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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo – Lectio divina
2Sam 5,1-3 Sal 121 Col 1,12-20

O Padre,
che ci hai chiamati a regnare con te
nella giustizia e nell’amore,
liberaci dal potere delle tenebre
perché, seguendo le orme del tuo Figlio,
possiamo condividere la sua gloria nel paradiso.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal secondo libro di Samuèle 2Sam 5,1-3
Unsero Davide re d’Israele.

In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”».
Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele.

La carità pastorale
Con un breve accenno si racconta il modo con il quale Davide sale al trono. Non c’è alcuna traccia di intrighi di corte, ma tutto avviene alla luce del sole e soprattutto è un evento di popolo. Non c’è nessuna imposizione, né da parte di Dio, né di Davide e neanche del popolo. L’elezione e la consacrazione di Davide è il risultato dell’incontro tra l’azione di Dio e il riconoscimento di essa da parte del popolo, tra la grazia e l’obbedienza. Infatti, i capi di Israele fanno una professione di fede in Dio e di obbedienza al re. Lo benedicono perché gli riconoscono l’autorità conferitagli da Dio e si dichiarano disposti all’alleanza affinché si rafforzi il legame di mutua appartenenza. L’origine della regalità è in Dio ma l’inizio pratico dipende dall’iniziativa del popolo e dei suoi responsabili. Il prosieguo dell’esercizio del governo e il suo successo dipendono dal rapporto che il re instaura con Dio e il popolo. La regalità si regge, dunque, sulla relazione di ascolto e di dialogo a tre: Dio, re e popolo. In questo consiste la carità pastorale.

Salmo responsoriale Sal 121
Andremo con gioia alla casa del Signore.

Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!

È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési Col 1,12-20
Ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore.

Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.
È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre
e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,
per mezzo del quale abbiamo la redenzione,
il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile,
primogenito di tutta la creazione,
perché in lui furono create tutte le cose
nei cieli e sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte in lui sussistono.
Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.
Egli è principio,
primogenito di quelli che risorgono dai morti,
perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
È piaciuto infatti a Dio
che abiti in lui tutta la pienezza
e che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce
sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.

Liberi cittadini del regno del Figlio amato
San Paolo riporta un antico inno composto da due strofe che celebra il ruolo di Cristo nella prima creazione e nella nuova creazione. L’autore inserisce questo inno dentro un’esortazione a maturare nella conoscenza della volontà di Dio. È come aprire una finestra: per capire la volontà del Padre bisogna guardare il Figlio, perché in lui la storia ha trovato il suo orientamento. I Colossesi erano particolarmente influenzati da credenze religiose per le quali il mondo era abitato non solo da esseri fisici e visibili ma anche da realtà angeliche e divine invisibili. L’apostolo, servendosi dell’inno, riafferma la centralità della signoria di Gesù Cristo che è il principio e fine di ogni cosa esistente, visibile o invisibile che sia. Il verbo “trasferire” richiama una prassi politica del mondo antico: popoli deportati da un impero all’altro, cambiando sovranità e destino. L’autore rovescia l’immaginario: il Padre non deporta, libera. Non strappa da una terra per schiavizzare altrove, ma sottrae al «potere delle tenebre» e introduce in un nuovo spazio vitale, dove vivere la figliolanza. Il “regno” non è anzitutto un luogo, ma una relazione: vivere sotto la signoria di un Figlio amato. In Cristo – il Figlio amato – si sperimenta la sovranità di Dio come prossimità redentrice: «in lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati». Il trono di Cristo è il principio stesso della realtà: ciò che esiste si regge su un amore originario, non su un equilibrio di potenze. Per questo egli è «capo del corpo, della Chiesa». Chi vive questo “trasferimento” sente che il cuore della fede non è cambiare padrone, ma ritrovare l’origine della vita. Il fatto che l’esistenza di ogni realtà creata abbia in lui l’origine determina il fatto che ogni cosa è ordinata a Lui ed è sottoposta al suo governo. Nessuno può sentirsi al di sopra dell’ordine divino, il cui fine è la comunione, e nessuno può sentirsi escluso dalla signoria di Cristo il cui potere è quello dell’amore che genera continuamente vita. I Colossesi che hanno aderito alla fede in Cristo e sono stati battezzati hanno ricevuto da Lui lo stesso Spirito che ha distrutto il dominio della morte e lo ha risuscitato dai morti. Cristo è stato costituito capo della Chiesa che, come suo corpo vivente riceve da Lui la forza della vita, capace di guarire le ferite del peccato e ristabilire la giustizia. Gesù, vera icona del Dio invisibile, è la Parola che fa conoscere e sperimentare Dio come Padre. Gesù, per mezzo del quale sono state create tutte le cose, è la Parola di Dio che guarisce dal peccato, e continuamente rigenera le membra del suo corpo rendendole vive con la Carità.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 23,35-43)
Signore, ricordarti di me quando entrerai nel tuo regno.

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Lectio
La preghiera e la regalità di Gesù, tra la tentazione di salvarsi e la volontà di donarsi

La pericope liturgica riporta il momento culminante della passione di Gesù che è descritto ponendo l’accento sulla preghiera (vv. 34a; 46). Essa funge da cornice all’episodio che narra il dialogo orante tra Gesù e uno dei malfattori, al quale promette di portarlo in Paradiso (vv.39-43).
L’evangelista ha già accennato al fatto che nel Getsèmani Gesù è entrato nell’agonia e ha affrontato la lotta pregando con sempre maggiore insistenza. La lettera agli Ebrei rilegge i momenti della passione in termini sacerdotali: «7Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek». (Eb 5, 7-10).
L’essere crocifisso insieme ai malfattori e l’essere circondato dai peccatori, che lo insultano e lo provocano, fa di Gesù il sommo sacerdote che «… è scelto fra gli uomini e per gli uomini, viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. 2Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza» (Eb 5,1-2).
Gesù prega per chi è nell’ignoranza e nell’errore, ovvero per chi non conosce la speranza perchè non crede nella promessa di Dio. L’errore consiste nella presunzione di salvarsi da sé, con le proprie opere e, quando ci si trova sulla soglia della morte, si invoca l’aiuto per sfuggire alla tragica conseguenza della debolezza della carne. Se l’errore consiste nel sostituirsi a Dio come principio del bene e del male, l’ignoranza sta nell’ erigere un muro che impedisce l’esperienza del contatto con Dio.
Gesù prega per i peccatori stando in mezzo a loro sulla soglia della morte perché essa non sia più la porta degli inferi ma l’accesso alla Casa di Dio.
Subito dopo la morte di Gesù l’evangelista segnala che il velo del tempio si era scisso in due parti. A proposito del velo del santuario la lettera agli Ebrei afferma: «… noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. 19In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, 20dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek» (Eb 6,18-20).
L’autore della Lettera agli Ebrei si rivolge a cristiani battezzati che possono cadere, o sono già caduti, nell’errore dei capi, dei soldati e del malfattore che chiedono a Dio un segno. Ma ad essi non viene dato se non il segno del giusto sofferente che è tale perché nella prova prega e spera. Infatti, Gesù prega: «Padre nelle tue mani affido il mio spirito». Egli non confida nel potere che ha ricevuto di salvare gli altri dalla morte per salvarsi da sé stesso, ma si consegna nelle mani di Dio affinché lo risusciti dai morti. Riponendo la sua fiducia nel Padre egli diventa per noi la speranza che, come un’ancora, ci assicura al cuore di Dio.
I sacrifici e i riti prescritti nella Prima Alleanza (o Primo Testamento) rientrano nella Legge che è anche chiamata la «via». Gesù è venuto a realizzare la «nuova Alleanza» grazie alla quale Dio scrive la legge dell’amore nel cuore dell’uomo. Grazie al dono dello Spirito Santo effuso su ogni creatura, tutti conosceranno Dio, a tutti è aperto l’accesso alla Casa del Padre.
L’immagine del velo del tempio che si squarcia rende plasticamente l’idea che Gesù entra «una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue» (Eb 9,12).
Da qui l’esortazione: «19Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, 20via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, 21e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, 22accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso» (Eb 10,19-23).
Al centro del brano evangelico c’è la scritta: “Costui è il re dei Giudei”. Questa espressione racchiude tante verità quanti sono i punti di vista da cui osservare l’evento. C’è chi, come il popolo assiste inerte, senza prendere una posizione, subendo gli eventi. Le autorità deridono Gesù e uno dei malfattori, crocifisso anche lui, lo insulta. Poi c’è un altro condannato a morte che prima rimprovera il suo compagno perché si associa al coro di chi schernisce Gesù, poi si rivolge a lui riconoscendolo come il re. Gesù non replica a coloro che lo insultano ma a colui che, partecipando al suo dolore e intuendone il suo valore, chiede anche di condividere la gioia della vittoria.
Ciascuna delle espressioni davanti al Crocifisso rivela il cuore di chi le pronuncia. I capi non parlano direttamente a Gesù ma cercano di convincere la gente che assiste che quel presunto profeta se non è capace di salvare sé stesso non può essere il Cristo di Dio. I soldati provocano il Crocifisso spronando a dimostrare quello che è veramente salvando sé stesso; al coro si associa anche uno dei malfattori che lo insulta, quasi in atto di sfida, ordinandogli di salvarsi e di salvarlo.
Gesù è disprezzato perché non interpreta i desideri di potere, anzi li mortifica. Non compie azioni strabilianti tali da essere vincente, in modo da salire sul suo carro del vincitore, non usa strategie per imporsi. È deriso perché agli occhi di chi cerca il potere, la ricchezza e l’affermazione di sé, appare come un inutile perdente. La rabbia contro Gesù si motiva solamente a partire da un forte senso di frustrazione che affligge le autorità e i soldati. Essi, ormai rassegnati ad essere subalterni e assuefatti alla frustrazione della vera libertà, sfogano la rabbia in quella forma di potere che esercitano con la prevaricazione, illudendosi di essere in una posizione di forza. Gridano “salva te stesso” perché considerano la croce come qualcosa da cui essere liberati.
Neanche il malfattore che insulta Gesù ha una prospettiva più ampia delle altre due categorie di uomini; mentre agli occhi dell’altro malfattore Gesù appare il vero vincitore, colui che apre le porte del regno.
Sul Golgota si ripropone per Gesù la tentazione per eccellenza: l’auto-salvezza.
Da una parte c’è chi vede nella croce qualcosa da cui fuggire, un peso di cui liberarsi, dall’altra come la forma più alta di libertà e di solidarietà con i più piccoli. Uno dei due malfattori crocifissi riconosce nell’innocenza di Gesù la sua regalità: senza alcuna colpa Egli sta soffrendo e morendo in croce. Se non è lì per una colpa, è lì solamente per un amore. Un amore umano non sarebbe mai giunto a quei livelli, ma quello divino certamente sì.
«Ricordati di me nel tuo regno». Colui che riconosce che Gesù è un condannato senza colpa gli chiede di diventare un salvato senza meriti. Questa richiesta del buon ladrone può essere parafrasata con le parole dei capi delle tribù che vanno da Davide per affermare la loro appartenenza al suo corpo: Regna su di noi (cf. 2 Sam 5, 1-3). Sìì il nostro pastore, la nostra guida, colui che si prende cura di noi. Credere, in quanto affidarsi alla cura di Dio, è il contrario della presunzione di usare Dio per salvarsi la pelle o salvarsi da sé.
Il primo battezzato è quel ladro che vede più lontano rispetto agli altri. Pur riconoscendo la propria colpa e la giusta sofferenza ad essa conseguente, tuttavia comprende che la via della salvezza è aperta per lui andando dietro a Gesù. Non chiede di essere salvato dalla croce ma di essere accolto tra i suoi compagni. Salvarsi non significa liberarsi da qualcosa o qualcuno, ma darsi in una relazione d’amore. Il buon ladrone comprende che la salvezza sta nella relazione con Gesù attraverso la quale diventerà una persona nuova. Il buon ladrone è il modello del credente che, da una parte, riconosce il proprio peccato e la meritata condanna, e dall’altra, si aggrappa a Gesù, àncora della speranza, per attraversare il velo del santuario. In questo modo egli si unisce all’unico sacrificio di Cristo, partecipa del suo sacerdozio e gode della sua regalità.
Infatti, la regalità di Gesù non è emancipazione da un’autorità superiore. Al nazionalismo sovranista egli oppone un governo, a partire da sé stessi, basato sull’obbedienza intesa come ascolto e accoglienza benevola della volontà di Dio il quale ha inviato Gesù, il Figlio del suo amore, per riconciliare ogni cosa (Col 1, 12-20) .
Il buon ladrone ottiene la benedizione di Gesù, il lasciapassare per il Regno: «Oggi sarai con me in paradiso». La salvezza è nella relazione e nella comunione che si vive nell’oggi. Con Gesù la luce di pieno giorno della risurrezione irrompe anche nella notte del dolore più duro e irrora di speranza l’umanità assetata di libertà.

Parole-chiave del Vangelo

«Salva te stesso»: È il ritornello della tentazione: l’auto-salvezza come progetto che esclude Dio. È la voce che riemerge dal deserto e dal Getsemani. Rivela il volto dell’uomo che vuole vivere senza relazione.
«Re dei Giudei»: È la verità proclamata come scherno. La regalità di Gesù non passa per il dominio ma per la consegna. È un titolo che capovolge la logica del potere.
«Non ha fatto nulla di male»: Il riconoscimento dell’innocenza di Gesù. Il male non lo tiene in ostaggio; egli è l’unico giusto che resta fedele fino alla fine.
«Ricordati di me»: La preghiera più breve e più profonda dell’intero Vangelo. Non chiede di scendere dalla croce, ma di entrare in relazione. È il verbo della fiducia.
«Oggi»: La salvezza non è rimandata, non è promessa per un futuro indefinito. È l’oggi di Dio che tocca l’oggi dell’uomo.
«Con me»: La formula cristiana della salvezza: comunione, non evasione. Il paradiso è una compagnia prima di essere un luogo.
«Paradiso»: Non è evasione spirituale, ma pienezza di vita e comunione con Dio. È l’accesso alla casa del Padre aperto dalla croce.

Passi biblici utili per la scrutatio

• Tentazione dell’auto-salvezza

  • Dt 6,16 – «Non tenterete il Signore vostro Dio»
  • Mt 4,1-11 – le tentazioni di Gesù nel deserto
  • Fil 2,6-11 – Cristo non considerò un privilegio l’essere come Dio
    • Il giusto perseguitato
  • Sap 2,12-20 – la sfida contro il giusto che si proclama figlio di Dio
  • Is 53,1-12 – il Servo sofferente
    • Il riconoscimento dell’innocenza
  • Lc 23,47 – «Veramente quest’uomo era giusto»
  • 1Pt 2,22-25 – «Egli non commise peccato»
    • La logica del Regno come relazione
  • Gv 15,4-15 – rimanere in Gesù
  • Ef 2,13-19 – divenuti concittadini dei santi e familiari di Dio
    • Il “ricordare” divino
  • Es 2,24 – Dio si ricordò della sua alleanza
  • Is 49,15-16 – «Ti ho scritto sulle palme delle mie mani»
    • L’“oggi” della salvezza
  • Lc 4,21 – «Oggi si compie questa Scrittura»
  • Lc 19,9 – «Oggi la salvezza è entrata in questa casa»

Riferimenti patristici utili per la comprensione spirituale

Agostino, Sermone 232
«Uno era condannato per i propri peccati, l’altro per la giustizia: e mentre partecipavano alle stesse sofferenze, sono separati dalla fede».
Agostino legge i due ladroni come le due possibilità del cuore umano: chi si chiude e chi si apre alla grazia.
Giustino Martire, Dialogo con Trifone 96
«Il Cristo doveva soffrire e regnare dalla croce».
Il trono del re è la croce: una regalità paradossale ma autentica.
Origene, Omelie su Luca 35
Il buon ladrone è il modello del credente che “ruba il Regno” con l’umiltà del cuore e la confessione della propria miseria.
Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogica 13
«Oggi sarai con me in paradiso: non disse “dopo molti anni”, ma oggi, perché la grazia precede ogni merito».
Sottolinea la gratuità totale dell’atto salvifico.
Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca X,121-129
Ambrogio rimarca il valore del “ricordati”: chi lo pronuncia sta già lasciando entrare la luce della fede.
Efrem il Siro, Inni sulla Croce
Il buon ladrone diventa “il primo a vedere la porta del paradiso riaprirsi”, quasi un Adamo che rientra nel giardino.

Meditatio
Coinquilini del Golgota e concittadini del Regno

Uno dei malfattori crocifisso con Gesù diventa maestro di preghiera. Come lui prega dalla croce, non per scendere da essa ma per salire fino alle soglie del cielo ed entrare nel regno di Dio. Dalla cattedra della sofferenza, causata dal male commesso e posta nell’abisso della miseria umana, insegna che la vita non può finire con una sentenza di condanna ma si apre, come la terra che accoglie il seme, alla Parola che funge da gancio per sollevarci dal fango del peccato dove ci impantana la disperazione. Il “ladro” della salvezza è astuto perché non agisce nella complicità delle tenebre ma alla luce della misericordia di Dio che splende in Gesù crocifisso. La supplica a Gesù dell’uomo crocifisso insieme a lui altro non è che una umile richiesta di essere custodito nel suo cuore per partecipare con lui della sua gloria. Non è una preghiera disperata ma carica di speranza e di fiducia. Gesù è l’unica via di salvezza perché non c’è altro modo di vivere se non quello indicato da lui. Gli effetti sananti della preghiera di Gesù sulla croce si riscontrano nel ladrone che riconosce nell’innocente Gesù l’immagine vera di Dio misericordioso e giusto, ma in lui egli intravede anche la sua vera immagine e la sua vocazione. Egli guarda con gli stessi occhi di Gesù e scopre la verità non più distorta dalla menzogna, ammira la giustizia non più deformata dell’arroganza, contempla la bellezza non più deturpata dal peccato. Egli non si annovera tra coloro che vivono da condannati ma si candida ad essere tra i soci fondatori del nuovo regno di giustizia e di pace.

Per leggere la propria vita alla luce di questo Vangelo

  1. In quali situazioni ascolto e faccio mia la voce che ripete “salva te stesso”, invece di fidarmi e consegnarmi come Gesù?
    La croce svela chi cerco di essere: autosufficiente o affidato.
  2. Quali “ricordanze” vorrei affidare oggi a Cristo? Cosa nella mia vita ha bisogno di essere custodito nel suo cuore per diventare relazione, non fuga?
    Il buon ladrone ci insegna una preghiera fatta di essenzialità e fiducia.
  3. L’“oggi” di Dio dove sta bussando nella mia storia? Quale passo di speranza mi è chiesto adesso, non domani?
    La salvezza è relazione presente, non una promessa remota.

Oratio

Signore Gesù, Re giusto e salvatore,
le tue braccia aperte sulla croce
sostengano l’umanità smarrita,
che perdendo la speranza scivola nelle tenebre
della disperazione e dell’autodistruzione.
Strappaci alla rassegnazione del fatalismo:
non lasciarci imbruttire dalla tristezza,
né offuscare dallo sguardo dell’invidia,
né indurire al tuo richiamo
dal sussurro amaro della mormorazione.

Liberaci dalla sudditanza al peccato
e dalle catene della paura.
La tua preghiera diventi per noi riparo e coraggio:
insegnaci ad accogliere le nostre miserie
come luogo in cui la tua misericordia ci raggiunge,
ridesta in noi il desiderio di una vita bella
e l’audacia di cercare una fraternità riconciliata,
dove ciascuno possa essere, nella Chiesa,
come il cuore è nel corpo.

Il tuo amore crocifisso e fedele
rigeneri la nostra fede,
allarghi gli orizzonti della speranza,
renda trasparente e luminosa
la prospettiva delle nostre opere di carità.
Rendi fecondi i nostri gesti,
purifica le intenzioni,
trasfigura ciò che nasce fragile
nelle nostre mani incerte.

Tu che sei disceso nelle profondità del nostro nulla,
riempici della tua consolazione.
Concedici di entrare in comunione con Te,
di abitare la casa della fraternità
con cuore grato e disponibile al servizio.
Fa’ che la tua presenza ci renda saldi, miti, operosi,
e che ogni nostro passo lasci trasparire
la luce del tuo Regno.
Amen.

Oratio

Signore Gesù,
siamo coinquilini del Golgota,
io da peccatore, senza alcun merito,
e Tu da giusto, senza nessuna colpa.
Più dei chiodi che trafiggono la carne
feriscono le parole che graffiano l’anima.

Perché il dolore innocente?
Perché questo insensato accanimento?
Perché il male gratuito?
Perché la morte del giusto?

Mi rispondi con il silenzio
che si fa preghiera per i peccatori;
la supplica diventa offerta di comunione
e il tuo sacrificio genera una nuova creatura.

La tua mitezza rompe il circolo vizioso del male,
la tua umiltà trasforma la caccia al colpevole
in ricerca di pace e di luce
anche per quella vita
giudicata inutile e fallita.

Gesù, mio fratello primogenito,
non pretendo di scendere dalla croce,
ma desidero rimanere con te
affinché essa diventi trampolino per il paradiso
ponte e porta per entrare nel Tuo Regno.
Amen.