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DOMENICA DELLE PALME (ANNO A) – Lectio divina
Is 50,4-7 Sal 21 Fil 2,6-11

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,1-11)
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”».
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

Il Re mite che viene: accogliere il Messia nella via della pace
La scena dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme (Mt 21,1-11) nella lettura di Matteo non è soltanto l’inizio degli eventi della Passione, ma è già una rivelazione del mistero di Cristo, del suo modo di essere Messia. Tutto avviene in un clima solenne e carico di attesa, ma anche segnato da un’ambiguità profonda; la folla acclama, ma non comprende fino in fondo; riconosce, ma non ancora nella verità piena.
Matteo costruisce il racconto con grande cura, sottolineando anzitutto l’obbedienza dei discepoli e la signoria di Gesù. Il Signore manda a prendere l’asina e il puledro con una parola autorevole: «Il Signore ne ha bisogno». Così si manifesta già la signoria messianica di Gesù, che dispone degli eventi con libertà e sovranità. Egli non subisce ciò che accade, ma lo orienta secondo il disegno del Padre. Infatti, questo gesto ha un valore simbolico preciso, perchè prepara un’azione profetica che rivela l’identità di Gesù .
Il cuore teologico del racconto è la citazione profetica: «Ecco, il tuo re viene a te, mite, seduto su un’asina e su un puledro» (cf. Zc 9,9). Matteo insiste più degli altri evangelisti sul compimento della Scrittura, quasi a dire che in questo gesto si realizza una promessa antica e attesa. Tuttavia, sorprende che il Messia non entra come un re potente, ma come un re mite e disarmato. L’asina è la cavalcatura del re pacifico, contrapposta al cavallo da guerra. Gesù si presenta dunque come il Messia della pace e della non violenza.
In questa scelta si riflette già la logica della Passione: la gloria passa attraverso l’abbassamento. Il Cristo che entra in Gerusalemme è lo stesso che sarà umiliato e crocifisso. La sua regalità non si impone, ma si offre; non domina, ma si dona. Il Re si manifesta nella mitezza, perché la vera forza di Dio è l’amore.
La folla stende i mantelli, taglia rami dagli alberi, acclama: «Osanna al Figlio di Davide». È un momento di entusiasmo, quasi liturgico; le stesse folle che oggi acclamano domani grideranno «Crocifiggilo». Questo contrasto è teologico: l’uomo accoglie Dio secondo le proprie attese, ma fatica a riconoscerlo quando si manifesta nella debolezza. L’Osanna, che significa «salvaci», diventa così una preghiera ambigua che chiede salvezza, ma non accetta la via attraverso cui essa viene donata.
Un dettaglio significativo è il fatto che tutta la città «fu scossa» (Mt 21,10). Non è una semplice agitazione perché è un verbo che richiama quasi un terremoto interiore. L’ingresso di Gesù provoca una crisi, una domanda: «Chi è costui?». E la risposta della folla è ancora parziale: «È il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea». È una risposta vera, ma incompleta. Gesù è più di un profeta: è il Figlio, il Re, il Servo. Ma questa verità si svelerà pienamente solo sulla croce.
Alla luce della Passione, questo ingresso appare come un’epifania anticipata. Gesù entra nella città santa non per essere incoronato, ma per essere consegnato e ricevere la corona del martirio. E tuttavia proprio in questa consegna si rivelerà la sua gloria. Come insegna l’inno di Filippesi, egli si abbassa fino alla morte, e per questo viene esaltato. L’asina su cui siede è già segno di questa kenosi per la quale il Messia sceglie la via dell’umiltà, che culminerà nella croce.
La tradizione patristica ha spesso visto nei due animali (l’asina e il puledro) il simbolo dei due popoli, Israele e le genti, che Cristo unisce a sé. Anche il commento esegetico accenna alla possibilità di leggere in questo gesto una dimensione universale: Gesù entra come re per tutti, non solo per alcuni. La sua venuta non esclude, ma raccoglie; non divide, ma raduna.
Per il credente, questo testo diventa un invito a interrogarsi sul proprio modo di accogliere Cristo. Anche noi possiamo essere tra la folla che acclama, ma senza comprendere; possiamo desiderare un Messia secondo le nostre attese, ma non essere disposti a seguirlo sulla via della croce. L’ingresso di Gesù in Gerusalemme chiede una conversione dello sguardo: riconoscere che la salvezza passa attraverso la mitezza, l’umiltà, il dono di sé.
Così, mentre contempliamo il Re che viene, siamo chiamati a lasciarci scuotere interiormente: «Chi è per me Gesù?». Se accogliamo davvero la sua presenza, anche la nostra vita sarà attraversata da questa stessa logica: non la ricerca del potere, ma il servizio; non l’affermazione di sé, ma il dono. E allora il nostro cuore potrà diventare quella Gerusalemme che accoglie il suo Signore.
In questo cammino, l’Osanna della folla può diventare la nostra preghiera autentica, invocazione: «Signore, salvaci secondo la tua via, anche quando non la comprendiamo fino in fondo».

Dio onnipotente ed eterno,
che hai dato come modello agli uomini
il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,
fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,
fa’ che abbiamo sempre presente
il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Isaìa Is 50,4-7
Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare confuso.

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.

Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.

Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.

Discepoli della umile e mite Sapienza
Il servo del Signore appare come un saggio discepolo che è incaricato di istruire a sua volta i pii Giudei che «temono Dio». Egli è inviato a tutti gli smarriti di cuore, senza distinzione tra Ebreo o pagano, «che camminano nelle tenebre». Animato dalla fiducia in Dio, non ricusa la sofferenza del rifiuto e dell’umiliazione pur di realizzare la Sua volontà di cui egli è ministro.
Il servo non si sostituisce al Maestro ma va verso i fratelli con uno spirito da discepolo che antepone alla parola l’ascolto. Egli comunica solo quello che ha ascoltato dal Signore. Non è una parola di giudizio ma di misericordia e mitezza. Da una parte il servo di Dio partecipa alle sofferenze dei fratelli, dall’altra insegna loro a non combattere con le armi della violenza ma con gli strumenti della mitezza. Attraverso l’umiltà e la mitezza Dio vince sul male e riscatta quelli che confidano in lui.

Salmo responsoriale Sal 21
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d’Israele.

Dal grido dell’abbandono alla fiducia che salva
In Isaia il Servo offre il suo dorso ai flagellatori e non sottrae il volto agli insulti; nel salmo questa esperienza diventa preghiera accorata, grido che sale dal cuore di chi soffre ingiustamente: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Il Servo di Isaia non è un uomo indifferente al dolore, ma uno che attraversa fino in fondo la prova, sostenuto dalla fiducia in Dio. Allo stesso modo, il salmista non nasconde la propria angoscia per essere circondato, deriso, umiliato. Le immagini sono forti e concrete, quasi corporee – «hanno scavato le mie mani e i miei piedi», «si dividono le mie vesti» – e ci introducono in una sofferenza reale, che non viene spiritualizzata né attenuata.
Eppure, come nel canto del Servo, anche qui la sofferenza non si chiude nella disperazione. Il grido iniziale non è una rottura con Dio, ma un atto di fede che osa invocare proprio quando tutto sembra negare la sua presenza. Il Servo dice: «Il Signore Dio mi assiste», e il salmista, pur nella prova, continua a rivolgersi a Lui: «Ma tu, Signore, non stare lontano».
Così il salmo compie il passaggio decisivo dalla lamentazione alla lode. Colui che è stato umiliato annuncia il nome di Dio ai fratelli, trasformando il dolore in testimonianza. È la stessa dinamica del Servo che vive l’umiliazione nella fiducia che Dio opera una salvezza universale. Per il credente, questo salmo diventa scuola di preghiera perchè insegna a non censurare il dolore, ma a viverlo davanti a Dio, nella certezza che anche quando tutto sembra perduto, il Signore non abbandona chi confida in Lui.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési Fil 2,6-11
Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò.

Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.

Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Il cammino della croce e della gloria
L’apostolo Paolo esorta i Filippesi a non lasciarsi coinvolgere in logiche estranee al vangelo inculcate da coloro che solo in apparenza sono amici fidati, ma che seminano divisione e alimentano le contrapposizioni nella comunità. Il segno distintivo del cristiano è la comunione che si fonda sull’imitazione di Gesù Cristo. Egli è la vera immagine dell’uomo figlio di Dio non corrotto dal peccato. Infatti, Gesù non ha considerato la sua condizione divina come qualcosa da possedere egoisticamente, come se fosse il padrone assoluto, ma l’ha messa a servizio dei fratelli assumendo la condizione di servo. Si è fatto tutto simile all’uomo, eccetto il peccato, affinché fosse chiaro a tutti la vocazione comune alla santità. Questa è la vera gloria alla quale Dio da sempre vuole condurre gli uomini. L’abbassamento è la via della croce attraverso la quale si giunge alla gloria. Per il cristiano il servizio e l’abbassamento verso i fratelli sono connessi con l’esperienza della mortificazione. Essa, però, non annichilisce l’identità della persona, ma, liberandola dal peccato che ne deturpa la dignità, la esalta in maniera straordinaria. Gesù è l’esempio di come per amore si può toccare il fondo dal quale il Signore Dio solleva collocando i suoi eletti su troni di gloria.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo (Mt 26,14- 27,66)

I atto: La preparazione della Pasqua (26, 1-19)

Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

II Atto: La santa Cena (26, 20-35)

Uno di voi mi tradirà
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge
Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».
Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

III Atto: La preghiera al Ghetsemani (26, 36-46)

Cominciò a provare tristezza e angoscia
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».
Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

IV Atto: Dall’arresto alla morte di Giuda (26, 47-27,10)

Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono
Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza
Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.
I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

Consegnarono Gesù al governatore Pilato
Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».

V Atto: Dalla condanna a morte alla sepoltura del Messia (27, 11-66)

Sei tu il re dei Giudei?
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.
Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Salve, re dei Giudei!
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».
Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

Elì, Elì, lemà sabactàni?
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo depose nel suo sepolcro nuovo
Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.

Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete
Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Lectio divina
Il racconto della Passione secondo Matteo è composto di 5 atti.

La preparazione della Pasqua (26, 1-19)
La santa Cena (26, 20-35)
La preghiera al Ghetsemani (26, 36-46)
Dall’arresto alla morte di Giuda (26, 47-27,10)
Dalla condanna a morte alla sepoltura del Messia (27, 11-66)

Il primo atto è composto di cinque scene:

a. – Preparativi per la Pasqua (26, 1-2)
b. – La riunione del Sinedrio per uccidere Gesù (26, 3-5)
c. – La cena di Betania (26, 6-13)
b1. – Giuda e il complotto con i capi (26, 14-16)
a1. – La preparazione della Pasqua (26, 17-19)

La prima e l’ultima scena, come anche la seconda e la quarta, si richiamano mettendo in evidenza quella centrale. Gesù ricorda che la Pasqua è imminente e annuncia il tradimento e la crocifissione. La gioia per l’imminenza della festa si coniuga con la profezia della morte. Gesù prepara i suoi discepoli a vivere la Pasqua rendendoli partecipi di un evento nel quale essi dovranno assumersi delle responsabilità. La seconda e la quarta scena raccontano come l’annuncio profetico di Gesù inizia a realizzarsi. I capi del popolo e uno dei Dodici si alleano per complottare contro Gesù. Gesù è veramente un profeta. Lo dimostra il fatto che quello che dice si realizza. La scena centrale, ambientata a Betania nella casa di Simone il lebbroso, descrive il gesto inaspettato di una donna che versa sul capo di Gesù l’olio prezioso molto profumato suscitando lo sdegno dei discepoli e la grata ammirazione di Gesù. Infatti, egli coglie nell’unzione un atto profetico nel quale riconosce la sua consacrazione. Egli è chiamato ad essere il Profeta, il Re e il Sacerdote. Non si tratta di titoli ma di un servizio altissimo a favore del nuovo popolo di Dio. Gesù, consacrato Cristo e Figlio di Dio, in quanto profeta compie in sé stesso la Parola di Dio; offrendo sé stesso in sacrificio esercita il Sacerdozio per espiare i peccati del popolo e riconciliarlo con Dio; ricevendo da Dio ogni potere viene costituito Pastore d’Israele per riunirlo in un unico popolo e condurlo alla salvezza.

Il secondo atto è composto da tre scene:

a – Annuncio profetico del tradimento (26, 20-25)
b – Il segno profetico di Gesù e le parole sul pane e sul vino (26, 26-30)
a1 – Annuncio profetico della passione del Pastore e del rinnegamento (26, 31-35)

Al segno profetico della donna, la quale agli occhi di Gesù riveste un ruolo importante nel discernimento della sua vocazione, segue quello di Gesù stesso. Viene sottolineata la sua attività profetica. Nel contesto della cena, in un clima di convivialità, porta alla luce le intenzioni di Giuda, rivela il cuore del progetto di Dio e anticipa la reazione dei discepoli davanti al dramma che sta per consumarsi. Gesù appare come un uomo pienamente consapevole di ciò che sta per accadere, delle intenzioni e le debolezze dei suoi discepoli. Nelle parole sul pane e sul vino Gesù fa una dichiarazione d’intenti. Egli condivide con i suoi l’intenzione di aderire alla volontà di Dio e di offrire la sua vita come sacrificio di espiazione per i peccati. L’evangelista Matteo chiarisce il valore salvifico della morte di Gesù. Egli sta per essere sacrificato come il capro espiatorio il cui sangue, sparso sul popolo indicava l’avvenuto perdono dei peccati e la riconciliazione con Dio. «Questo è il mio sangue dell’alleanza versato per molti per il perdono dei peccati». Con queste parole Gesù insegna a vedere nel sacrificio della croce, il cui memoriale è celebrato nell’Eucaristia, l’atto salvifico di Dio che riconcilia l’uomo a sé per un’alleanza di vita e non di morte. Nella festa dello Yom Kippur, mediante il rito del sacrificio di un capro il cui sangue veniva in parte portato oltre il velo del Tempio nel Santo dei Santi e in parte asperso sul popolo, si celebrava il rinnovo dell’alleanza con Dio infranta con i peccati. Con quel rito s’intendeva ripristinare ogni anno la giusta relazione di amicizia con Dio. Il segno profetico annuncia una novità rispetto alle attese del popolo che pure aspettavano un rinnovamento sociale. La novità inaugurata dalla Pasqua non è l’imposizione di un nuovo ordine sociale con la sostituzione delle figure apicali, ma il dono di uno spirito che rende nuovo il cuore dell’uomo che, aderendo alla volontà di Dio, si mette al servizio del progetto di una nuova civiltà fondata sulla legge dell’amore. Il perdono offerto all’uomo dal sacrificio di Cristo sulla croce nelle intenzioni di Dio vuole essere il giorno natalizio di un uomo nuovo consacrato per essere in Cristo profeta, re e sacerdote.

Il terzo atto, che si svolge nel Getsemani, è strutturato in tre scene, tante quante sono le menzioni della preghiera di Gesù:

a – La prima preghiera (26, 36-41)
b – La seconda preghiera (26, 42-43)
a1 – La terza preghiera (26, 44-46)

Nel racconto della Passione il terzo atto riveste un ruolo centrale perché segna il passaggio dalla parola all’evento. Questa svolta avviene nella preghiera, anticipazione del passaggio cruciale sulla croce dove la Pasqua si consuma mentre Gesù prega. L’evento della Pasqua è vissuto da Gesù come un rito liturgico, ovvero come sacrificio di lode. Da quel momento in poi la Pasqua è liturgia affinché tutta la vita sia una liturgia. La liturgia è pregare con Gesù con spirito vigilante. I discepoli, che già erano un po’ brilli a causa del vino dolce bevuto durante la cena, non reggono alla stanchezza e si addormentano. Il custode d’Israele non si addormenta e prega il Padre affinché gli sia risparmiata la sofferenza e la morte. Egli è combattuto tra il fare la volontà di Dio fino alla sua fine e la paura della morte. In questa lotta spirituale egli si abbandona fiducioso in Dio e dice il suo amen: «Si compia la tua volontà». Non è un sì rassegnato. L’anima turbata diventa serena e pacifica come un bambino in braccio a sua madre (cf. Sal 130). Infatti, invita i discepoli a dormire e riposare. Ma subito dopo, con fare risoluto e deciso ordina di alzarsi e di andare. È l’ordine del re. Gesù è il nuovo piccolo Davide che va incontro a Golia semplicemente con l’arma della fede nella potenza del Padre.

Il quarto atto copre l’arco di tempo che va dall’arresto di Gesù alla morte di Giuda ed è composto di cinque scene:

a – arresto di Gesù e la fuga dei discepoli (26, 47-56)
b – prima fase del processo a Gesù (26, 57-68)
c – il rinnegamento di Pietro (26, 69-75)
b1 – la consegna a Pilato (27, 1-2)
b2 – la morte di Giuda (27, 3-10)

Con l’arresto inizia a compiersi la Scrittura e le parole di Gesù. Si sovrappongono due piani, quello degli uomini e quello di Dio anche se sono diametralmente opposti. I capi e Giuda sono alleati tra loro nel fare fuori Gesù che, per gli uni e per l’altro, anche se da due prospettive diverse, rappresenta una minaccia. Infatti, per i capi religiosi Gesù è un usurpatore del loro potere, mentre per Giuda è un fallito che potrebbe ostacolare la sua idea di redenzione d’Israele. In fondo, Giuda vorrebbe sostituirsi a Gesù nella conduzione di una rivoluzione che possa portare al ristabilimento di un nuovo ordine sociale. È giunto il momento propizio per consegnare nelle mani delle autorità Gesù perché sia messo fuori gioco. Però lui, al contrario dei capi, di cui ignora le reali intenzioni, non vuole la morte di Gesù. Il Rabbì è padrone della situazione più di quanto Giuda possa immaginare perché non solo conosce il progetto di Dio ma sa che esso si realizzerà anche per la salvezza di chi lo vuole fare fuori. Perciò non risponde al male col male ma col bene. Gesù chiama Giuda «amico» e intima ai suoi di non opporsi con le armi alla violenza. Egli per primo mette in pratica la «giustizia superiore» di quella degli scribi e dei farisei (cf. Mt 5): cerca la riconciliazione con il suo avversario e prega per i suoi nemici. Dunque, la parola di Gesù si realizza non solamente negli eventi esterni, ma soprattutto nella sua vita interiore. La libertà viene esercitata mediante la conformazione della propria volontà a quella del Padre. Questa è la forza vincente di chi punta all’obbiettivo di amare i fratelli e salvarli a costo di perdere la propria vita. Chi invece vuole salvare sé stesso, ovvero raggiungere gli obiettivi che sono nella sua testa, perde sé stesso e coinvolge anche gli altri nella caduta. Chi salva gli altri, salva anche sé stesso.
Giuda consegna Gesù nelle mani dei capi i quali, mediante un processo farlocco, lo condannano a morte. Ma la condanna non può essere eseguita senza l’intervento dell’autorità civile. Davanti ai capi che cercano un capo di accusa valido per decretarne la morte Gesù rivela che si sta compiendo la Scrittura che, mediante il profeta Daniele, annuncia l’arrivo del Messia. Egli ha caratteristiche regali e sacerdotali, non sul modello umano ma su quello divino. Questa figura misteriosa, infatti, viene dal cielo. Gesù, dunque, si rivela come il re-pastore che viene da Dio per riunire le pecore disperse. Il messianismo regale viene frainteso dalle autorità religiose che finalmente trovano il capo d’imputazione giusto per deferire Gesù all’autorità civile e chiederne la morte. Non è questa la fine che aveva immaginato Giuda, il quale, vedendo Gesù consegnato nelle mani di Pilato, comprende che la sua condanna a morte è ormai certa. L’ultima scena narra il drammatico epilogo della vita di Giuda. Matteo è l’unico evangelista che racconta più diffusamente la vicenda dell’apostolo traditore. Innanzitutto, Giuda riconosce il suo errore e si pente confessando pubblicamente il suo peccato. Spera che con la sua confessione e la restituzione del denaro pattuito per la consegna di Gesù possa convincere i capi a salvarlo da morte certa, ritirando la denuncia. La risposta negativa, con la quale le autorità si disinteressano al suo appello, lo inducono ad un gesto estremo che si spiega non solamente con la disperazione generata dal rimorso, ma anche con l’idea ebraica di espiazione del peccato. Esso dipende dal perdono dei sacerdoti o dalla morte. Giuda sceglie di morire per espiare il suo peccato e liberare Gesù dalla morte. Egli, per così dire compie un sacrificio sostitutivo come se fosse il capro espiatorio. Giuda, dunque, dandosi la morte ha inteso sacrificarsi per Gesù, al posto suo. Questo gesto di Giuda rivela quello che la morte di Cristo non è. Si tratta di una contro-testimonianza che però mette in risalto il vero senso della morte di Gesù. Gesù non muore per espiare i suoi peccati, quindi per auto-salvarsi, ma perde la propria vita per servire e dare la propria vita in riscatto di molti, cioè di tutti gli uomini (cf. Rm 5, 6-8).
Anche la scena centrale, che racconta il rinnegamento di Pietro e si conclude col suo pianto amaro, descrive l’apostolo come un discepolo legato a Gesù, che lo segue fintanto che può, anche se da lontano. Lui vorrebbe tener fede alla promessa fatta a Gesù ma deve cedere all’evidenza del suo peccato rivelato dal Maestro qualche ora prima. Gesù aveva parlato del canto del gallo. Infatti, quando il gallo canta Pietro si ricorda la profezia sul suo rinnegamento. Cosa che si è puntualmente realizzata. Anche la contro-testimonianza di Pietro diviene la testimonianza della credibilità di Gesù. Il gallo del canto nella letteratura rabbinica indica il suono dello Shofar che chiama i sacerdoti e i leviti al loro servizio. Nel canto del gallo Pietro riconosce la voce di Dio che chiama Gesù al servizio del tempio. Egli, come sommo sacerdote e vittima, entra nel tempio col suo sangue che, sparso sul popolo, lo redime dai suoi peccati e lo riconcilia con Dio.
Davanti al sommo Sacerdote Kaifa, Gesù ha evocato la profezia di Daniele 7, 13-14 con la quale s’identificava con la figura misteriosa del Figlio dell’uomo. Egli annuncia il compimento di quella promessa divina con la quale Daniele assicurava al popolo esule in Babilonia la reintegrazione di quanto aveva perduto: la terra, il Re e il tempio. Come avverrà quanto promesso? Gli eventi della Pasqua di Gesù sono letti alla luce di queste promesse messianiche. In realtà, la Pasqua di Cristo non consiste nel restituire quanto perduto ma nel donare un’alleanza nuova che rinnovi anche il popolo. Il sangue di Gesù, versato in sacrificio, è il prezzo del riscatto dal peccato che rende schiavi. Grazie a quel sangue il popolo riceve in eredità una terra nuova, viene affidato alle cure del Re-Pastore secondo il cuore di Dio e diviene egli stesso Tempio nel quale abita il Signore. Infatti, la conclusione del quarto atto riferisce l’acquisto del «Campo del vasaio» con i soldi, compenso per il tradimento, che Giuda aveva prima preso e poi restituito ai sacerdoti. Citando indirettamente il profeta Zaccaria (Zc 11,12-13) l’evangelista Matteo vuole mettere in evidenza ancora una volta il realizzarsi del piano divino. La logica lineare dell’amore di Dio si fa strada tra le linee contorte delle scelte umane. La Parola fa il suo cammino per raggiungere la sua meta passando attraverso le strade tortuose delle vicende umane, rese impraticabili dal peccato. Il campo del vasaio prende il nome di «Campo del sangue». Il sangue di Cristo è il prezzo col quale viene acquistata la terra, segno profetico che indica il compimento della promessa di Dio al suo popolo. Quel terreno viene acquistato per la sepoltura degli stranieri, ad indicare che l’azione salvifica di Cristo non è riservata al solo Popolo eletto ma a tutti gli uomini. Anche gli stranieri diventano cittadini della Città santa. Nel quinto atto prosegue il processo di compimento che raggiungerà il suo culmine con la «intronizzazione» di Gesù sulla croce e l’accesso definitivo a tutti nel Tempio.

Il V atto copre l’arco narrativo che va dalla condanna a morte di Gesù alla sua sepoltura ed è composto da cinque scene:

a – La condanna (27, 11-26)
b – La crocifissione (27, 27-44)
c – La morte (27, 45-54)
b1 – La sepoltura (27, 55-61)
a1 – I sigilli (27, 62-66)

La prima e l’ultima scena hanno come protagonista Ponzio Pilato dai cui ordini dipendevano i soldati deputati ad eseguire la condanna a morte e a fare la guardia al sepolcro di Gesù.
L’interrogatorio davanti a Pilato si svolge attorno all’accusa mossa contro Gesù di credersi e far credere di essere il re dei Giudei. Gesù non si difende in alcun modo. Il suo silenzio è interpretato giustamente da Pilato come segno della sua innocenza così come, dalla veemenza delle accuse mosse dai capi nei confronti di un Giudeo come loro, comprende che lo hanno consegnato per invidia. Il governatore vorrebbe liberare Gesù coinvolgendo la folla, la quale, in occasione della festa di Pasqua, ha il privilegio di concedere la grazia ad un condannato. Nella scelta tra Barabba e Cristo sembra riproporsi la scelta tra il capro, il cui sangue deve essere asperso nella Festa della Espiazione, e quello che invece deve essere lasciato andare nel deserto carico dei peccati del popolo, secondo la prescrizione di Lv 16 che distingue il capro «per il Signore» e quello «per Azazel». La voce della moglie di Pilato e quello della folla concordano nell’identificare Gesù con il «capro per il Signore» il cui sangue deve essere asperso in segno di perdono dei peccati. Il sogno rivela che Gesù è innocente, senza difetto, e la folla acclama: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». In questo modo si compiono le parole di Gesù nell’ultima cena: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza che è versato per molti per il perdono dei peccati». Gesù, dunque, diviene vittima e sacerdote. Con la sua morte, in qualità di nuovo Sommo Sacerdote, entra nel Santo dei Santi portando non il sangue di un capro ma il suo stesso sangue, grazie al quale avviene la riconciliazione e il perdono dei peccati.
La seconda scena è un trittico nel quale tutto ruota attorno alla figura di Gesù, Cristo Re. I soldati lo scherniscono prima denudandolo e poi mettendogli addosso un mantello rosso, ponendogli sul capo una corona di spine e in mano una canna. Gli infliggono sofferenze fisiche e umiliazioni. È l’inizio di un corteo che non ha nulla di trionfale ma tutto di estremamente paradossale e pieno di violenza. Sono coinvolti anche persone, come il Cireneo, che casualmente incrocia la strada verso il calvario. Probabilmente Gesù era così debilitato che non avrebbe retto fino al luogo dell’esecuzione se non fosse stato aiutato a portare il patibolo della croce. Anche se costretto, il Cireneo fa esperienza diretta delle parole di Gesù: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29). Gesù, infatti, è il giusto innocente e sofferente che vive il dramma nella preghiera. L’evangelista Matteo racconta la passione di Gesù facendo eco alla preghiera del Sal 22 nel quale l’orante racconta a Dio la sua passione. Il salmista si lamenta delle angherie subite da coloro che lo spogliano delle sue vesti e se ne appropriano dividendole tra loro o gettando la sorte. La ferita più grande non è nel corpo ma nell’anima ed è inferta dalle parole che dileggiano la sua fede insinuando il dubbio sulla sua onestà. Se fosse veramente innocente Dio lo salverebbe dalla morte. La sofferenza atroce e ingiusta fa sorgere interrogativi inquietanti sulla sua reale identità. Può essere lui, il crocifisso tra i malfattori, il re d’Israele, il Messia e Figlio di Dio? Quali sono i segni che ne manifesterebbero la sua autorità? Tutto fa pensare che sia un impostore e che abbia ingannato tutti. La passione sarebbe la dimostrazione della sua colpevolezza. A questa conclusione certamente si arriverebbe seguendo la logica della giustizia retributiva, che però non è quella di Dio. Il fine della giustizia divina non è il risarcimento per il danno o la restituzione del mal tolto, ma è la misericordia che genera per grazia una nuova realtà.
Gesù è il «Servo di Dio» sofferente descritto nei 4 oracoli profetici di Isaia (cf. I Canti del Servo sofferente: Is 42,1-4[5-9]. 49,1-6. 50,4-9[10-11]. 52,13-53,12). L’evangelista Matteo in più momenti del suo racconto accosta la figura di Gesù a quella del Servo di YHWH. Nella scena centrale del quinto atto della narrazione Gesù ritorna a parlare. Non sono parole solamente sue, ma fa sue le parole dell’uomo sofferente che nella passione prega. Sulla croce la preghiera di Gesù è l’amen definitivo che aveva pronunciato nel Ghetsemani. La domanda di Gesù non cade nel vuoto ma viene raccolta da Dio insieme al suo spirito.
La risposta di Dio è nei segni che seguono la morte di Gesù. Lo squarciarsi del velo del tempio, il terremoto, con la conseguente apertura dei sepolcri e la risurrezione dei morti, sono segni rivelativi dell’opera di Dio. Gesù con la sua morte è stato consacrato definitivamente Re, Sacerdote, Profeta. In quanto Re, come Salomone, costruisce il nuovo tempio, in qualità di Sommo Sacerdote apre l’accesso a Dio oltre la morte per tutti, nel ruolo di Profeta pronuncia la parola di vita che trae fuori dai sepolcri i santi per introdurli nella Gerusalemme celeste.
La Chiesa nascente è rappresentata dal centurione che, sebbene pagano, riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, da Giuseppe d’Arimatea che, in qualità di membro del Sinedrio e in rappresentanza dei capi, offre a Gesù l’omaggio del proprio sepolcro e, in fine le donne, uniche tra i discepoli a rimanere con lui fino alla fine, siedono e attendono presso il sepolcro. La fede del centurione, di Giuseppe di Arimatea e delle donne è sincera ma ancora mancante. Essi credono ma non ricordano tutte le parole di Gesù che oltre alla passione e alla morte ha annunciato anche la sua risurrezione il terzo giorno. È una fede rassegnata che fa coincidere la giustizia di Gesù nella sua obbedienza. Bisogna fare propria la domanda di Gesù sulla croce: «Perché mi hai abbandonato?». Gesù non cerca la causa e il colpevole, ma chiede a Dio di rivelare il fine di quella sofferenza mortale: Verso quale oltre mi stai conducendo? I segni, resi noti dall’evangelista, indicano a quale oltre conduce Gesù con la sua morte. Essi che hanno creduto nell’obbedienza di Gesù alla volontà di Dio devono fare ancora un passo in avanti nel credere che quella volontà si compie con la risurrezione grazie alla quale si raggiunge pienamente l’obiettivo della Pasqua: la riconciliazione e la comunione tra Dio e l’uomo.
L’ultima scena ha qualcosa di paradossale. C’è chi crede ma non ricorda e chi, come i capi che tornano da Pilato, ricorda ma non crede. Essi ricordano le parole di Gesù che aveva annunciato la risurrezione. Non credono perché non riconoscono nella passione e morte di Gesù il realizzarsi della volontà di Dio. Eppure, tutto quello che egli aveva annunciato circa la sua passione si è puntualmente realizzato, ma non possono credere perché non sono giunti a vedere nelle vicende dolorose della passione il compiersi della promessa di Dio. I capi, acciecati dall’invidia e dall’avidità, non hanno speranza perché le loro aspettative sono chiuse nell’orizzonte mondano. Chiedono a Pilato di mettere una guardia per custodire il corpo di Gesù e impedire la realizzazione di una truffa ad opera dei suoi discepoli. La pietra viene sigillata quasi a dichiarare definitivamente chiusa la questione che invece sarà di nuovo aperta dall’angelo che romperà i sigilli umani per porre su quella tomba vuota il sigillo della risurrezione e della vita nuova.

Meditatio
Nell’abbassamento del Figlio, la rivelazione della gloria

La Parola ci introduce nel mistero del cammino della croce, che non è fallimento ma rivelazione dell’amore obbediente del Figlio. L’apostolo Paolo, nell’inno ai Filippesi (Fil 2,6-11), ci consegna la chiave per entrare nel racconto della Passione: Cristo non trattiene gelosamente la sua uguaglianza con Dio, ma si svuota, si abbassa, si consegna. Questo abbassamento non è perdita, ma manifestazione della vera identità divina, perché Dio è amore che si dona.
Nel racconto della Passione secondo Matteo, questa kenosi prende carne nella storia e si rivela attraverso una trama ricca di segni e compimenti. Matteo insiste con forza su un dato: tutto avviene «perché si compiano le Scritture». La Passione non è un incidente della storia, ma il luogo in cui si manifesta la fedeltà di Dio alle sue promesse. Già nel Getsemani, quando Pietro tenta di difendere Gesù con la spada, il Signore risponde: «Ma come allora si compirebbero le Scritture?» (Mt 26,54). Qui emerge un tratto tipico della narrazione matteana: Gesù è il Figlio obbediente che accoglie liberamente il disegno del Padre, senza sottrarsi alla via della sofferenza.
Nel suo silenzio davanti al sinedrio e a Pilato, Gesù incarna il Servo del Signore annunciato da Isaia: «Ho presentato il dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Is 50,6). Matteo sottolinea questo silenzio in modo particolare: «Gesù taceva» (Mt 26,63). I Padri hanno contemplato in questo silenzio la sovranità del Cristo: non è un imputato che subisce, ma il Figlio che si consegna. Come afferma sant’Agostino, Cristo «vince tacendo, perché combatte amando». Il silenzio di Gesù non è vuoto, ma è pienezza di obbedienza.
La narrazione matteana mette in luce anche il dramma del rifiuto: Giuda che tradisce, Pietro che rinnega, i discepoli che fuggono, il popolo che grida «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli» (Mt 27,25). Tuttavia, proprio in questa spirale di peccato, si manifesta la misericordia di Dio. Il gesto di Giuda, con il suo tragico pentimento, e il pianto di Pietro aprono uno squarcio sulla condizione umana: l’uomo è fragile, ma non è abbandonato. La Passione rivela la verità del peccato, ma ancor più la sovrabbondanza della grazia.
Un tratto peculiare di Matteo è l’insistenza sui segni cosmici che accompagnano la morte di Gesù: «Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono» (Mt 27,51-52). Questi segni non sono semplici elementi narrativi, ma indicano che nella morte di Cristo accade qualcosa di decisivo: si apre un accesso nuovo a Dio. Il velo squarciato annuncia che la separazione tra Dio e l’uomo è vinta; i sepolcri aperti anticipano la vittoria sulla morte. La croce diventa così il punto di svolta della storia.
In questo contesto risuona il grido di Gesù: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46), eco del Salmo 21. Matteo conserva questo grido nella sua forma più aramaica, quasi a sottolinearne la drammaticità. Ma, come insegna la tradizione, questo grido non è disperazione: è la preghiera del giusto perseguitato che si affida a Dio. Il Salmo 21 conduce dalla notte alla lode, e così anche la Passione è attraversata da una luce nascosta: Dio è presente proprio nell’apparente assenza.
Un elemento sorprendente della narrazione matteana è la confessione del centurione e dei soldati: «Davvero costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,54). Non sono i discepoli, ma i pagani a riconoscere la verità di Gesù. Qui si apre una prospettiva universale: la croce non è solo per Israele, ma per tutti. Matteo, che aveva iniziato il suo Vangelo con la visita dei Magi, lo conclude con la professione di fede dei pagani: la salvezza si estende a tutte le genti.
La croce diventa così il luogo in cui si manifesta la fedeltà incrollabile del Figlio. «Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso» (Is 50,7): questa parola del Servo illumina il volto di Gesù nel Getsemani e nel Golgota. Egli attraversa l’angoscia, la solitudine, il tradimento, ma non viene meno nella fiducia. Anche quando grida, rimane il Figlio che si affida.
La tradizione patristica ha contemplato questo paradosso: sulla croce, Cristo appare sconfitto, eppure proprio lì si compie la sua esaltazione. San Leone Magno afferma che «la croce è il trono del Re». In Matteo questo è particolarmente evidente nell’ironia tragica dei soldati che lo proclamano re mentre lo deridono (Mt 27,29): senza saperlo, dicono la verità. La regalità di Cristo si manifesta proprio nell’umiliazione: egli regna dalla croce.
Per il credente, questo mistero non è solo da contemplare, ma da vivere. L’imitazione di Cristo, di cui parla Paolo, passa attraverso la stessa dinamica: perdere per ritrovare, servire per regnare, donarsi per vivere. La mortificazione non è negazione sterile, ma liberazione da ciò che imprigiona il cuore. È il cammino che restituisce all’uomo la sua verità più profonda: essere figlio nel Figlio.
Così, il racconto della Passione secondo Matteo diventa specchio della nostra esistenza: nelle prove, nelle incomprensioni, nelle croci quotidiane, siamo chiamati a entrare nella logica del Servo. Non per cercare la sofferenza, ma per vivere ogni situazione nell’amore e nella fiducia. Allora anche la nostra vita, segnata dalla fragilità, può diventare luogo di rivelazione della gloria di Dio.

La Parola interpella la vita
In quali situazioni della mia vita faccio fatica ad accogliere la logica dell’abbassamento e del servizio proposta da Cristo?
Come vivo le prove e le incomprensioni: come fallimento o come occasione di affidamento al Padre?
In che modo la contemplazione della Passione può trasformare il mio modo di relazionarmi agli altri, soprattutto nei momenti di conflitto?

Oratio
Signore Gesù, Servo obbediente,
che hai percorso la via della croce nel silenzio e nella fiducia,
insegnaci a non fuggire le prove della vita,
ma a viverle uniti a te, nella certezza dell’amore del Padre.

O Cristo, umiliato e deriso,
che non hai risposto all’ingiustizia con violenza,
plasma il nostro cuore perché sia mite e forte,
capace di amare anche quando è ferito.

Signore crocifisso, che nel grido dell’abbandono
hai racchiuso la speranza di ogni uomo,
sostienici nelle nostre notti interiori
e rendi la nostra fede perseverante nella prova.

O Figlio esaltato dal Padre,
che dalla croce sei entrato nella gloria,
fa’ che anche noi, seguendo le tue orme,
possiamo partecipare alla gioia della risurrezione. Amen.