risorse più piccole e la fatica più pesante. È proprio quando giunge la sera che la compassione viene messa alla prova.
Anche nella vita personale ed ecclesiale vi sono delle «sere»: il momento nel quale l’entusiasmo iniziale si affievolisce, le energie diminuiscono, i risultati non corrispondono alle attese e le necessità delle persone sembrano superiori alle nostre possibilità. In quei momenti emerge ciò che abita veramente il cuore. Si può restare nella logica della misericordia oppure passare alla logica della separazione.
«Congeda la folla»
La proposta dei discepoli è ragionevole: il luogo è deserto, l’ora è tarda, la gente deve mangiare. Essi non ignorano il problema; lo individuano correttamente e suggeriscono una soluzione apparentemente prudente. Tuttavia, la loro soluzione consiste nell’allontanare le persone: «Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Nel loro ragionamento si affaccia la tentazione dell’autosufficienza individuale: ciascuno provveda a sé stesso, cerchi ciò che gli serve e risolva il proprio problema. La folla è diventata un peso e il bisogno altrui appare eccessivo rispetto alle possibilità della comunità. I discepoli indicano una soluzione che non li coinvolge. Hanno compreso la necessità, ma non si sentono responsabili della risposta. Vorrebbero rimanere estranei al problema dopo aver fornito un consiglio sensato. Anche noi possiamo praticare una compassione senza coinvolgimento. Riconosciamo le difficoltà degli altri, formuliamo diagnosi precise, indichiamo ciò che dovrebbero fare, ma rimaniamo al nostro posto. Suggeriamo strade che gli altri devono percorrere senza essere disponibili a camminare con loro. Gesù non accetta questa separazione. Il deserto non deve diventare il luogo nel quale ognuno è abbandonato al proprio destino. Deve rimanere lo spazio della solidarietà, dell’incontro e della manifestazione della provvidenza.
«Non occorre che vadano»
La risposta di Gesù è netta: la folla non deve andare altrove. Non bisogna cercare lontano ciò che Dio vuole offrire qui e ora. Il nutrimento necessario alla vita non si trova necessariamente nei villaggi, nei mercati o nei luoghi nei quali si compra e si vende. Si trova presso Gesù. «Non occorre che vadano» significa che nessuna persona deve essere considerata estranea, fuori luogo o di troppo nella comunità radunata attorno al Signore. Le necessità della folla non sono un incidente che interrompe la missione: fanno parte della missione. La Chiesa non può annunciare Cristo e poi congedare coloro che hanno fame. Non può nutrire l’anima ignorando il corpo, né occuparsi dei bisogni materiali dimenticando la fame più profonda di senso, di relazione e di Dio. Gesù non oppone il pane materiale alla Parola. Nel suo agire, cura, ascolto e nutrimento appartengono alla medesima compassione.
«Voi stessi date loro da mangiare»
Questa parola costituisce il centro spirituale e pastorale del racconto. Nel testo greco il pronome «voi» è enfatico: proprio voi date loro da mangiare. Gesù non ignora la povertà dei discepoli, ma li rende responsabili. Non permette che si limitino a osservare il miracolo: li coinvolge nella sua opera. Il comando sembra sproporzionato. I discepoli non hanno mezzi sufficienti, e Gesù lo sa. Tuttavia, proprio attraverso un comando umanamente impossibile, egli li conduce a riconoscere ciò che possiedono, a deporlo nelle sue mani e a scoprire ciò che la grazia può compiere.
Giovanni Crisostomo interpreta questa richiesta come una pedagogia. Gesù avrebbe potuto moltiplicare immediatamente i pani, senza interrogare i discepoli. Li conduce invece a confessare la loro insufficienza affinché comprendano che il miracolo non nasce dalle loro capacità, ma che, nonostante questo, essi sono chiamati a diventarne ministri.
Cristo non dice: «Risolvete tutto con le vostre forze». Dice: «Date loro da mangiare». Il comando non esalta l’efficienza dei discepoli, ma la loro disponibilità a collaborare. La responsabilità cristiana nasce dall’incontro tra due verità: da soli non possiamo saziare la fame del mondo; tuttavia, non ci è consentito usare la nostra povertà come giustificazione per rimanere indifferenti.
«Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci»
La risposta dei discepoli è una dichiarazione di impotenza: «Non abbiamo altro che…». Essi guardano ciò che possiedono a partire da ciò che manca. Cinque pani e due pesci, davanti a cinquemila uomini, sembrano quasi nulla. La sproporzione tra le risorse e il bisogno rende l’offerta apparentemente inutile. Questa è una delle tentazioni più frequenti nella vita spirituale e pastorale: giudicare inutile ciò che possiamo offrire perché insufficiente a risolvere interamente il problema.
Non abbiamo abbastanza tempo, abbastanza persone, abbastanza risorse, abbastanza preparazione. Da questa constatazione può nascere l’umiltà, ma può nascere anche la rinuncia preventiva. Gesù non rimprovera i discepoli perché hanno poco. Chiede che quel poco non venga trattenuto. I cinque pani e i due pesci rappresentano ciò che la provvidenza ha già affidato alla comunità. Sono poca cosa, ma non sono nulla. Il miracolo non inizia dal possesso di ciò che manca, bensì dall’offerta di ciò che c’è. La povertà non offerta rimane soltanto una mancanza; deposta nelle mani di Cristo diventa materia di comunione.
«Portatemeli qui»
La soluzione non consiste nel portare la folla altrove, ma nel portare il pane a Gesù. Con questa breve parola il centro dell’azione si sposta. I discepoli non devono moltiplicare i pani; devono consegnarli. Non devono produrre da sé il miracolo; devono affidarsi a colui che può compierlo.
«Portatemeli qui» è l’invito a deporre davanti a Cristo non solamente le nostre ricchezze, ma anche le nostre insufficienze. Spesso siamo disposti a offrire a Dio i nostri successi, mentre nascondiamo le fragilità, i limiti e le ferite. Gesù chiede proprio ciò che riteniamo inadeguato. Prima di donarci la sua abbondanza, il Signore ci chiede di consegnargli il nostro niente. Il vero ostacolo non è avere poco, ma trattenere quel poco. Non è essere poveri, ma voler gestire la povertà senza affidarla a Dio. Non è riconoscere i limiti, ma trasformarli in alibi per sottrarsi alla responsabilità.
«Ordinò alla folla di sedersi sull’erba»
Gesù non distribuisce il pane a una moltitudine agitata e dispersa. Fa sedere le persone. Il verbo utilizzato richiama l’atto di prendere posto a tavola. Il deserto viene trasformato in una sala per il banchetto. La folla anonima assume la forma di una comunità radunata. Prima di saziare la fame, Gesù crea ordine, prossimità e comunione. Il pane non viene lanciato a individui isolati, ma condiviso tra persone che siedono insieme. L’erba richiama inoltre l’immagine del pastore che conduce il gregge «su pascoli erbosi» e lo guida ad acque tranquille. Gesù appare come il pastore messianico che non sfrutta il gregge, ma se ne prende cura e gli prepara una mensa. Il banchetto richiama anche il cammino dell’Esodo. Come Dio aveva nutrito Israele con la manna, così Gesù nutre il nuovo popolo radunato nel deserto. Si intravede inoltre il segno compiuto dal profeta Eliseo, che con pochi pani aveva sfamato cento uomini e aveva visto avanzare del cibo, secondo la parola del Signore (2Re 4,42-44). Gesù, però, non invoca un potere profetico esterno: agisce con l’autorità del Figlio.
«Prese i cinque pani e i due pesci»
Gesù prende ciò che i discepoli gli consegnano. Nel suo gesto il poco non viene disprezzato. Ciò che è umanamente insufficiente è assunto interamente da lui. Il Signore non crea una realtà parallela, estranea alla vita dei discepoli: parte da ciò che essi possiedono. Anche nell’incarnazione il Figlio di Dio prende la nostra povera umanità. Sulla croce prende su di sé il peccato, il dolore e la morte. Nell’Eucaristia prende il pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Il verbo «prendere» non indica appropriazione, ma assunzione in vista del dono. Gesù prende per benedire, spezzare e distribuire. Nelle sue mani ogni realtà viene sottratta alla logica del possesso e inserita nella dinamica dell’offerta.
«Alzò gli occhi al cielo e recitò la benedizione»
Gesù alza gli occhi al cielo. Il suo gesto manifesta che il pane viene accolto come dono del Padre. La benedizione non è una formula magica destinata a moltiplicare il cibo. È il riconoscimento che tutto proviene da Dio e che ciò che proviene da Dio raggiunge il suo senso pieno quando viene condiviso. L’uomo dominato dalla paura guarda ossessivamente ciò che manca. Gesù guarda il Padre. Non nega la sproporzione tra cinque pani e la folla, ma la colloca nella relazione con colui che apre la mano e sazia la fame di ogni vivente. La benedizione libera il pane dal possesso. Finché lo consideriamo esclusivamente «nostro», il pane rimane limitato; quando lo riconosciamo come dono ricevuto, diventa un bene da condividere. La provvidenza non è finalizzata a soddisfare il desiderio di accumulare, ma ad alimentare la comunione. Ringraziare significa riconoscere che ciò che abbiamo non ci è stato affidato perché lo tratteniamo, bensì perché attraverso di noi diventi benedizione per altri.
«Spezzò i pani e li diede ai discepoli»
I gesti di Gesù — prendere, benedire, spezzare e dare — anticipano chiaramente quelli dell’ultima cena: «Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”» (Mt 26,26). Il racconto non coincide ancora con l’istituzione dell’Eucaristia, ma possiede una forte tonalità eucaristica. Il pane moltiplicato orienta verso il pane nel quale Gesù offrirà sé stesso. La morte del Battista, ricordata all’inizio della pericope, proietta sul racconto l’ombra della passione. Nel deserto, sul far della sera, Gesù compie anticipatamente il gesto che spiegherà il senso della croce: la sua vita non gli viene semplicemente tolta; egli la prende nelle proprie mani, la benedice nell’obbedienza al Padre, la spezza nell’amore e la dona per tutti. La croce sarà il vero luogo deserto: Gesù spogliato, rifiutato e apparentemente abbandonato. Ma proprio lì la notte della prova sarà attraversata dalla compassione: «Padre, perdona loro». Il luogo della morte diventerà mensa della vita.
Sant’Agostino ama sottolineare che il pane cresce mentre viene spezzato e distribuito. Il dono di Cristo non diminuisce quando viene condiviso. Anche la Parola cresce nelle mani di coloro che la comunicano: più viene donata, più manifesta la sua inesauribile fecondità.
Spezzare è il contrario di trattenere. Il pane non può nutrire finché rimane intero e posseduto. Allo stesso modo, la vita diventa feconda quando accetta di lasciarsi spezzare nell’amore.
«Li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla»
Matteo insiste sulla mediazione dei discepoli. Gesù non consegna direttamente il pane alla folla. Lo dà ai discepoli e questi lo distribuiscono. Il miracolo è interamente opera di Cristo, ma raggiunge le persone attraverso le mani della comunità. I discepoli, che poco prima volevano congedare la folla, diventano ora servi della mensa. Il Signore non li sostituisce, ma li trasforma. La loro povertà, consegnata a Gesù, ritorna nelle loro mani come dono moltiplicato.
Il Risorto continua a nutrire il suo popolo anche quando non è più fisicamente presente, servendosi delle mani dei discepoli. La potenza di Gesù non è limitata né dallo spazio né dal tempo, ma continua ad agire attraverso la comunità chiamata a distribuire ciò che riceve. Le mani dei discepoli diventano il punto d’incontro tra la mano benedicente di Gesù e le mani vuote dei poveri. Questa è una delle immagini più belle della Chiesa: una comunità che non possiede il dono, ma lo riceve per riconsegnarlo. La Chiesa tradisce la propria missione quando trattiene il pane, quando trasforma il dono in privilegio o quando considera la grazia ricevuta un possesso esclusivo. È fedele quando mette in comunicazione Cristo con la fame degli uomini. L’evangelizzazione non consiste solamente nel pronunciare parole corrette. Essa avviene anche attraverso il gesto concreto del distribuire: distribuire il pane, il tempo, l’ascolto, il perdono, la speranza, la Parola e la cura.
«Tutti mangiarono e furono saziati»
Il testo insiste sull’universalità: tutti mangiano e tutti sono saziati. Nessuno rimane escluso. Il dono di Gesù non è riservato ai più forti, ai più vicini o ai più meritevoli. La misericordia non opera secondo la logica della selezione, ma secondo quella della sovrabbondanza. Il verbo «saziare» non indica un assaggio simbolico. La folla riceve quanto è necessario. Dio non dona in modo avaro né calcola la sua grazia secondo i meriti umani. La sazietà, tuttavia, non coincide semplicemente con il benessere materiale. Il pane condiviso manifesta una realtà più profonda: quelle persone non sono abbandonate, ma custodite; non sono una massa senza volto, ma un popolo radunato; non sono concorrenti nella ricerca di risorse limitate, ma commensali alla stessa mensa. La sazietà più profonda nasce dalla scoperta di essere guardati con compassione e accolti nella comunione. Il miracolo non deve essere ridotto a una semplice dinamica psicologica per cui tutti, vedendo il gesto di un primo offerente, avrebbero condiviso le proprie provviste. Il testo attribuisce chiaramente l’iniziativa e l’efficacia dell’evento a Gesù. Tuttavia, il miracolo non elimina la condivisione: la rende possibile. La potenza divina non sostituisce la responsabilità umana, ma la libera dalla paura e dall’egoismo.
«Portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene»
La grazia non è soltanto sufficiente: è sovrabbondante. All’inizio vi erano cinque pani; alla fine rimangono dodici ceste. Il dono condiviso non produce impoverimento, ma pienezza. Le dodici ceste richiamano spontaneamente le dodici tribù d’Israele e i dodici apostoli. Senza irrigidire il racconto in un’allegoria numerica, possiamo riconoscere un significato ecclesiale: vi è pane sufficiente per tutto il popolo di Dio e ai Dodici viene affidata la memoria dell’abbondanza. Le ceste avanzate impediscono ai discepoli di dimenticare ciò che è accaduto. Essi dovranno salire sulla barca portando con sé il segno concreto della provvidenza. Eppure, come mostrerà il seguito del Vangelo, anche davanti alla tempesta faranno fatica a ricordare. Raccogliere i frammenti significa custodire la grazia ricevuta. La sovrabbondanza non autorizza lo spreco. Il pane è gratuito, ma rimane prezioso. La comunità deve distribuire generosamente e, nello stesso tempo, custodire responsabilmente.
«Circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini»
La conclusione amplifica la sproporzione tra la povertà iniziale e l’abbondanza finale. Matteo utilizza il modo di conteggiare diffuso nel suo ambiente, indicando il numero degli uomini; nello stesso tempo, menzionando esplicitamente donne e bambini, lascia intravedere una moltitudine ancora più grande. Nel banchetto di Gesù trovano posto anche coloro che spesso non entravano nei conteggi ufficiali. Davanti alla compassione del Signore nessuno è invisibile. Il Regno non è una tavola per pochi eletti, ma un banchetto aperto. La comunità eucaristica è chiamata a rendere visibile questa apertura: la mensa di Cristo non può convivere con l’indifferenza verso chi rimane senza pane, senza voce o senza dignità.
Meditatio
Dalla paura alla forma eucaristica della vita
Il racconto inizia con Gesù ferito dalla morte di Giovanni e termina con una folla saziata. Tra questi due estremi vi è la compassione. Gesù non nega il dolore, ma impedisce che esso diventi chiusura. Non lascia che la violenza di Erode determini il suo modo di stare nel mondo. Al banchetto della morte risponde preparando il banchetto della vita. Questa è la prima conversione richiesta dal Vangelo: non permettere al male ricevuto di diventare il criterio delle nostre azioni. La sofferenza può desertificare il cuore, renderlo sospettoso e ripiegato. Gesù trasforma invece il deserto interiore nel luogo nel quale il dolore diventa solidarietà con chi soffre. Anche i discepoli devono essere convertiti. Essi vedono il problema, ma non vedono ancora la possibilità nascosta nella presenza di Gesù. La loro soluzione è la distanza: «Congeda la folla». Gesù li conduce invece alla responsabilità: «Voi stessi date loro da mangiare». Molte crisi personali, comunitarie ed ecclesiali diventano una sera nella quale si affaccia la tentazione di congedare: allontanare chi disturba, lasciare che ciascuno provveda a sé stesso, proteggere le poche risorse disponibili, ridurre gli impegni per non rischiare. Il Signore non ci chiede di possedere ciò che non abbiamo. Ci chiede di non trattenere ciò che abbiamo. I cinque pani e i due pesci sono il simbolo della nostra reale possibilità di amare: limitata, fragile, spesso inadeguata, ma non inesistente. Vi è sempre qualcosa da portare a Gesù: una competenza, un po’ di tempo, una parola, una disponibilità, una ferita attraversata, una povertà riconosciuta. La grazia non agisce al posto nostro, ma attraverso la nostra offerta. Il miracolo è di Dio; il portare e il distribuire sono affidati ai discepoli.
L’Eucaristia rivela la forma autentica della vita cristiana. Gesù prende, benedice, spezza e dona. Anche il discepolo è chiamato a lasciarsi prendere dall’amore di Dio, a riconoscere la propria vita come benedizione, a lasciarsi spezzare nella carità e a donarsi ai fratelli. Non basta partecipare al pane spezzato se non accettiamo di diventare pane. Non basta ricevere il Corpo di Cristo se le nostre mani rimangono chiuse davanti alla fame del fratello.
La Chiesa vive dell’Eucaristia quando riceve da Cristo ciò che non potrebbe produrre da sé e lo distribuisce senza impadronirsene. Essa non è la sorgente della grazia, ma ne è serva; non moltiplica il pane con la propria efficienza, ma lo porta a Gesù e lo riconsegna alla folla. Il segno decisivo non è avere molto, ma permettere a Cristo di trasformare ciò che abbiamo in comunione. Dove il pane viene trattenuto, cresce la paura; dove viene benedetto e spezzato, nasce un popolo.
I gesti eucaristici di Gesù e dei discepoli che trasformano la vita
La fine del Battista è annuncio e presagio della morte di Gesù. La notizia dell’arresto e della condanna a morte di Giovanni induce Gesù a ritirarsi in un luogo deserto. È un momento critico che affronta cercando spazi di solitudine, non di isolamento. Infatti, il deserto è il luogo degl’incontri intimi e profondi che non avvengono tra i potenti che si mettono d’accordo per spartirsi il potere, ma tra i bisognosi che condividono nella solidarietà la loro povertà. Gesù, che sente l’umana impotenza davanti alla forza del male che sferra colpi mortali, scopre di non essere solo ma parte di una comunità fatta d’infermi, di poveri, di bisognosi, di perseguitati, di oppressi, come lui, che lo segue, lo precede e lo attende. La paura avrebbe indotto Gesù a nascondersi separandosi e isolandosi per proteggersi, mentre egli sceglie il deserto per cercare il conforto nella intimità col Padre. La trova quando, vedendo le folle bisognose di cura, sente compassione e avverte una solidarietà talmente profonda con quella gente che offre la sua potenza per curare i malati lì presenti. Nel deserto a contatto con la povera gente Gesù comprende il senso della sofferenza annunciata nel martirio del Battista. Questo avviene perché lo sguardo di Gesù è illuminato dalla compassione. La misericordia di Dio si rivela nell’incrocio dello sguardo di Gesù, attento ai più piccoli, e quello dei poveri che alzano gli occhi verso di Lui in attesa di ricevere aiuto.
Nella prova, presi dalla paura, possiamo andare avanti con uno sguardo perso nel nulla e vagare spendendo inutilmente tutte le nostre risorse oppure cercare il volto di Dio e trovarlo in quello dei fratelli più piccoli, come Gesù, oppure seguirlo e andare da lui, come fa la folla. Sono loro quelli che accolgono l’invito espresso dal profeta Isaia nella prima lettura. Dio si rivolge ai nullatenenti, a quelli che non possono riscattare il debito contratto o restituire il valore di ciò che hanno ricevuto. Dio offre la sua parola come un dono gratuito ma che ha un prezzo, quello della responsabilità e del servizio. La sapienza di Dio spegne la sete e sazia la fame con il nutrimento della sua parola, che ha effetto quando l’amore Gli viene corrisposto attraverso il servizio ai fratelli.
La misericordia di Dio, che agisce attraverso la sua parola creatrice, è terapeutica perché non libera dai mali ma dal Maligno che inganna l’uomo facendogli spendere soldi, guadagnati con sacrificio, per ciò che non è pane e che nel momento del bisogno, della paura, dell’angoscia, della persecuzione, della delusione, della povertà lo tenta distogliendo lo sguardo da Dio per concentrarlo sui limiti, le colpe, gli inganni, le debolezze, i peccati degli altri.
La logica sottile del Maligno tocca anche i discepoli che, giunta la sera, invitano Gesù a congedare la folla e finalmente separarsi da essa. Alla sera, quando si tirano le somme della giornata e si fanno i conti emergono più forti limiti, mancanze, attese deluse. La fatica appare sterile e si affaccia in automatico il pensiero che ognuno si arrangi per sé. La presenza di quella folla è diventata troppo pesante e le esigenze che essa porta sono troppo grandi rispetto alle proprie capacità.
La compassione di Gesù non ha tempi di produzione e non scade con il temine della giornata lavorativa. Il deserto nella notte della prova senza la luce della misericordia di Dio è avvolto dal buio dello scoraggiamento che induce all’isolamento e al distanziamento nel quale ognuno è abbandonato al suo destino.
Il deserto, luogo della compassione, della solidarietà e dell’intimità è lo spazio nel quale vivere il tempo di grazia dell’incontro con la Misericordia e tra i miseri che hanno bisogno di cura. Anche gli apostoli sono tra i miseri. Essi però non hanno ancora compreso che lì, il deserto, dove tanti infermi avevano trovato la salute, è il luogo nel quale avviene l’incontro con Dio, misericordioso e pietoso, che apre la mano per saziare la fame di ogni vivente. È Gesù il luogo in cui trovare il necessario per vivere; non bisogna cercare altrove ciò che Gesù offre qui e ora. Il Crocifisso, al tramonto della sua vita terrena, spogliato di tutto e solo, è ridotto a deserto. Ma proprio lì e alla sera, quando cala il buio, che incute paura, Dio prepara un banchetto per il suo popolo offrendo se stesso. Sulla croce la solitudine del deserto e la notte della prova sono redente dalla compassione per i peccatori.
Come Dio invita i poveri a comprare, anche se non potrebbero perché sono senza denaro, così Gesù esorta gli apostoli a rispondere al bisogno della gente provvedendo loro stessi. Essi non sanno come raggiungere la gente e Gesù dà loro l’indicazione di deporre in quel luogo tutto quello che hanno. La povertà dei discepoli, deposta ai piedi di Gesù è trasformata da lui In offerta attraverso la benedizione. Con essa si riconosce che la provvidenza di Dio è offerta a noi non per soddisfare gli umani bisogni ma per alimentare il desiderio dell’amore e della comunione.
La compassione non è semplicemente una comprensione mentale dei problemi e una partecipazione affettiva alla sofferenza, ma è forza che spinge all’azione. Non si tratta di indicare soluzioni che non ci coinvolgono e che ci fanno rimanere tranquillamente estranei al nostro posto, distanti dalle loro reali esigenze, paghi di aver dispensato suggerimenti e consigli. La compassione comporta il coinvolgimento attivo nel quale non ci sostituiamo alla responsabilità degli altri ma la stimoliamo attraverso un atteggiamento di condivisione delle nostre povere risorse. Come nel deserto Dio ha sfamato Israele permettendogli di continuare il pellegrinaggio nel deserto verso la terra promessa, così nel deserto al termine della giornata avviene un banchetto nel quale Gesù trasforma la povertà in ricchezza, il bisogno in sazietà, la mancanza in pienezza, i discepoli in servi della comunione.
Il centro del racconto è il miracolo compiuto da Gesù che avviene attraverso tre gesti: prendere, benedire e spezzare. L’azione di Gesù è incorniciata da quella degli apostoli: portare e dare. Essi dapprima portano a Gesù il poco che è anche il tutto che hanno. Ciò che hanno offerto viene loro restituito moltiplicato perché essi lo distribuiscano agli altri.
Il miracolo non lo fa l’uomo, ma Dio. Al discepolo spetta solo di far godere a tutti del miracolo che la grazia che Dio ha operato una volta per tutte sulla croce, lì dove Gesù ha preso su di sé le nostre povertà, ha pregato il Padre e ha «spezzato» la sua vita, come si fa col pane, per condividerla con tutti.
Ai gesti eucaristici di Gesù corrispondono quelli degli apostoli che gli offrono la propria povertà, che è anche il frutto della provvidenza, e distribuiscono alla folla i pezzi di pani che ricevono dalle sue mani.
Distribuire è un gesto che, mettendo in comunicazione la mano benedicente di Gesù con quella dei poveri, diventa la forma più efficace di evangelizzazione. Le mani dei discepoli sono il segno di una Chiesa che non riceve un dono per trattenerlo per sé e possederlo, ma per riconsegnarlo come dono d’amore agli altri.
L’incontro con Gesù fa dei nostri cuori, desertificati dalla paura, il luogo dell’ascolto nutriente della sua Parola. Essa ci fa riconoscere nelle nostre povertà la vicinanza di Dio compassionevole che è solidale con noi. Prima di darci tutto egli ci chiede di dargli il nostro niente, offrirgli la nostra miseria senza vagare altrove nell’illusoria speranza di trovare la pace del cuore. Chiede anche di non fermarci al miracolo del pane, ma di renderlo fruibile a tutti distribuendo a piene mani, e senza tenere nulla per sé, tutto quello che Gesù dona. Solo nella logica del dono di sé per i fratelli possiamo dare un senso alla sofferenza causata dagli stessi e ridare al cuore, inaridito dal dolore e dalle prove, vitalità ed entusiasmo.
La Parola interpella la vita
Quali persone o situazioni, soprattutto quando giunge la “sera” della stanchezza e della delusione, sono diventate per me un peso da congedare? In che modo il Signore mi invita a passare dalla distanza alla compassione responsabile?
Quali sono oggi i miei “cinque pani e due pesci”? Quale risorsa, fragilità, capacità o esperienza considero troppo piccola e inutile, mentre Gesù mi chiede di consegnargliela?
La partecipazione all’Eucaristia sta dando alla mia vita la forma del pane spezzato? In quali gesti concreti sono chiamato a distribuire ciò che ricevo da Cristo, senza trattenerlo per me?
Oratio
Signore Gesù, Figlio compassionevole del Padre,
che nel deserto non respingi chi ti cerca,
volgi anche su di noi il tuo sguardo di misericordia,
guarisci le ferite nascoste del nostro cuore
e raccogli ogni nostra paura nella tua pace.
Quando la sera appesantisce il cammino,
liberaci dalla tentazione di congedare i fratelli,
insegnaci a sostare accanto alla loro fame,
rendici responsabili del bene che ci affidi
e servi umili della comunione.
Accogli i cinque pani e i due pesci della nostra povertà,
benedici ciò che deponiamo fiduciosi nelle tue mani,
spezza il nostro egoismo insieme con il pane,
moltiplica in noi la gioia gratuita del dono
e fa’ che nessuno rimanga privo del necessario.
Tu che nell’Eucaristia continui a offrirti per tutti,
unisci la nostra vita al sacrificio della tua Pasqua,
fa’ della Chiesa il segno vivo della tua abbondanza,
perché ogni uomo sia saziato della tua Parola e del tuo amore,
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

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