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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – Lectio divina
1Re 3,5.7-12 Sal 118 Rm 8,28-30

O Padre, fonte di sapienza,
che in Cristo ci hai svelato il tesoro nascosto
e ci hai donato la perla preziosa,
concedi a noi un cuore saggio e intelligente,
perché, fra le cose del mondo, sappiamo apprezzare
il valore inestimabile del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal primo libro dei Re (1Re 3,5.7-12)
Hai domandato per te la sapienza.

In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».
Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?».
Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».
Il dono del cuore capace di ascolto
Il re Salomone chiede a Dio «un cuore che sa ascoltare» (tradotto con «un cuore docile») affinché possa essere a servizio del popolo che Dio gli ha affidato. Da una parte riconosce il dono della missione che ha ricevuto, dall’altro anche i limiti dovuti alla sua giovane età e all’inesperienza. Il giovane Salomone, che non dà per scontato il fatto che sia re, è mosso da buone intenzioni di servire il suo popolo. Per realizzarle sa di non poter fare affidamento sulle sue limitate capacità ma necessita dello Spirito della Sapienza perché i suoi pensieri, i suoi progetti, le sue azioni e le sue parole vadano nella direzione di cercare la volontà di Dio, discernere il bene dal male, rendere concreta e sperimentabile la Sua giustizia. Salomone rinuncia all’autoreferenzialità, all’esercizio del potere per se stesso o contro gli altri e sceglie di «acquistare» la Sapienza. Proprio perché egli rinnega se stesso e si abbandona fiducioso in Dio, viene ricolmato dello Spirito, che fa del suo cuore uno spazio pronto ad accogliere la Parola di Dio e ascoltare il grido dei poveri.

Salmo responsoriale (Sal 118)
Quanto amo la tua legge, Signore!

La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.
Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.
Perciò amo i tuoi comandi,
più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.
Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici.
La Parola che rende saggio il cuore
Il Salmo 118 è il grande poema alfabetico del Salterio dedicato alla legge del Signore, contemplata come parola che illumina, orienta e dona vita. L’orante non vive i comandamenti come un peso, ma come un tesoro più prezioso dell’oro, capace di consolare il cuore e di preservarlo dai sentieri falsi. Il salmo interpreta così la preghiera di Salomone: il «cuore docile» nasce dall’ascolto perseverante della Parola di Dio. La vera sapienza non consiste nel possedere molte conoscenze, ma nel lasciarsi istruire dal Signore per discernere il bene, praticare la giustizia e guidare gli altri con intelligenza e misericordia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,28-30)
Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo.

Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.
Chiamati alla santità
Gesù ci ha rivelato che Dio è Padre e, come tale, genera continuamente alla vita i suoi figli. Ha anche rivelato che egli è Dio e che è Figlio. Non due dei ma un unico Dio, perché l’amore unisce le persone senza fonderle o annullarne le differenze. L’Amore che unisce è pure una persona divina, lo Spirito Santo, mediante il quale Il Padre ama il Figlio e viceversa. Questo amore non è esclusivo ma eccede, trabocca, generando vita. L’uomo riceve la vita dall’amore straripante di Dio che invade i nostri cuori attraverso lo Spirito Santo. È lui l’artefice divino della nostra vita spirituale, Colui che ci fa figli nel Figlio, Gesù Cristo. Come l’amore del Padre verso il Figlio è da sempre e per sempre, così lo è per coloro che accettano l’adozione a figli mediante il battesimo. Dunque, qual è la vocazione dell’uomo, ovvero qual è il suo vero bene, ciò a cui tende la sua vita? Essere conforme a Gesù. In definitiva, essere cristiano significa lasciarsi plasmare dalla grazia di Dio affinché la santità di Dio risplenda nella vita quotidiana dei suoi figli e l’amore con i quali li ama diventi il profumo che annulla la puzza della corruzione del peccato.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44-52)
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Lectio
Contesto letterario e teologico

La pericope di Mt 13,44-52 si colloca nella parte conclusiva del grande discorso in parabole, il terzo dei cinque grandi discorsi nei quali Matteo organizza l’insegnamento di Gesù. Il capitolo 13 è interamente dedicato al «mistero del Regno dei cieli»: un Regno già presente nell’azione e nella persona di Gesù, ma ancora nascosto, contrastato e in attesa del suo pieno compimento.
Il capitolo è caratterizzato da un significativo movimento spaziale. All’inizio Gesù esce di casa, si siede sulla riva del mare e, davanti alla folla, sale su una barca per narrare le parabole del seminatore, della zizzania, del granello di senape e del lievito. Al v. 36, invece, lascia la folla ed entra nuovamente in casa. Qui i discepoli gli chiedono la spiegazione della parabola della zizzania. Le parabole del tesoro, della perla e della rete sono dunque rivolte più direttamente a loro. Si passa così dall’annuncio pubblico alla formazione di coloro che dovranno comprendere, vivere e trasmettere il mistero del Regno. Non basta ascoltare le parabole: il discepolo deve lasciarsi coinvolgere dalla loro logica, fino a diventare quello «scriba, divenuto discepolo del Regno», capace di trarre dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche.
Le parabole sono accomunate da tre elementi: la presenza di una realtà preziosa nascosta sotto la superficie, la necessità di una scelta conseguente al ritrovamento e la gioia prodotta dalla scoperta. Sottolinea inoltre come l’immagine finale dello scriba descriva il discepolo capace di andare oltre l’apparenza e di leggere la tradizione alla luce della novità di Gesù.
Delimitazione e articolazione della pericope
L’unità letteraria inizia al v. 44 con la formula: «Il regno dei cieli è simile…». La stessa espressione viene ripetuta ai vv. 45 e 47, introducendo tre immagini complementari. Dopo la parabola della rete e la sua spiegazione escatologica, Gesù interroga i discepoli sulla loro comprensione. La breve parabola dello scriba e del padrone di casa, al v. 52, costituisce la conclusione dell’intera sezione.
Il v. 53 — «Terminate queste parabole, Gesù partì di là» — segna invece la conclusione formale del discorso e l’inizio di una nuova sezione narrativa, ambientata nella patria di Gesù.
La pericope può dunque essere articolata in quattro momenti:
Il tesoro nascosto: il Regno come scoperta inattesa che genera gioia e decisione, v. 44.
La perla preziosa: il Regno come compimento di una ricerca perseverante, vv. 45-46.
La rete gettata nel mare: il Regno come raccolta universale orientata al giudizio finale, vv. 47-50.
Lo scriba divenuto discepolo: la comprensione del Regno che diventa responsabilità di trasmissione, vv. 51-52.
Le prime due parabole illustrano il valore incomparabile del Regno; la terza ne mostra la dimensione storica ed escatologica; l’ultima delinea il profilo del discepolo chiamato ad annunciarlo.
Analisi esegetica
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo» — v. 44
La formula «il regno dei cieli è simile» non stabilisce una semplice identificazione tra il Regno e un oggetto. Il Regno non è soltanto il tesoro, ma l’intera vicenda narrata: il suo essere nascosto, il ritrovamento, la gioia, la vendita di tutti i beni e l’acquisto del campo. Il tesoro è già presente, ma nascosto. La sua invisibilità non significa assenza. Il campo appare ordinario e non presenta esteriormente nulla che lo distingua dagli altri. Solamente chi entra in contatto con esso e va oltre la superficie ne scopre il valore.
Il protagonista non viene descritto. Non conosciamo il suo nome, la sua condizione sociale o il motivo per cui si trovi nel campo. Matteo concentra tutta l’attenzione sulla scoperta e sui suoi effetti. Il tesoro irrompe nella sua vita come un evento inatteso che modifica improvvisamente la sua scala di valori. La successione dei verbi conferisce vivacità al racconto: trova, nasconde, va, vende, compra. Dopo il ritrovamento non c’è esitazione. L’uomo comprende immediatamente che ciò che ha scoperto vale più di tutto quello che possiede. Il suo gesto non nasce dal disprezzo per i beni precedenti, ma dalla percezione di un bene incomparabilmente più grande. Il particolare decisivo è la gioia: «pieno di gioia, vende tutti i suoi averi». La rinuncia non è il prezzo dolorosamente imposto da Dio, ma la conseguenza libera della scoperta. L’uomo non vende tutto lamentandosi; lo fa perché ha trovato qualcosa che rende secondario tutto il resto. La gioia precede e rende possibile il distacco. Nascondendo nuovamente il tesoro, egli custodisce ciò che ha scoperto fino al momento in cui potrà entrare legittimamente in possesso del campo. La parabola non intende discutere il comportamento giuridico o morale del protagonista. Tutto è finalizzato a mostrare la sua decisione totale: davanti al Regno non è possibile restare neutrali.
«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose» — vv. 45-46
La seconda parabola presenta una situazione diversa. Nel primo caso l’uomo trova senza avere cercato; nel secondo il mercante trova perché ha cercato. Il mercante è un conoscitore di perle. La sua ricerca non è casuale, ma competente e metodica. Sa osservare, confrontare, valutare e distinguere. Il testo greco parla di «perle belle»: non cerca semplicemente oggetti costosi, ma una bellezza capace di suscitare desiderio. La parabola descrive una ricerca aperta: il mercante cerca molte perle, ma quando ne trova una «di grande valore», la molteplicità lascia spazio all’unicità. Quella sola perla modifica il suo progetto e riorganizza l’intera esistenza. Anche qui ricorre la medesima sequenza: trova, va, vende tutto, compra. Manca il riferimento esplicito alla gioia, ma essa è sottintesa nella prontezza della decisione. Il mercante non considera la vendita una perdita, perché ha riconosciuto il valore superiore della perla. Non rinuncia per restare privo di tutto, ma per possedere ciò che dà senso a tutto. Le due parabole, accostate, descrivono due itinerari spirituali. Vi è chi incontra il Regno improvvisamente, dentro circostanze che non aveva cercato; vi è chi vi giunge al termine di un lungo cammino di ricerca, studio, preghiera e discernimento. Ciò che conta non è il punto di partenza, ma la risposta data alla scoperta. La grazia può sorprenderci oppure venire incontro a un desiderio coltivato a lungo. In entrambi i casi, l’incontro diventa autentico solamente quando genera una decisione.
Il significato di «vendere tutto»
L’espressione «vende tutti i suoi averi» ricorre in entrambe le parabole. La ripetizione ne sottolinea l’importanza. Vendere tutto non significa necessariamente abbandonare materialmente ogni proprietà. Indica anzitutto la necessità di subordinare ogni realtà al Regno. Il discepolo non può aggiungere Cristo ai molti beni già posseduti, come un oggetto religioso destinato a completare la propria collezione. L’incontro con lui chiede una nuova gerarchia degli affetti, dei progetti e delle priorità.
Il Regno non è un bene tra gli altri, ma il principio che dà ordine a tutti gli altri beni. Per questo la rinuncia evangelica non coincide con l’annullamento della persona. Il Regno non impoverisce l’uomo, ma lo libera da ciò che gli impedisce di diventare veramente sé stesso. Il vero contrasto non è tra possedere e non possedere, ma tra voler possedere Dio e scegliere di appartenergli. Il tesoro non è qualcosa da usare; è una relazione nella quale entrare. La perla non è un ornamento da esibire; è la comunione con Cristo, alla quale orientare tutta la vita.
«Una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci» — vv. 47-48
La terza parabola cambia scenario. Dal campo e dal mercato si passa al mare. Anche qui, tuttavia, la realtà preziosa è inizialmente nascosta. I pesci si trovano sotto la superficie dell’acqua e non sono immediatamente distinguibili. La rete evocata da Matteo è una grande rete da pesca, capace di raccogliere indiscriminatamente «ogni genere» di pesci. L’accento cade sulla vastità della raccolta. Il Regno non si rivolge a una categoria selezionata in anticipo, ma raggiunge uomini e donne differenti per provenienza, storia e condizione. La rete non compie la selezione mentre attraversa il mare. Essa accoglie tutto ciò che incontra. Solamente quando è piena viene tirata a riva. La pienezza della rete indica il momento stabilito da Dio per il compimento della storia. I pescatori, giunti a riva, «si mettono a sedere». Il gesto suggerisce un discernimento accurato e non frettoloso. I pesci buoni vengono raccolti nei canestri; quelli definiti dal testo greco «cattivi» sono, più precisamente, pesci guasti, inadatti e inutilizzabili. Nella sua applicazione ecclesiale, la rete può essere interpretata come immagine della Chiesa: una comunità chiamata ad accogliere, evangelizzare e «fare rete», senza pretendere di anticipare la separazione definitiva. Tuttavia, il referente principale della parabola rimane l’azione del Regno nella storia e il giudizio che la conclude.
«Così sarà alla fine del mondo» — vv. 49-50
Come già avvenuto nella spiegazione della parabola della zizzania, Gesù applica l’immagine al compimento del tempo. Saranno gli angeli a separare i malvagi dai giusti. Il giudizio non viene affidato ai discepoli. Essi devono annunciare, accogliere, correggere fraternamente e testimoniare; non possono però arrogarsi il diritto di stabilire definitivamente chi appartenga o non appartenga a Dio. L’azione degli angeli ricorda che il giudizio è divino. Solo Dio conosce pienamente il cuore, le intenzioni, le possibilità ricevute e la storia di ogni persona. L’immagine della «fornace ardente», del «pianto» e dello «stridore di denti» appartiene al linguaggio biblico del giudizio. Non vuole alimentare una rappresentazione crudele di Dio, ma ricordare la serietà della libertà umana. Le scelte compiute nel tempo hanno una conseguenza eterna. La rete raccoglie tutti, ma la raccolta non rende automaticamente buono ciò che è divenuto corrotto. Appartenere esteriormente alla comunità non esime dalla conversione. Il giudizio finale manifesterà la verità delle scelte maturate durante la vita.
«Avete compreso tutte queste cose?» — v. 51
La domanda di Gesù riprende uno dei temi fondamentali di Matteo 13: la comprensione.
Nella parabola del seminatore, il seme caduto sulla terra buona rappresenta colui che ascolta la Parola e la comprende. Comprendere, nel linguaggio evangelico, non significa solamente conoscere il significato delle parole, ma accoglierle fino a lasciarsene trasformare.
I discepoli rispondono: «Sì». La loro risposta non implica che abbiano esaurito il mistero del Regno. Nel prosieguo del Vangelo mostreranno ancora incomprensioni, paure e resistenze. Il loro «sì» indica piuttosto una disponibilità: hanno ricevuto una luce sufficiente per continuare il cammino e assumersi la responsabilità della Parola ascoltata. Chi dice di avere compreso non può più vivere come prima. La comprensione diventa sequela, scelta, testimonianza e servizio.
«Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli» — v. 52
Gesù non parla semplicemente di uno scriba che si converte, ma di uno scriba «divenuto discepolo» o, più letteralmente, «fatto discepolo del Regno». La competenza nelle Scritture non viene respinta, ma deve lasciarsi trasformare dalla sequela di Gesù. Lo scriba conosce la tradizione, custodisce la memoria e interpreta i testi. Diventando discepolo, pone però tutto il proprio sapere alla scuola del Maestro. Non usa la Scrittura per difendere la propria autorità, ma si lascia giudicare e rinnovare dalla Parola. Il padrone di casa «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». L’ordine è significativo: Matteo nomina prima le cose nuove e poi quelle antiche. La novità di Cristo diventa la luce attraverso la quale rileggere la storia della salvezza. Tuttavia, l’antico non viene eliminato. Gesù non è venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma a portarli a compimento. Il discepolo non ripete meccanicamente il passato e non insegue superficialmente ogni novità. È colui che, illuminato dall’incontro con Cristo, sa riconoscere l’unità del disegno di Dio e offrire dalla propria casa il nutrimento adatto.
Diversi interpreti hanno visto in questa figura un possibile autoritratto dell’evangelista Matteo: uno scriba credente, radicato nella tradizione d’Israele e divenuto discepolo di Gesù. Anche senza considerarla una precisa allusione autobiografica, la figura descrive bene la vocazione di ogni autentico evangelizzatore.

Meditatio
Chi cerca Dio trova sé stesso

Le immagini del tesoro nascosto in un campo, della perla bella in mezzo alle altre di minor valore e della rete che raccoglie ogni tipo di pesce sono impiegate da Gesù per presentare il Regno dei cieli come esperienza d’incontro di Dio.
Le tre allegorie sono accomunate da alcuni particolari il primo dei quali è il segreto. Il tesoro è nascosto sottoterra, la perla buona si trova insieme, quasi confusa, alle altre e infine la rete da pesca è immersa nelle acque del mare. Le tre immagini vogliono suggerire la verità che il Dio di Gesù Cristo è veramente Jhwh, cioè «Colui che è» immerso pienamente nell’umanità, che si «confonde» tra le bellezze della natura, che è pienamente partecipe degli eventi della storia dell’uomo. Gesù è veramente l’Emmanuele, il Dio con noi! Tuttavia, la sua presenza non è invasiva e la sua evidenza non s’impone. Egli, che è venuto in mezzo a noi e ha posto la sua casa tra le nostre per rimanere con noi, nonostante tutto, aspetta pazientemente di essere scoperto, apprezzato e fatto proprio. Il Regno di Dio è l’incontro tra Dio, che si fa prossimo e che attende di essere riconosciuto, e l’uomo che vive, a volte con stanchezza, i ritmi abitudinari della famiglia e del lavoro o che ricerca il senso pieno della propria esistenza. La scoperta avviene attraverso un incontro imprevisto o cercato. Un uomo trova il tesoro anche se non lo cerca e un mercante cerca le perle preziose per trovare la più bella. L’importante non sono solo le intenzioni iniziali, ma il saper cogliere strada facendo le occasioni per incontrare Dio. Si fa trovare nelle pieghe della vita di tutti i giorni o nei passi del cammino che compi alla ricerca della pace del cuore.
Il tesoro nascosto nel campo mi fa pensare alla predilezione che Dio ha del silenzio, della ferialità, della normalità. Il Signore abita la quotidianità della nostra vita perché il suo amore per l’uomo è talmente normale che spesso rischia di passare inosservato.
Mi piace immaginare l’uomo che lavora in un campo non suo e per conto di altri. Un giorno coltivando il terreno affidato alle sue cure, inciampando in qualcosa, è stato costretto a fermarsi e a rendersi conto dell’accaduto scoprendo una realtà fino ad allora sconosciuta. Il campo può essere la metafora della vita di tutti i giorni in famiglia o del lavoro quotidiano nei quali incontriamo le stesse persone. Con loro ci si scontra, s’inciampa e si cade. La stringatezza del racconto lascia spazio alla fantasia di chi ascolta la parabola per colmare i silenzi della narrazione con la propria esperienza di vita. Ogni relazione è costellata d’intoppi che ci costringono a fermarci, a prendere respiro, ad osservare meglio la realtà. Anche una caduta, se rinunciamo all’istintiva reazione aggressiva o all’imprecazione, può essere occasione di scoprire nell’altro qualcosa di valore a noi sconosciuto perché distratti dalla concentrazione solo su noi stessi. L’incontro può iniziare anche da uno scontro e una bella scoperta da una caduta. Ma l’incontro diventa scoperta se, oltrepassando l’apparenza, andiamo più in profondità, entriamo in contatto con la parte più preziosa, quanto nascosta, dell’altro.
La seconda allegoria presenta un mercante di perle preziose la cui ricerca non è lasciata al caso o è dettata dalla curiosità, né tanto meno avviene a tempo perso. La scoperta della perla preziosa è il risultato di un preciso programma di ricerca fatto di indagine, osservazione, distinzione, selezione. Quello rappresentato dal mercante è un incontro desiderato e preparato. La ricerca è l’arte di trasformare il desiderio in realtà, il sogno in evento. Del mercante possiamo intuire la metodicità con la quale conduce la ricerca senza scoraggiarsi dalle resistenze che incontra lungo il cammino. Colui che cerca le perle preziose si lascia guidare dalla bellezza che non possiede ma dalla quale si sente già posseduto e attratto. La disciplina e un programma di vita mantengono vive la speranza, cioè il desiderio di trovare ciò che si cerca.
L’incontro con Dio non si esaurisce in episodi, benché siano esaltanti. L’uomo saggio e il mercante esperto si lasciano cambiare da quella scoperta. Il cristiano che nella sua vita incontra Cristo deve scegliere se diventare suo discepolo o fare finta di nulla e vagare in una eterna ricerca senza un obbiettivo chiaro e un metodo preciso. Ogni scelta richiede una rinuncia, cioè l’accettazione di perdere qualcosa di sé.
Soprattutto nei momenti più delicati e difficili quando, come Salomone, siamo messi davanti al peso delle nostre responsabilità, dobbiamo fare delle scelte importanti e determinanti per la vita nostra e degli altri.
Chi sceglie di seguire Cristo lascia tutto per il Tutto. Vendere significa rinunciare a ciò che rappresenta il fine mondano della propria vita per orientare tutte le proprie facoltà, energie, carismi, conoscenze e competenze verso Cristo Gesù e la realizzazione del suo Regno. Vendere tutto e comprare il campo o la perla preziosa vuol dire rinunciare a inseguire le velleità dei propri sogni malati per interiorizzare e fare propria la volontà di Dio. Con questi sentimenti filiali Gesù ci insegna a rivolgerci, come Salomone, al Padre dicendo: sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo Regno, Sia fatta la Tua volontà.
Acquistare il campo e la perla preziosa significa interiorizzare la Parola di Dio, comprenderla, scegliere di appartenere a Gesù mettendosi al suo servizio. Entrare in possesso del tesoro e della perla bella vuol dire entrare in una relazione di reciproca appartenenza con Dio e nella comunione fraterna della Chiesa. L’immagine della rete rivela il fatto che Dio è pienamente immerso nelle vicende dell’uomo affinché tutti siano accolti nel suo cuore di Padre. Dio non solo si fa incontrare, ma ci fa incontrare, accomunati da una stessa rete, immagine della Chiesa, che accoglie in sé buoni e cattivi. L’incontro con Gesù ci inserisce nella comune appartenenza alla Chiesa alla quale spetta il compito di accogliere e «fare rete» ma non quello di giudicare che invece è di pertinenza divina. Il giudizio di Dio rivela quello che abbiamo scelto di essere. L’incontro con Dio, imprevisto o cercato, è un’occasione offerta per scoprirlo ma soprattutto per scegliere di appartenergli e di appartenere alla Chiesa. L’appartenenza non si vive semplicemente conoscendo teoricamente qualcosa dell’altro o scambiandosi favori secondo una logica puramente commerciale, ma scegliendo giorno per giorno di non usare la propria libertà per sé stessi ma di fare di sé un dono d’amore all’altro.
La Parola interpella la vita
In quale situazione ordinaria, relazione difficile o imprevisto della mia vita il Signore mi sta invitando a scavare più in profondità, per scoprire un tesoro che la fretta e il giudizio mi impediscono di vedere?
Che cosa devo “vendere” — attaccamenti, risentimenti, ambizioni, paure o bisogno di controllo — perché Cristo non sia soltanto una presenza tra le altre, ma il bene che ordina tutta la mia vita?
Nel vivere l’appartenenza alla Chiesa, so accogliere le persone senza anticipare il giudizio di Dio e, come uno scriba divenuto discepolo, so offrire agli altri la novità del Vangelo custodendo la ricchezza della tradizione?
Oratio
La bellezza che mi chiama

Signore Gesù, tesoro nascosto nel campo della vita,
Tu entri silenzioso nei giorni della mia ferialità;
resti vicino anche quando non so riconoscerti,
ti confondi tra le gioie, le fatiche e le ferite,
e attendi con pazienza che il mio cuore si apra a Te.
Donami occhi limpidi per scorgerti nel quotidiano,
e un desiderio fedele che non si stanchi di cercarti;
ferma il mio passo quando la fretta mi rende cieco,
fa’ che perfino una caduta diventi luogo d’incontro,
e che in ogni fratello io scopra una perla affidata.
Metti in me la gioia che libera da ogni possesso,
perché sappia lasciare ciò che mi trattiene lontano;
non permettere che io voglia averti senza appartenerti,
orienta energie, affetti e pensieri al tuo Regno,
e rendi la mia vita un dono filiale e fraterno.
Accoglimi nella rete larga della tua Chiesa,
insegnami ad accogliere senza usurpare il tuo giudizio;
fa’ di me uno scriba divenuto discepolo del Regno,
capace di trarre dal tuo tesoro cose nuove e antiche,
finché io sia tutto tuo e Tu sia il Tutto della mia vita. Amen.