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Giovedì 15 gennaio u.s., alle ore 17.00, nell’Aula Magna dell’Istituto “Sant’Anna” di Matera, si è tenuto un evento culturale promosso dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose Interdiocesano “Mons. Anselmo Pecci” in occasione dell’avvio dell’anno di Matera Capitale mediterranea della cultura e del dialogo.

L’Istituto Superiore di Scienze Religiose (ISSRI), attualmente diretto dal prof. Angelo Gallitelli, è un’istituzione accademica ecclesiastica promossa dalle Chiese locali della Basilicata, strutturata secondo il modello universitario 3+2 e collegata dal 2017 alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli.

L’ISSRI svolge attività di alta formazione nelle scienze religiose, offrendo percorsi finalizzati allo studio della teologia e delle discipline affini, alla formazione culturale e pastorale e alla preparazione di insegnanti di religione cattolica e operatori ecclesiali.

Dopo i saluti istituzionali, affidati a don Angelo Gallitelli, Direttore dell’ISSRI, ad Antonio Nicoletti, Sindaco di Matera e a Rita Orlando, Direttrice Generale della Fondazione Matera Basilicata 2019, si è tenuta la PROLUSIONE DI SUA EMINENZA IL CARDINALE FABIO BAGGIO, Sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che ha offerto una riflessione sul valore del dialogo come fondamento di pace, giustizia e sviluppo umano integrale nel contesto contemporaneo, che si riporta di seguito. 

Le CONCLUSIONI sono state affidate a S.E. Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico.

LA CULTURA DEL DIALOGO COME SORGENTE DI PACE

Fabio Cardinal Baggio CS

In un contesto storico diverso, ma con molti parallelismi rispetto a quello attuale, Giovanni XXIII pubblicava la sua Lettera Enciclica Pacem in terris (1963). Tra i segni dei tempi di quel periodo, Papa Roncalli notava a livello globale un incoraggiante progresso positivo all’insegna del dialogo: «Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato» (Giovanni XXIII, 1963:67).

Purtroppo, alla luce di quanto ci è dato di vedere nello scenario odierno, non possiamo esprimere lo stesso entusiasmo. Sembra piuttosto che l’umanità stia facendo dei pericolosi passi indietro. Come ha sottolineato il Santo Padre qualche giorno fa, «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» (Leone XIV, 2026).

Ecco perché è importante parlare di dialogo e di pace oggi. E vorrei farlo a partire dalla preziosa eredità magisteriale che ci ha lasciato il compianto Papa Francesco, interpretando come una specie di legato il suo costante impegno a favore della pace nel contesto di una «terza guerra mondiale combattuta a pezzi» (Francesco, 2015).

Iniziando da una riflessione sullo scenario mondiale dei nostri giorni, mi propongo di definire la cultura del dialogo promossa dal pontefice argentino, evidenziandone alcuni elementi essenziali e illustrandone l’applicazione in alcune dimensioni essenziali della vita umana.

Lo scenario attuale

Stiamo vivendo un periodo particolarmente delicato della nostra storia. Ce lo ha fatto notare Papa Francesco in più occasioni. E lo ha fatto in modo sistematico nella prima parte della sua Lettera Enciclica Fratelli tutti (2020), con una serie di paragrafi che tracciano uno scenario attuale oscuro e minaccioso. Il pontefice argentino denuncia una serie di tendenze, che definisce “le ombre di un mondo chiuso”. Esse si pongono come ostacoli allo sviluppo della fraternità universale (cfr. Francesco, 2020:9), che costituisce il compimento della vocazione universale dell’umanità per volontà divina (cfr. Francesco, 2020:5). Molte delle tendenze evidenziate da Papa Francesco si manifestano con atteggiamenti e situazioni antitetiche al dialogo.

I sogni di unità tra i popoli, che hanno animato ed entusiasmato intere generazioni in ogni angolo della terra, vengono frantumati da una serie di conflitti e divisioni che si pensava facessero oramai parte del passato: «la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi» (Francesco, 2020:11). Il dialogo tra i popoli alla ricerca del bene comune viene spesso sostituito da un ottuso monologo egocentrico ed egoista, che è intento a perseguire solo il proprio interesse personale o quello di gruppi ristretti: «In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali» (Francesco, 2020:11). Sembrano oramai tramontati gli ideali di fratellanza universale e di impegno comune per un mondo più bello e più giusto per tutti gli esseri umani: «Nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono, mentre il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi» (Francesco, 2020:30).

I processi della globalizzazione hanno reso le persone più vicine, ma non le hanno rese più fratelli e sorelle. I progressi tecnologici hanno contribuito a ridurre le distanze geografiche tra le popolazioni, sviluppando nuove forme di comunicazione, ma non hanno di fatto promosso il dialogo e la prossimità tra le persone. Al contrario, si sta diffondendo sempre più un pericoloso senso di solitudine esistenziale che porta la gente più vulnerabile a scelte estreme: «Siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza» (Francesco, 2020:12).

Si stanno insinuando nei rapporti umani nuove forme di manipolazione che si prefiggono di trasformare il dialogo in strumento di denigrazione e divisione. Questo si manifesta particolarmente in ambito politico, lì dove la «sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune» viene spesso sostituita con «ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace» (Francesco, 2020:15). Sembra mancare l’interesse per un confronto sincero, inteso a trovare soluzioni condivise, mentre si alzano indiscriminatamente i toni per sottolineare la lontananza delle posizioni: «il dibattito viene manipolato per mantenerlo allo stato di controversia e contrapposizione» (Francesco, 2020:15).

Appaiono particolarmente pericolosi «i movimenti digitali di odio e distruzione” che si pongono come vere «associazioni contro un nemico» (Francesco, 2020:43). Le piattaforme social, progettate per promuovere il dialogo a distanza tra le persone, sono sempre più spesso teatro di vilipendi, calunnie e violenze che hanno l’unico proposito di distruggere la vita delle persone.

A livello più generale, i social media non sembrano favorire la socialità degli usuari, aprendo spazi di comunicazione significativa e benefica. Essi, piuttosto, «possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta, ostacolando lo sviluppo di relazioni interpersonali, autentiche» (Francesco, 2020:43).

Papa Francesco ha ripetutamente espresso pesanti parole di denuncia nei confronti di ciò che lui stesso ha definito “cultura dello scarto”. La tendenza a buttare via, senza farsi troppi scrupoli, tutto ciò che non serve, diventa particolarmente deprecabile quando dalle cose si passa alle persone: «Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti» (Francesco, 2020:18). Grosse porzioni della famiglia umana vengono così escluse dal dialogo che conta, quello che disegna il futuro del mondo. I poveri, i fragili e gli oppressi, che il Vangelo identifica come destinatari di una speciale attenzione, non vengono considerati come interlocutori degni: «le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili, se “non servono ancora” – come i nascituri –, o “non servono più” – come gli anziani» (Francesco, 2020:18).

Tra le categorie escluse troviamo milioni di migranti e rifugiati, che non potendo vantare un’appartenenza di sangue o di nascita al gruppo locale, possono essere più facilmente “scartati”: «I migranti vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro, e si dimentica che possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque persona» (Francesco, 2020:39).

Anche quando il dialogo trova uno spazio adeguato nei nostri rapporti quotidiani, le modalità in cui esso spesso si sviluppa lo rendono sterile se non addirittura deleterio. Molte volte il nostro dialogo è “sordo”, poiché non ci concediamo all’ascolto dell’altro:

«la frenesia ci impedisce di ascoltare bene quello che dice l’altra persona. E quando è a metà del suo discorso, già la interrompiamo e vogliamo risponderle mentre ancora non ha finito di parlare. (Francesco, 2020:48). Il desiderio impellente di imporre il nostro pensiero ci porta ad utilizzare «forme insolite di aggressività, di insulti, maltrattamenti, offese, sferzate verbali» (Francesco, 2020:44), con una violenza così efferata che se fosse usata in un contatto corpo a corpo sarebbe letale.

 

La cultura del dialogo

Tra i rimedi proposti da Papa Francesco alle tendenze minacciose più sopra illustrate troviamo la cultura del dialogo. Il pontefice argentino ci ha abituati a proposte culturali innovative: la cultura dell’incontro, la cultura della cura, la cultura della speranza, la cultura della solidarietà, la cultura della vita. Si tratta essenzialmente di inviti a conformare il nostro pensiero e la nostra vita ai grandi ideali di civiltà che compongono lo sviluppo umano integrale secondo il progetto di Dio.

Tutte le proposte sono indubbiamente di grande valore, ma lo stesso Papa Bergoglio non nascondeva una certa predilezione per la cultura del dialogo, allorquando nel 2024, dirigendosi ai partecipanti di un colloquio organizzato dal Dicastero per il dialogo interreligioso, la apostrofava come «un tema fondamentale e a me molto caro». (Francesco, 2024).

Al dialogo e all’amicizia sociale Papa Francesco dedica tutto il sesto capitolo della Fratelli tutti. Dialogare è uno dei verbi essenziali in cui si declina l’agire umano, l’espressione più naturale della relazionalità intesa come elemento costituivo della persona umana. Nel verbo dialogare si riassumono tanti altri verbi: «Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto» (Francesco, 2020:198). Il dialogo è una componente essenziale della cultura dell’incontro e della solidarietà: «Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare» (Francesco, 2020:198).

Alla luce della storia della salvezza, mi preme sottolineare come all’incomunicabilità di Babele (cfr. Gn 11, 1-26), emblema del tradimento del progetto originale di Dio sull’umanità, pone rimedio la glossolalia della Pentecoste (cfr. At 2, 1-13). Proviamo ad immaginare che cosa «sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose che hanno tenuto unite famiglie e comunità» (Francesco, 2020:198). Sarebbe come ritornare a Babele, quel cantiere dove, come direbbe Sant’Agostino, si costruisce Babilonia, ossia la città del diavolo. Nel cantiere della Pentecoste, invece, attraverso il dialogo, si costruisce la città di Dio (cfr. Cantalamessa, 2011).

Il dialogo che davvero costruisce un mondo migliore è spesso lungo, moderato nei toni, paziente e nascosto. Esso «non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo rendercene conto» (Francesco, 2020:198). Questo dialogo edifica la pace già nel suo esercizio, calmando gli animi e rasserenando le menti.

Ai tempi del noviziato il nostro maestro, psicologo fresco di laurea, ci insegnava che un vero dialogo presuppone che almeno uno dei due interlocutori sia disposto a cambiare di opinioni, altrimenti avremo solo una discussione. Con Papa Francesco oggi io aggiungerei che il vero dialogo presuppone che entrambi gli interlocutori siano disposti a lasciarsi illuminare dalle parole dell’altro: «L’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi» (Francesco, 2020:203).

Nell’Angelus del 25 dicembre 2016 il pontefice argentina invitava tutti i fedeli a pregare per la pace in Nigeria, nel Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, esprimendo l’auspicio che la cultura del dialogo sai preferita alla logica dello scontro, così da risanare le divisioni e coinvolgere tutte le persone di buona volontà in un cammino di sviluppo e di condivisione (Francesco, 2016). Si tratta di una scelta fondamentale, che sigla il superamento dell’homo homini lupus e mette le basi per la costruzione dell’unica famiglia umana.

Volendo fare un gioco con le parole e la loro etimologia, direi che la scelta da fare è tra “dialogo” e “diavolo”, considerando il comune prefisso “dia” che indica la posizione interposta di qualcosa o qualcuno. Se scegliamo lo scontro, allora optiamo per il diavolo, ossia la divisione, l’opposizione, la contrarietà. Se invece scegliamo il dialogo, mettiamo in mezzo il “logos”, ossia la ragione, oppure la parola, che con la “P” maiuscola è il Verbo, ossia Gesù Cristo.

Secondo Papa Bergoglio, la fratellanza, declinata anche in termini di amicizia sociale, si nutre del dialogo sincero e aperto che aiuta a risolvere le differenze: «Il dialogo è indispensabile per vivere in pace, per vivere da fratelli, che non sempre vanno d’accordo – è normale – ma che però si parlano, si ascoltano e cercano di comprendersi e di venirsi incontro» (Francesco, 2022). Uno degli elementi essenziali della cultura del dialogo è la gentilezza, il modo pacato e rispettoso di gestire la conversazione con gli altri. La gentilezza «Non è solo questione di “galateo”; non è questione di “etichetta”, di forme galanti […]. Si tratta invece di una virtù da recuperare e da esercitare ogni giorno, per andare controcorrente e umanizzare le nostre società» (Francesco, 2022).

 

Dialogo e vita

Dopo aver delineato, almeno a grossi tratti, quello che Papa Francesco intendeva con cultura del dialogo, penso sia utile illustrare la concreta applicazione di tale cultura del dialogo ad alcune dimensioni fondamentali dell’esistenza umana.

La prima dimensione è quella dell’identità, che è naturale espressione della nostra unicità e irrepetibilità, volute dal Dio Creatore. Il vero dialogo non può mai essere una minaccia per la mia identità, in quanto esso suppone la partecipazione di almeno due interlocutori distinti e ben coscienti della loro distinzione: «Io con la mia identità dialogo con te che hai la tua identità, e ambedue andiamo avanti. Ma è importante essere cosciente della mia identità e sapere chi sono io e che sono differente dagli altri» (Francesco, 2019a). Come più volte ribadito dal magistero nell’ambito del dialogo interreligioso, il dialogo non comporta alcuna confusione di identità, la quale va mantenuta in modo chiaro e sicuro nell’esercizio comunicativo.

La seconda dimensione è quella della diversità. Come importante per ciascun interlocutore la propria identità, così è rilevante la diversità dell’altro, che, proprio a ragione della sua differenza, si pone come opportunità di arricchimento personale: nel dialogo comprendiamo e valorizziamo «le ricchezze dell’altro, considerandolo non con indifferenza o con timore, ma come fattore di crescita» (Francesco, 2013a). Custodire la propria identità non significa isolarci o chiuderci in noi stessi:

«L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro». Il vero dialogo «non livella indiscriminatamente differenze e pluralismi […] e neppure li estremizza facendoli diventare motivo di scontro, ma apre al confronto costruttivo (Francesco, 2013a)

La terza dimensione è quella della comunicazione. Il dialogo è essenzialmente comunicazione, ma nelle forme comunicative attuale spesso non c’è spazio per il dialogo vero. Questo è particolarmente visibile nel mondo della comunicazione digitale. Come bene sottolinea Papa Francesco, «La cultura digitale ci ha portato tante nuove possibilità di scambio, ma rischia anche di trasformare la comunicazione in slogan. No, la comunicazione è sempre andata e ritorno. Io dico, ascolto e rispondo, ma sempre dialogo. Non è uno slogan» (Francesco, 2023). E se il dialogo è comunicazione di verità e di certezze personali, allora non c’è posto per le fake news e per le manipolazioni dell’opinione pubblica. Qui andrebbe aperto una grossa parentesi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella realizzazione del deep fake e realtà alternative che rischiano di confondere anche i più esperti. La comunicazione e i mezzi ad essa dedicati non devono cadere nella trappola della logica della contrapposizione e non si devono lasciare condizionare dai linguaggi di odio, che minano le basi stesse di ogni dialogo e alimentano conflitti e violenze. Nel 2023, il pontefice argentino invitava i comunicatori a mettersi al servizio della pace: «La mia speranza è che si dia spazio alle voci di pace, […], a chi non si arrende alla logica “cainista” della guerra ma continua a credere, nonostante tutto, alla logica della pace, alla logica del dialogo, alla logica della diplomazia» (Francesco, 2023).

La quarta dimensione è quella della pace, messa a tema nel nostro incontro di oggi. Nel primo anno del suo pontificato, Papa Bergoglio esprimeva una sua certezza personale: «Il dialogo può vincere la guerra. Il dialogo fa vivere insieme persone di differenti generazioni, che spesso si ignorano; fa vivere insieme cittadini di diverse provenienze etniche, di diverse convinzioni» (Francesco, 2013b). È il dialogo la chiave di volta per risolvere pacificamente tutti conflitti, senza soprusi, prevaricazioni o giochi di forza. «Il dialogo è la via della pace. Perché il dialogo favorisce l’intesa, l’armonia, la concordia, la pace. Per questo è vitale che cresca, che si allarghi tra la gente di ogni condizione e convinzione come una rete di pace che protegge il mondo, e soprattutto protegge i più deboli» (Francesco, 2013b).

Il dialogo per la pace è affidato in modo particolare ai governanti, a coloro che sono chiamati a prendere le grandi decisioni. Arene bilaterali e multilaterali rappresentano gli spazi privilegiati del dialogo per la pace. Oggi, però, qualcosa si è rotto nel grande meccanismo internazionale e tali arene risultano spesso deserte o insignificanti. Ma ci sono altri leader che possono subentrare per promuovere il dialogo per la pace. Mettendosi in gioco in prima persona, Papa Francesco affermava «I leader religiosi siamo chiamati ad essere veri “dialoganti”, ad agire nella costruzione della pace non come intermediari, ma come autentici mediatori. Gli intermediari cercano di fare sconti a tutte le parti, al fine di ottenere un guadagno per sé. Il mediatore, invece, è colui che non trattiene nulla per sé, ma si spende generosamente, fino a consumarsi, sapendo che l’unico guadagno è quello della pace» (Francesco, 2013b). Più generalmente, siamo tutti chiamati, nel nostro piccolo, a promuovere il dialogo per la pace: «Ciascuno di noi è chiamato ad essere un artigiano della pace, unendo e non dividendo, estinguendo l’odio e non conservandolo, aprendo le vie del dialogo e non innalzando nuovi muri! Dialogare, incontrarci per instaurare nel mondo la cultura del dialogo, la cultura dell’incontro» (Francesco, 2013b).

L’ultima dimensione è quella della religione. Anche se il discorso meriterebbe di essere esteso a tutte le religioni, mi limito qui a considerare la prospettiva cristiana, che a noi risulta più familiare. Dio Padre ha fatto “verbo”, ossia parola, suo Figlio per mettersi in dialogo con il suo popolo. Come bene sottolineava Papa Bergoglio nell’Angelus del 25 dicembre 2021, «Il Verbo si è fatto carne per dialogare con noi. Dio non vuole fare un monologo, ma un dialogo» (Francesco, 2021). E per questo Egli assume forma umana, con bocca e orecchi, per ascoltare e parlare in modo da essere più facilmente compreso.

Il dialogo, così come la fede, è sì personale, ma anche collettivo. Esso inizia con un ascolto comunitario della Parola di Dio: «La Chiesa è questo: […] la comunità che ascolta con fede e con amore il Signore che parla» (Francesco, 2013c). Ed è questa dimensione comunitaria di ascolto e condivisione che rafforza il senso di famiglia di Dio, promuovendo il dialogo fecondo tra i battezzati, per una convivenza fruttuosa e pacifica.

Il senso di famiglia che si nutre del dialogo vero e sincero si applica anche al dialogo interreligioso, quando le parti condividono un effettivo impegno verso il rispetto e la promozione di ideali comuni. «Il dialogo tra i credenti significa incontrarsi nell’enorme spazio dei valori spirituali, umani e sociali comuni, e investire ciò nella diffusione delle più alte virtù morali, sollecitate dalle religioni; significa anche evitare le inutili discussioni» (Francesco – Ahmad Al-Tayyeb, 2019)

Il pontefice argentino ha aperto, in questo senso, strade nuove foriere di speranza. Nel 2019, in occasione dell’incontro tra Papa Francesco e il grande Iman di Al Azhar, i musulmani d’Oriente e d’Occidente e i cattolici d’Oriente e d’Occidente hanno dichiaro «di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio» (Francesco – Ahmad Al- Tayyeb, 2019).

In questo incontro viene anche codificata una riflessione comune che riguarda il dialogo più in generale: «Il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani contribuirebbero notevolmente a ridurre molti problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano grande parte del genere umano» (Francesco – Ahmad Al- Tayyeb, 2019).

 

Conclusione

Durante gli anni della mia missione nelle Filippine ho avuto modo di raccogliere tante perle di saggezza da culture diverse dalla mia. Tra queste vi è un racconto che potrebbe servire a dare degna conclusione a questo contributo.

In un regno sperduto nel continente asiatico vi era un giovane principe che si era invaghito di una fanciulla del villaggio vicino al castello. Il suo amore sembrava corrisposto dalla giovane paesana e così il principe le chiese di diventare sua sposa. Questa accettò ad una condizione: che il principe chiedesse la sua mano a suo padre, lo stimato fabbro del villaggio. Furono subito fissati un giorno ed un orario serale consoni allo scopo. Puntualissimo, il principe si presentò alla porta della casa della giovane bussò. L’amata dall’interno chiese: «Chi è?». Ed il principe rispose con voce sicura: «sono io». Ma la porta non si aprì. Il giovane nobile, questa vota con voce più robusta, disse: «Sono io». Ma la porta rimase chiusa. Sorpreso ed anche un po’ amareggiato dell’accaduto, il principe decise di tornare al castello. La sera successivo, mosso dal profondo affetto verso la giovane, si presentò nuovamente alla casa del fabbro e bussò. Dall’interno l’amata domandò: «Chi è?». Il principe, con voce altisonante, affermò: «Sono io». Ma la porta anche stavolta restò chiusa. Il principe se andò indispettito e nella sua mente cominciarono a sorgere dubbi sulla relazione amorosa: «Avrò fatto qualcosa di sbagliato? Ho forse compreso male il suo si alla mia proposta? Non ama più me, ma qualcun altro? È stato tutto un inganno?». Passarono alcuni giorni e ad un certo punto il principe ebbe un’idea illuminante. Preso il coraggio a due mani, quella stessa sera si ripresentò alla porta del fabbro e bussò. La giovane, che ogni sera si era disposta vicino alla porta in attesa dell’amato, chiede: «Chi è?». Il principe rispose con voce emozionata: «Sei tu?». E la porta si aprì.

La morale di questo racconto propone una domanda fondamentale: Chi metto al primo posto quanto mi pongo in dialogo con l’altro: me stesso o l’interlocutore? Per noi cristiani, che abbiamo accolto come legge di vita il comandamento dell’amore, la risposta è una sola.

Concludo queste mie riflessioni con un invito di Papa Francesco che oso fare mio: «Vi incoraggio a proseguire su questa strada, nella persuasione che la cultura del dialogo è la via maestra, la collaborazione è la condotta più efficace e la conoscenza reciproca è il metodo per crescere nella fratellanza tra le persone e i popoli. (Francesco, 2019b).