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Buongiorno a tutti!

Sono molto lieto di incontrarvi questa mattina che, come sapete, dedichiamo al sacramento della Riconciliazione, momento di grazia e di alta espressione ecclesiale. Vi invito a coglierne il significato profondo: l’intero presbiterio, al cospetto di Dio, si affida, consegnando il male ricevuto e commesso, e invoca la grazia di essere rinnovato. Questa mattina, in modo particolare, e durante tutta la Quaresima, abbiamo bisogno di essere sostenuti dalla preghiera reciproca di intercessione.

Le letture appena ascoltate ci introducono nel clima della Confessione e ci aiutano a fare chiarezza nella nostra vita. Nella prima lettura Giuseppe, ormai nostro compagno di viaggio, si presenta ai fratelli mentre pascolano le greggi. Egli è il “sognatore” e, nella percezione dei fratelli, era colui che credeva nel proprio destino di superiorità; questa convinzione ha innescato in loro una dinamica di gelosia, invidia e odio. Certi sentimenti, se non arginati, crescono in maniera esponenziale, avvelenando il cuore, la vita, le relazioni quotidiane ed accecando la ragione; e non nascono dall’oggi al domani, ma covano dentro nel tempo. Non bisogna stupirsi se, alla lunga, fanno perdere la serenità interiore e la capacità di tollerare, sopportare o perdonare. Giuseppe viene spogliato della sua tunica dalle lunghe maniche, un abito non proprio da bracciante.

Giuseppe, più che il prediletto del padre, è oggetto di un amore previdente da parte di Dio, inserito in un disegno imperscrutabile a lui e ai fratelli. Questi ultimi, incapaci di interpretare i sogni con gli occhi della fede, si fermano ad una lettura puramente umana, percependo in lui solo un rivale superiore, più amato e considerato. Ciò li porta a pronunciare una sentenza di violenta eliminazione. Ruben e Giuda, nel tentativo di salvare il fratello dalla morte, finiscono per venderlo. La storia raccontata al padre è talmente convincente da indurre persino loro a crederci.

Conosciamo bene l’epilogo della storia di Giuseppe.

Per questo nostro momento di confessione, mi limito a sottolineare alcuni punti.

Giuseppe è il prediletto, ma soprattutto è un eletto di Dio, inconsapevole del suo destino, proprio come spesso lo siamo noi. La mia storia personale, pur non avendone io conoscenza piena, è guidata dal Signore, che mi ha scelto per il suo servizio, secondo i suoi tempi e modi, senza anticiparmi il percorso. A me è chiesta fede, affidamento ed obbedienza, anche quando subisco il male. Invece, spesso, quando le cose non vanno come previsto, specialmente di fronte alla croce ed alla fatica, ingredienti quotidiani e costanti nella vita di ogni credente, la tentazione immediata è quella di dubitare del Signore. Dio si è manifestato in modo eclatante nella vita di Giuseppe solo grazie alla sua fede incrollabile. Nonostante il progetto poco chiaro, nonostante le violenze e il tradimento dei fratelli, la fede di Giuseppe ha permesso a Dio di compiere la Sua opera.

Siamo chiamati a scorgere l’agire di Dio soprattutto nei momenti di crisi, quando la realtà contraddice le logiche umane; se tutto seguisse solo i nostri schemi, la vita non sarebbe più opera Sua! Nella drammatica storia di Giuseppe, Dio mantiene fede al Suo progetto, nonostante l’odio e la violenza degli uomini.

Sebbene le relazioni con i fratelli possano essere complesse e lasciare spesso cicatrici profonde, la storia di Giuseppe insegna che il disegno provvidenziale di Dio si compie comunque. Al contrario, la chiusura relazionale, la ribellione e il rifiuto di fronte agli eventi avversi e alle sofferenze provocate dagli altri rischiano di ostacolare il piano di Dio. Ciascuno, interiormente, può discernere le svolte spirituali sane, nate dall’affidamento a Dio, e quelle involutive, frutto del proprio protagonismo.

Tutti desideriamo avere la conferma che la nostra vita rientra nel progetto di Dio, ma la storia di Giuseppe ci insegna che il Suo silenzio è un mistero che si svela solo col tempo. In ogni circostanza, anche la più difficile, si nasconde un disegno divino che verrà rivelato al momento opportuno.

È necessario semplicemente perseverare nella vita spirituale e nel servizio, confidando nell’amore provvidente e previdente di Dio. Non è fatalismo, ma fiducia, come quella del popolo di Israele che, nel libro dell’Esodo, risponde a Mosè: quanto il Signore ha ordinato noi lo faremo e poi lo capiremo.

Venendo al Vangelo che abbiamo ascoltato, la grande preghiera sacerdotale di Gesù è davvero meravigliosa. Nel momento in cui torna al Padre, Egli prega per i suoi discepoli, invocando per loro doni e grazia. Queste richieste evidenziano alcuni aspetti fondamentali della nostra vita sacerdotale, che siamo chiamati a custodire, rafforzare e sostenere nella nostra vita spirituale.

Erano tuoi e li hai dati a me! I discepoli appartengono al Padre e sono stati consegnati al Figlio perché stessero con lui, imparassero da lui, entrassero in relazione autentica con il Signore Gesù. Sono figli che il Padre ha consegnato al Figlio come dono! Sono stati introdotti alla scuola di intimità della Parola e della salvezza attraverso il ministero pubblico di Gesù.

Custodiscili nel tuo nome…affinché siano una cosa sola, come noi. Ecco la seconda cosa che sta a cuore a Gesù: l’unità dei discepoli, a imitazione della Trinità. Una vera comunione che non omologa ma valorizza le differenze. Come nella Trinità ci sono tre Persone diverse in un solo Dio, così i discepoli, i presbiteri, sono chiamati ad essere in comunione pur nella loro diversità, che non è una minaccia bensì un arricchimento.

La preghiera di Gesù è, dunque, l’invito a essere una cosa sola come Lui e il Padre. Il desiderio profondo dell’uomo, come la forza di attrazione per la materia, è l’unione; al contrario la solitudine è l’inferno. Una Chiesa o un gruppo di discepoli divisi rappresentano l’esatto opposto della comunione trinitaria. Anziché testimonianza dell’opera divina diventa testimonianza del divisore.

Immagino spesso che il maligno punti proprio sulla divisione tra i discepoli, perché è il modo più efficace per vanificare l’annuncio: basta la discordia e la credibilità davanti al Popolo di Dio è perduta.

Abbiano in se stessi la gioia. Quale gioia? Quella di sperimentare, nella nostra realtà di uomini perduti, la salvezza e l’amore incondizionato di Dio. La gioia è il colore proprio di Dio, la firma, il sigillo su ogni opera; se manca, ciò che facciamo non viene da Lui. Nel nostro ministero frenetico, c’è il rischio oggettivo di perdere la gioia interiore, scivolando nell’aridità, nella tristezza e nell’insoddisfazione. Il pericolo maggiore è abituarsi a ciò, smettendo di cercare lo Sposo anche quando sentiamo la sua assenza.

Li custodisca dal maligno. Il Signore è consapevole che, in quanto suoi discepoli e apostoli, siamo costantemente presi di mira dal maligno, senza tregua. È consolante che Lui chieda al Padre di custodirci. Ricordate cosa dice ai suoi? Sta scritto: percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Pietro, tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli.

Consacrali nella verità. La Parola è la verità della nostra vita, la roccia a cui ancorarci. Oggi siamo chiamati ad essere custodi della verità dell’uomo, alla luce di quella di Dio. In quest’epoca di smarrimento, segnata dalla perdita di identità e di senso, molti vivono disorientati, ignorando il valore della propria esistenza e correndo il rischio di autodistruggersi. Essere consacrati nella verità significa assumersi il compito di salvare queste persone, ridonandogli il senso profondo della vita.

Ecco, carissimi, credo ci sia materiale sufficiente per la nostra riconciliazione con il Signore:

  • Riconosciamo le volte in cui abbiamo dubitato di Lui sentendoci “venduti” e mancando di pazienza nel credere che la Sua opera possa manifestarsi anche nelle situazioni avverse, anzi, proprio grazie alle situazioni avverse;
  • Chiediamo perdono per aver chiuso il cuore di fronte ai tradimenti e alle invidie dei fratelli, coltivando rancore o desiderio di vendetta;
  • Ed ancora, per esserci lasciati corrodere dall’invidia e dall’odio, distorcendo la verità pur di giustificarci;
  • Confessiamo la mancanza di coraggio nel difendere i più deboli;
  • Di avere dimenticato che apparteniamo totalmente al Signore, che gli abbiamo donato tutta la vita affinché ne faccia ciò che vuole;
  • Scusiamoci per aver perso la gioia, rassegnandoci e smettendo di cercare lo Sposo;
  • Scusiamoci per non aver lottato con le nostre forze personali e con le armi del ministero per custodire dal maligno i piccoli del Suo popolo;
  • Chiediamogli perdono per tutti i peccati contro l’unità e la verità.

 Oggi, però, vi invito a vivere la confessione focalizzandovi sui peccati commessi contro i confratelli, il presbiterio. Non soffermiamoci sul male ricevuto, ma sul male compiuto verso di loro, come singoli e come corpo ecclesiale.

Smettiamo di fare il gioco del nemico, che mira a dividerci e isolarci tramite delusioni e invidie, perché nella solitudine e nell’isolamento dai fratelli siamo più vulnerabili. Ricordiamo la parabola dei porcospini: siamo chiamati a stare uniti. Chi siamo noi? Siamo peccatori salvati, accomunati dalla stessa missione e dalla sovrabbondante misericordia di Dio.

Che questa confessione coincida anche con la ferma volontà di non permettere più al male di stare in mezzo a noi! Chiediamo la grazia di compiere il primo passo per riconciliarci con colui che ha subito il male da noi.

Grazie.