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Basilica Cattedrale di Matera

5 aprile 2026

Carissimi fratelli e sorelle, buona Pasqua!

La liturgia di questa notte, e dell’intero triduo pasquale, ci ha mostrato come Dio, nel corso della storia della salvezza, abbia tentato ogni via per stringere un patto d’amore con l’umanità, col popolo di Israele e con ciascuno di noi.

Nel tempo, Dio ha cercato di rivelarsi all’umanità attraverso un dialogo costante: lo ha fatto prima scegliendo Abramo, poi liberando il popolo di Israele, poi inviando profeti, giudici e re, invitando sempre il suo popolo a stringere con Lui una relazione autentica e profonda. Poiché è sempre quasi tutto caduto nel vuoto, Dio si è giocato la sua “ultima carta” mandando il Figlio. Nella parabola dei vignaioli omicidi è scritto così: manderò loro mio figlio, avranno rispetto di lui. Ha mandato il Figlio che si è consegnato a noi non per esigere qualcosa; è venuto non a prendere, ma a dare amore, salvezza, vita sulla morte ed oltre la morte. Tuttavia, anche quest’ultimo tentativo del Padre è caduto nel vuoto, come se, nel buio, si spegnesse anche l’ultimo barlume di luce.

Immaginate: il Signore della vita è stato ucciso e le tenebre scendono su di noi. Immaginate il sole, non oscurato per un’eclissi, ma spento. Come lo riaccendi? Se si spegne la luce qui, la riaccendiamo in qualche modo; se si spegne il cero pasquale lo riaccendiamo, se abbiamo una fiamma a cui attingere. Ma, se si spegne la vita e la speranza della vita, come la riaccendi? Se domina la morte e una pietra tombale, come quella sul sepolcro di Gesù, sigilla ogni speranza, come si trova la forza di continuare a camminare?

Se non abbiamo chiaro il dramma di quella pietra rotolata sul sepolcro, intesa come ultima parola su Cristo, non si può capire la portata rivoluzionaria e sconvolgente della Risurrezione.

Abbiamo ascoltato che Pietro e Giovanni trovano la tomba vuota. Non avevano ancora compreso. La risurrezione non è una cosa scontata ed è anche una cosa difficile da raccontare. Eppure, anche se non si sa bene come raccontare la risurrezione del Cristo, è una certezza che ci raggiunge e ci raduna oggi.

Non è tra i morti il Cristo, non è qui, è risorto! La pietra rotolata non è l’ultima parola.

Stanotte abbiamo ascoltato che l’angelo rassicura le donne: “Voi non abbiate paura” ed anche Gesù dice loro: “Non temete”. Perciò, non abbiate paura voi che, in questo tempo di distruzione, temete la morte. Non abbiate paura voi che vedete il mondo portato avanti da potenti immaturi e bulli. Non abbiate paura voi che sperimentate la malattia, il dolore, la fame, la solitudine, il senso dell’inutilità che l’età porta con sé. Dio non smette di starvi accanto con la fiammella della Risurrezione.

Non avere paura, Chiesa mia, sebbene tutto attorno a te sembri sgretolarsi ed ogni cosa perda il suo significato. Dio è presente con il Risorto, ci precede in Galilea. Non abbiate paura voi, uomini e donne, che faticate in questa vita, tra le sfide del lavoro, l’impegno nell’educare i figli e il prendersi cura del bene comune. Il Risorto è una falcata avanti a noi, ci precede nel cammino della vita e ci accompagna. La fiammella del Risorto, simboleggiata dal cero pasquale, non si spegnerà mai.

Celebrare oggi la Risurrezione di Cristo ci pone di fronte a un bivio. Possiamo scegliere di restare seduti accanto alle tombe della nostra vita, vivendo di rimpianti e nutrendoci di tristezza e vuoto, oppure, possiamo imitare le donne del Vangelo: andare al sepolcro, trovarlo vuoto e correre ad annunciare che Lui è vivo e ci precede in Galilea, cioè nel nostro quotidiano. Vivere da figli del Risorto significa, come Pietro e Giovanni, guardare sì ai dolori e alle paure che ci hanno segnato, ma senza perdere di vista che quella tomba non è più sigillata: è vuota. Significa ripartire dalle cose belle e significative, non perché la vita sia priva di ostacoli, ma perché l’ultima parola non è della morte, bensì della vita, grazie alla prospettiva del Risorto. Credere nella Risurrezione significa, in definitiva, non rassegnarsi mai, anche quando il cammino appare in salita.

Paolo, nella seconda lettura, ci suggerisce che, se siamo risorti con Cristo, dobbiamo pensare alle cose di lassù, perché orientando il pensiero a Cristo risorto, scopriamo la sua presenza accanto a noi. È questo che ci permette di non perdere la speranza, anche quando attorno a noi vediamo solo minacce, distruzione e disperazione.

C’è un sacerdote dei territori della Cisgiordania che ha mandato un messaggio in cui dice: sì, siamo schiacciati, siamo nella disperazione, travolti dalla paura e dalla prepotenza, ma la nostra speranza non muore, perché, prima o poi, il Risorto vincerà sulle tenebre e scoperchierà ogni tomba, anche quelle della violenza e della prepotenza. Non cederemo mai, perché siamo figli del Risorto.

Ecco, carissimi, con questi sentimenti vi invito a rialzarci in piedi come figli del Risorto, non rassegnati o spaventati, ma pieni di speranza, perché Cristo ha vinto la morte, rivelandoci che l’ultima parola non è una tomba sigillata, ma scoperchiata.

Buona Pasqua a tutti!